Il CEO statunitense di TikTok, Adam Presser, ha dichiarato durante un intervento al Congresso Ebraico Mondiale che la nuova policy del social designa la parola sionista come incitamento all’odio. La manovra di censura appare funzionale alla visione del mondo di Larry Ellison, il fondatore di Oracle che oggi ha in mano le chiavi dei dati della piattaforma. Il magnate, vicino a Donald Trump, è l’uomo chiave della corsa americana all’intelligenza artificiale e a capo di un impero mediatico che include la Cbs, ora guidata dalla radicale filoisraeliana Bari Weiss, e Paramount e ha Warner Bros nel mirino. Questo assetto proprietario spiega le restrizioni segnalate dagli utenti anche su altri temi sensibili, come il blocco dei messaggi privati riferiti al caso Epstein.
La dichiarazione di Adam Presser svela il meccanismo tecnico e politico che ha portato alla rimozione massiccia di contenuti sulla piattaforma. Ecco le sue parole testuali:
“Abbiamo apportato una modifica per designare l’uso del termine ‘sionista’ come surrogato di un attributo protetto nell’ambito dell’incitamento all’odio. Quindi, se qualcuno usa il termine — ovviamente lo si può usare nel senso di essere un ‘sionista orgoglioso’ — ma se lo si usa nel contesto di degradare qualcuno, chiamando qualcuno ‘sionista’ come se fosse un nome sporco, allora questo viene designato come incitamento all’odio contro cui moderare. Nel corso del 2024 abbiamo triplicato il numero di account che abbiamo bannato per attività d’odio. Abbiamo anche circa due dozzine di organizzazioni ebraiche che ci forniscono costantemente intelligence e informazioni quando individuano tendenze che violano le regole.” Ecco il video
L’ammissione del CEO chiarisce che l’aumento vertiginoso delle rimozioni non è dovuto a una recrudescenza spontanea dell’odio online, ma a una precisa scelta di policy che delega parte della sorveglianza all’esterno. Il passaggio chiave riguarda le “due dozzine di organizzazioni” che forniscono intelligence: di fatto, TikTok ha aperto un canale privilegiato che permette a gruppi di interesse specifici di influenzare i criteri di moderazione in tempo reale. Il risultato statistico, ovvero il triplicamento dei ban, è la conseguenza matematica di questa ridefinizione che trasforma una critica politica (l’uso non elogiativo del termine sionista) in una violazione sanzionabile al pari del razzismo.
Il caso Epstein: censura nei DM di TikTok, server Oracle e l’ombra di Trump
Intanto, gli utenti hanno segnalato ulteriori restrizioni sulla piattaforma, come il blocco dei messaggi privati contenenti riferimenti a Epstein” il finanziere accusato di crimini sessuali e pedofilia morto in carcere nel 2019. Le segnalazioni sono vere e documentate: a fine gennaio 2026, numerose testate internazionali tra cui NPR e CBS hanno confermato che tentare di inviare la parola nei messaggi diretti (DM) di TikTok faceva scattare un blocco automatico.
La risposta ufficiale, arrivata tramite la divisione USA di TikTok guidata da Adam Presser, ha tentato di minimizzare l’accaduto parlando di errori tecnici:
“Non abbiamo regole contro la condivisione del nome Epstein nei messaggi diretti e stiamo indagando sul perché alcuni utenti stiano riscontrando problemi”.
Tuttavia, la tempistica del presunto glitch, avvenuto subito dopo il passaggio della gestione ai server americani di Oracle, rende la spiegazione poco credibile. Il controllo dell’infrastruttura da parte dell’azienda di Larry Ellison, storico sostenitore di Donald Trump, suggerisce una moderazione politica mirata piuttosto che un errore software, dato che sugli schermi degli utenti l’uso della parola Epstein viene esplicitamente segnalato come “una violazione delle linee guida della community”. Leggi: Chi era davvvero Jeffrey Epstein e il suo potere, molto più profondo di quanto venga raccontato oggi
La giustificazione del guasto tecnico è un classico copione della Silicon Valley, utilizzato regolarmente per coprire interventi di moderazione su temi sensibili o scomodi per gli azionisti.
La vendita forzata di TIkTok USA ad Oracle e l’ombra di Trump
La divisione americana di TikTok è stata venduta sotto la minaccia di un ban definitivo, costringendo la proprietà cinese a cedere gli asset. A beneficiare di questa vendita forzata è stata Oracle, la società tecnologica di Larry Ellison, che nel nuovo assetto controlla il 15% delle quote ma, soprattutto, detiene ora le chiavi per la gestione dei dati e degli algoritmi. Ne scrivemmo qui: TikTok perde l’appello negli Stati Uniti. O vende o sarà vietato negli USA. A meno che Trump…
Il controllo della piattaforma è passato dunque nelle mani di Ellison, un magnate che ha donato oltre 26 milioni di dollari all’organizzazione Friends of the Israel Defense Forces (FIDF), sostenendo basi militari e insediamenti nei territori palestinesi, e ha espresso pubblicamente il suo appoggio al governo Netanyahu.
La manovra di censura di TikTok appare funzionale alla visione del mondo del nuovo azionista, vicino a Donald Trump, uomo chiave della corsa americana all’intelligenza artificiale e a capo di un impero mediatico che include la Cbs (ora guidata dalla radicale filoisraeliana Bari Weiss) e Paramount e ha Warner Bros nel mirino. Dalla Cina agli USA, TikTok restringe notevolmente gli spazi di espressione per gli utenti del social i cui legami con Pechino avevano messo in allarme Washington.
Ginevra Leone
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