Tre anni senza Masha Amini: il silenzio complice della sinistra italiana

Le numerosissime proteste in Iran causate dalla morte di Masha Amini potrebbero cambiare le sorti di un paese che è rimasto arretrato a lungo.

Tre anni fa il nome di Masha Amini era ovunque. I giornali si contendevano l’apertura, le televisioni spalancavano finestre di plastica indignata, i social gridavano con hashtag che sembravano tatuaggi permanenti. “Donna, vita, libertà” era lo slogan da riciclare ovunque, dal palco delle piazze alle copertine patinate. Oggi, terzo anniversario, scorro le homepage e Masha non c’è più. Sparita come un fantasma che non fa più audience. Le redazioni hanno un metabolismo rapido: il sangue di ieri diventa la notizia muffita di oggi, sostituita da droni su Gaza o da gossip travestito da politica estera. Mi chiedo: a chi dà fastidio toccare l’Iran? È un caso che tutto questo silenzio coincida con la guerra tra Israele e Hamas? Io al caso non ci credo.

Tre anni senza Masha Amini: Amnesty e Human Rights Watch gridano nel vuoto

Non è che l’Iran abbia smesso. Al contrario: esecuzioni, arresti, leggi sempre più feroci sul velo, repressione chirurgica contro chiunque osi respirare libertà. Amnesty International e Human Rights Watch hanno numeri, rapporti, testimonianze. Raccontano di studenti paralizzati da colpi di fucile, di donne massacrate per una ciocca ribelle, di famiglie ridotte al silenzio. Di bambine che hanno paura di andare a scuola. Non sono invenzioni, non sono eco lontane: sono fatti. Eppure qui non fanno notizia. Non ci sono più immagini virali, non c’è più la folla che incendia le piazze. Senza immagini, senza piazza, i giornali smettono di indignarsi.

La sinistra italiana e l’arte della sparizione

Ma il buco nero non è solo mediatico. È politico, e puzza. La sinistra italiana, che nel 2022 si spellava le mani e sventolava i capelli sciolti come bandiera, oggi tace. Le femministe che allora urlavano “Donna, vita, libertà”, magari tagliandosi una ciocca di capelli, oggi sembrano aver dimenticato di essere in possesso di corde vocali. I partiti che si dichiaravano paladini dei diritti umani hanno cambiato canale. Non è stanchezza, non è dimenticanza: è convenienza. Criticare l’Iran adesso significa toccare un nervo scoperto, significa andare contro il grande nemico di Israele, significa esporsi all’accusa di fare il gioco del sionismo. E questo, a sinistra, è un suicidio politico.

Hamas, Teheran e l’ipocrisia rossa

Il nodo è lì, sotto gli occhi di tutti: l’Iran è il principale sponsor politico ed economico di Hamas. Soldi, armi, copertura diplomatica. Dire la verità su Teheran significa ammettere che il regime che uccide le donne è lo stesso che finanzia chi bombarda Israele. E allora la sinistra cosa fa? Si infila sotto il tappeto, abbassa lo sguardo, cancella Masha Amini dalla propria agenda. Meglio non parlare, meglio non disturbare, meglio non rischiare di incrinare la narrativa manichea che divide il mondo in oppressori e oppressi. In questo schema, l’Iran deve restare “resistenza”, e le donne iraniane diventano un fastidio.

Il risultato è grottesco: piazze che si infiammano per Gaza, talk show che si accapigliano su Israele, politici che si arrampicano sugli slogan, mentre le donne iraniane vengono lasciate a marcire nell’invisibilità. Non è che non si sappia: i dossier esistono, i numeri ci sono. È che non conviene parlarne. La sinistra preferisce l’indignazione selettiva, a geometria variabile, dove i diritti valgono solo quando non disturbano l’alleato sbagliato. Una forma di ipocrisia così spudorata che non ha nemmeno più bisogno di travestirsi.

Un funerale doppio: Masha Amini e la memoria

Tre anni dopo, Masha Amini è stata uccisa due volte: la prima sotto i colpi della polizia morale iraniana, la seconda sotto il silenzio complice della sinistra italiana. È un funerale doppio, celebrato con il cinismo delle redazioni e la codardia della politica. Il suo nome non è sparito perché irrilevante, ma perché scomodo. È scomodo ricordare che l’Iran reprime le donne mentre finanzia Hamas, soprattutto per chi si definisce progressista ma non osa andare contro chi combatte Israele. È scomodo ammettere che la solidarietà non è universale ma a convenienza.

Dunque la mia domanda è: a chi dà fastidio toccare l’Iran? È un caso che tutto questo silenzio coincida con la guerra tra Israele e Hamas? Io al caso non ci credo.

Giovanni Scafoglio

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