Il perenne stato confusionale di Trump nei confronti di Putin

Il perenne stato confusionale di Trump nei confronti di Putin. Non capisce Putin. Non lo capisce oggi, non lo capirà mai

Donald Trump non capisce Putin. Non lo capisce oggi, non lo capirà domani, non lo capirà mai. Uno è cresciuto leggendo Tolstoj, imparando l’arte degli scacchi e praticando judo. L’altro al massimo sfogliando Playboy e guardando tv spazzatura. È un’incapacità scritta nei suoi natali, nella sua formazione politica fatta di urla da comizio e reality show, nella sua cultura che misura la vita in sondaggi e audience. Putin viene da un’altra galassia: KGB, freddo sovietico, l’arte di aspettare il momento giusto per colpire. Due mondi incompatibili. E quello che sta accadendo in queste ore lo dimostra ancora una volta: Trump annuncia di fare un passo indietro nella mediazione tra Russia e Ucraina.

Quando Putin e Trump si incontrano nel silenzio tra una frase e l’altra, si sente odore di ozono, come prima di un temporale

Putin è l’uomo che fa giocare il tempo contro il nemico, appuntando ogni mossa come in un taccuino invisibile. Trump è il rumore che copre gli strumenti, l’orchestra del caos: applausi registrati, riflettori e slogan. Due alfabeti che non si leggono. Quando si incrociano, l’aria si fa pesante, come nei corridoi di un vecchio palazzo sovietico in cui le lampadine tremano e nessuno sa se è corrente o paura.

Il tycoon americano, che fino a ieri si vendeva come il salvatore capace di fermare la guerra in 24 ore, ora si sfila. “Meglio che Zelensky e Putin si incontrino senza di me, almeno all’inizio” ha detto in un’intervista a Mark Levin. Fonti della Casa Bianca, citate dal Guardian, parlano di un atteggiamento attendista: Trump preferisce guardare dalla panchina, affidando il dossier al senatore Marco Rubio. La sua strategia è l’assenza, la sua leadership è l’ombra.

Il “meglio che si vedano loro prima” non è una fine strategia, è un’uscita di scena col microfono ancora acceso. Lo conferma il quadro che filtra da Washington: l’idea di spostare il baricentro su un incontro diretto Putin-Zelensky nasce più da stanchezza che da visione, e l’affidamento del fascicolo a Rubio fotografa un attendismo che nessuno a Kiev interpreta come forza. Il tavolo resta apparecchiato, ma il cameriere ha abbandonato la sala.

La metafora da football su Truth

Come se non bastasse, su Truth Social ha scelto una metafora da football: “È molto difficile, se non impossibile, vincere una guerra senza attaccare il Paese invasore. È come una squadra con una difesa fantastica ma che non può giocare in attacco. Non c’è possibilità di vincere”. Per Trump la guerra è una partita da stadio, l’Ucraina una squadra mal allenata, Biden un allenatore corrotto che ha impedito l’attacco decisivo. La nuova narrazione è: Questa è una guerra che non sarebbe mai accaduta se fossi stato presidente.

“è molto difficile, se non impossibile, vincere una guerra senza attaccare il Paese invasore. È come una grande squadra che ha una difesa fantastica, ma non può giocare in attacco. Non c’è possibilità di vincere!”. “E così è stato con l’Ucraina e la Russia. Il corrotto e incompetente Joe Biden non ha permesso all’Ucraina di attaccare ma solo di difendersi e come è andata?”

Questo post è la sintesi perfetta della sua logica: o attacchi, o non vinci. È un mondo ridotto a tabelloni luminosi, offensive e difensive, highlight e replay. Ma qui non c’è replay. C’è un confine che sanguina, ci sono infrastrutture colpite e città piene di morti. “Interesting times ahead”, afferma Trump. Per chi? Per i cittadini sotto i blackout o per gli opinionisti in studio? La distanza tra realtà e schermo è tutta lì.

Volodymyr Zelensky non gioca a football

Risponde che un incontro con Putin sarà possibile solo dopo accordi concreti sulle garanzie di sicurezza. Nessuna trattativa a vuoto, nessuna passerella diplomatica per accontentare il teatrino americano. Kiev vuole certezze, non metafore.

Zelensky non baratta forma con sostanza: prima si chiude il perimetro delle garanzie, poi si entra nella stanza. Sedi possibili? Neutrali, purché non ostili. Niente passerelle in Paesi che tifano contro. È un promemoria al mondo: senza uno scudo credibile, un faccia a faccia serve solo a fare foto. L’Ucraina non è una comparsa nella sceneggiatura altrui.

Dal Cremlino Sergej Lavrov rimette in scena il solito copione:

accusa l’Europa di “complotto contro la pace”, boccia ogni garanzia di sicurezza proposta da Bruxelles e rilancia la pretesa di veto sulle future alleanze ucraine. È la voce glaciale di Mosca, che parla la lingua del potere, quella che Trump non ha mai imparato a tradurre.

Mosca alza la posta e chiama “ingerenza” qualunque garanzia occidentale. Chiede un diritto di veto sul dopo-guerra, come se la serratura della casa bombardata dovesse essere scelta dall’incendiario. È la solita semiotica del Cremlino: spostare il perimetro del possibile, poi accusare l’Europa di sabotaggio quando rifiuta il trucco. Nel frattempo volano missili, e il messaggio reale è un altro: niente fretta, la pace può aspettare.

Due forme mentis inconciliabili

Trump pensa in termini di spot, slogan, show televisivi. Putin costruisce strategie su decenni, sposta pedine come un vecchio scacchista sovietico. L’uno ragiona di audience, l’altro di impero. Trump cambia idea in base a un like, Putin non arretra di un centimetro. Per questo non potranno mai capirsi: uno è l’incarnazione della volatilità americana, l’altro della rigidità russa.

Qui l’analogia non è estetica, è strutturale. Putin parla un linguaggio di potere stratificato, fatto di dossier, pressioni lente, linee rosse che diventano muri. Trump è un linguaggio di superficie: accelerazioni, iperboli, il bisogno di dominare il ciclo mediatico delle 24 ore. Il primo costruisce cornici, il secondo le riempie di cartelloni. Metti insieme cornici e cartelloni e ottieni una fiera di provincia, non una conferenza di pace.

Il passo indietro di Trump non è solo un episodio politico: è la dimostrazione vivente della sua incapacità

L’uomo che prometteva di chiudere la guerra in 24 ore si tira indietro quando la scena si fa dura. La sua forma mentis non gli consente di penetrare l’universo mentale di Putin. Due mondi che si guardano senza riconoscersi, due linguaggi che non si incontrano.

Le 24 ore promesse sono evaporate nel primo spiffero di realtà. Oggi resta un doppio strappo: il disallineamento con Kiev, che pretende garanzie tangibili prima di sedersi, e il muro di Mosca, che pretende il controllo del dizionario prima ancora del testo. In mezzo, l’America di Trump che oscilla tra posture e metafore.

La guerra, intanto, non aspetta: aggiorna la mappa, un morto alla volta

Giovanni Scafoglio

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