Il British Museum cancella la parola “Palestina” da alcune didascalie su pressioni di un gruppo legale pro Israele

Il British Museum cancella la parola “Palestina” da alcune didascalie su pressioni di un gruppo legale pro Israele

Nel Regno Unito, il British Museum ha aggiornato alcune didascalie nelle gallerie sul Medio Oriente antico e, in punti specifici, ha cancellato la parola Palestina. Il cambio arriva, secondo la stampa UK, su pressioni di un gruppo legale pro Israele, UK Lawyers for Israel, che ha contestato l’uso retrospettivo del termine. Le modifiche risultano mirate: su alcune mappe compare Canaan in altre la parola Palestinian descent diventa Canaanite descent. Si tratta di censura o accuratezza storica?

British Museum cancella la parola Palestina: cosa è stato cambiato?

Le modifiche descritte dai giornali UK non parlano esplicitamente di una cancellazione totale del termine da tutte le sale ma di interventi mirati su elementi di sala, cioè cartellini e pannelli che guidano il visitatore nella lettura geografica e storica.

Gli esempi citati sono precisi:

  • in alcune mappe dedicate alle regioni culturali dell’antichità, per la fascia del Levante meridionale in un determinato periodo, l’etichetta “Palestine” è stata sostituita con “Canaan”
  • in un pannello nell’area Egitto, la dicitura “of Palestinian descent” è stata cambiata in “Canaanite descent”
  • nei pannelli della galleria sul Levante, una parte del racconto è stata aggiornata per usare terminologie che distinguono meglio epoche e regni, invece di usare un unico nome per secoli diversi

Chi ha chiesto la modifica e perché

Il gruppo citato come origine delle pressioni è UK Lawyers for Israel, una rete di avvocati e solicitor che interviene spesso su temi legati a Israele e all’antisemitismo. Nelle lettere riportate dalla stampa, l’argomento centrale è l’uso retrospettivo di un unico nome, “Palestine”, applicato a una regione “attraverso migliaia di anni”.

Secondo la loro posizione, questa scelta crea un’impressione di continuità che non rispecchia le trasformazioni storiche, e finisce per mettere in ombra passaggi come l’emergere dei regni di Israele e di Giuda. Da qui la richiesta di rivedere le etichette, usando denominazioni più legate al periodo trattato, come Canaan, Israel, Judah o Judea, a seconda della fase storica.

Il museo, sempre secondo quanto riportato dalla stampa britannica, difende l’intervento in due modi:

Primo punto: accuratezza. Un portavoce sostiene che “Palestine” non è sempre un termine “meaningful” quando si descrivono regioni culturali dell’antichità, perché i nomi cambiano con le fonti, con le lingue, con le amministrazioni e con i secoli.

Secondo punto: neutralità. Il museo afferma che in molta ricerca occidentale e mediorientale, dalla fine dell’Ottocento, “Palestine” è stato usato come designazione geografica considerata neutra per l’area meridionale del Levante. Oggi, però, quel termine viene letto spesso come riferimento politico, quindi non produce più lo stesso effetto “neutro” su un pannello museale.

Il museo aggiunge anche un criterio operativo utile per capire il taglio editoriale: quando la mappa mostra confini moderni, usa terminologia ONU, per esempio Gaza, West Bank, Israel e Jordan. Quando serve indicare un’identità in senso culturale o etnografico, può usare “Palestinian” dove è appropriato.

Perché la sostituzione con “Canaan”

La parola sostitutiva, “Canaan”, non è un sinonimo moderno. È un’etichetta storica che rimanda a fonti e periodizzazioni specifiche, soprattutto per la tarda Età del Bronzo e la prima Età del Ferro in quell’area.

La stessa stampa UK ricorda che la regione è stata chiamata in molti modi lungo i secoli:

  • testi antichi usano “Canaan” per fasi molto remote
  • per Israele, un riferimento molto citato è l’iscrizione egizia della stele di Merneptah, spesso collegata a una menzione intorno al XII secolo a.C.
  • Erodoto, nel V secolo a.C., usa “Palestine” in un contesto greco, quindi molto diverso dall’uso moderno
  • in età più recente, “Palestine” diventa un descrittore geografico ampio

Il punto, in chiave museale, è che ogni parola seleziona una lente. “Canaan” porta il visitatore verso una fase precisa e verso un certo vocabolario storiografico. “Palestine” oggi viene letto anche con un peso politico contemporaneo. La contesa nasce qui, sul potere della cornice.

Reazioni pubbliche e accuse di cancellazione simbolica

Il caso non resta confinato alle teche. La stampa UK segnala una petizione con migliaia di firme che chiede al museo di invertire la scelta. La critica è netta: rimuovere “Palestine” da alcuni pannelli viene interpretato come parte di un processo di cancellazione della presenza palestinese dalla memoria pubblica.

Dall’altra parte, chi sostiene la revisione insiste sull’accuratezza storica e sull’evitare etichette percepite come anacronistiche. Il museo si colloca in mezzo, sostenendo che si tratta di una revisione editoriale già avviata, anche tramite feedback e audience research, e che altri cambiamenti arriveranno con il programma di riallestimento di lungo periodo.

British Museum cancella la parola Palestina: è censura?

Nel caso del British Museum che cancella la parola Palestina, la parte difficile è non cadere immediatamente nell’allarme “censura” poiché non è un dato misurabile come una data o un numero. SI tratta di un’etichetta interpretativa: cambia a seconda della definizione che si usa. Se per censura si intende il significato classico, cioè un divieto che impedisce di usare una parola, allora qui non c’è censura.

Se invece per censura si intende un atto istituzionale che rende una parola meno visibile e meno autorevole in un luogo che educa e legittima la memoria, allora la rimozione può essere descritta come censura simbolica o rietichettatura con effetto di esclusione: un museo decide quali termini compaiono sulle mappe e nei pannelli, e quel vocabolario diventa la “versione ufficiale” per molti visitatori. È per questo che la vicenda viene contestata come “erasing”, cioè cancellazione simbolica della presenza palestinese nella narrazione pubblica.

Dunque la scelta del British Museum di cancellare, un parte, la parola Palestina è accettabile?

Lo è se l’obiettivo è evitare anacronismi e usare etichette più precise per periodi specifici. Non è accettabile se l’operazione avviene senza trasparenza metodologica chiara in sala e dopo pressioni esterne, perché allora smette di sembrare solo accuratezza e diventa gestione politica del linguaggio.

Ginevra Leone

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