Agosto 5, 2021
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Con il trascorrere degli anni le piattaforme social si dimostrano sempre più attente alle attività sospette dei loro utenti, anche quelli più in vista, al punto da generare opinioni contrastanti sul loro operato.
Sospensioni, limitazioni e ban, in pratica censura.

E’ giusto che i social applichino azioni di censura contro rappresentati politici e capi del governo?

Sospensioni, limitazioni e ban degli account sono sempre stati all’ordine del giorno, eppure in un’epoca di forti tensioni come la nostra non possono che suscitare apprensione. In particolare ci si domanda se è giusto che un
così attento e sistematico controllo dei contenuti pubblicati debba essere effettuato anche su profili di utenti appartenenti ad un partito politico, di promotori di ideologie politiche o di uomini potenti come il presidente
degli Stati Uniti proprio da società private come ad esempio Twitter e Facebook.

Ed è una preoccupazione ancora più lecita se si continua a pensare a questi ultimi come a “utenti speciali”, punibili soltanto da un’entità superiore e, in quanto tali, esentati dallo sguardo esaminatore dei social su cui navigano.
Rappresentanti politici e capi di governo: utenti come gli altri? La verità è che internet sta cambiando. Sui social le persone al potere vengono ormai considerate alla stregua di quelle “comuni” e, per tale motivo, sono sottoposte alle stesse identiche regole.

Regole meglio note come Termini di Servizio, che esistono da sempre e che disciplinano i comportamenti da tenere sui social. Appurato il fatto che questi Termini di Servizio non includano limitazioni di carattere ideologico e politico, bensì restrizioni solo per quanto concerne violenza, discriminazione, molestie o illegalità, appare chiara la risposta più razionale all’interrogativo in questione.

Chi altri, se non le stesse piattaforme social, dovrebbe occuparsi di regolamentare le attività dei propri utenti? Insomma, che tu sia Mario Rossi iscritto a Twitter e Facebook o il capo di uno Stato, le tue parole verranno pesate allo stesso modo, e credo sia giusto così.

Se i social fungono da controllori, chi si occuperà di “controllare i controllori”?

Ma quella che all’apparenza potrebbe sembrare una riflessione lineare, tradisce invece un altro dubbio su cui riflettere. Se i social fungono da controllori, chi si occuperà di “controllare i controllori”? La soluzione a questo problema mi è sopraggiunta in maniera così semplice da farla apparire quasi banale: ce ne occuperemo noi. Ci sono molte cose controverse che oggigiorno non possono essere più dette o fatte senza andare incontro al dissenso della società. Basterebbe prestare attenzione alla più casuale delle conversazioni per sentire la celebre espressione “ormai non si può dire e fare più niente!”.

“Ormai non si può dire e fare più niente. Assurdo quello che stiamo diventando”. Ebbene, nonostante sia sostenitrice del fatto che ogni eccesso sia difetto, io credo che dovremmo rallegrarcene. Quell’espressione non è che la testimonianza di quanto la nostra voce, sollevata in difesa di cause importanti o contro episodi da denunciare, sia potente ed efficace. Ma essa è anche la prova inconfutabile di una consapevolezza che non cessa di crescere e di un senso di giustizia che non conosce rivali “fuori portata”.

E quella voce, unita alla consapevolezza e ad un forte spirito critico, funge da sguardo scrutatore e istilla leciti dubbi nella mente di chiunque stia per agire: “quello che sto per fare farà scaturire indignazione? Perderò la stima
dell’opinione pubblica se tratterò quella tematica come ho intenzione di fare?” E che sia genuino o meno, quel tentativo di agire nel giusto produrrà un cambiamento.

Anzi, lo sta già facendo. E ci farà tirare un sospiro di sollievo il fatto che, sì, neanche i potenti social potranno sfuggire mai a quel vigile occhio scrutatore.

Donatella Di Giulio Cesare

Leggi anche: Facebook chiude la pagina sovranista “Il primato nazionale”

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