L’Iran si avvicina a una crisi sistemica che molti analisti paragonano alla Siria. Per le donne, da decenni prigioniere di una teocrazia feroce, potrebbe essere l’unica occasione per riconquistare libertà, dignità e voce. Per quanto sia poco popolare affermarlo, e anche brutale, se l’Iran crolla come la Siria, forse sarà l’unica salvezza per le donne iraniane
Tehran, polveriera che aspetta una scintilla: Se l’Iran crolla come la Siria…
Non è la prima volta che un Paese si piega. Non sarà l’ultima. Eppure c’è qualcosa di diverso nell’aria che si respira oggi a Tehran. Non è solo il vento delle sanzioni, delle minacce israeliane o degli occhi puntati dell’Occidente. È il rancore che cresce. La stanchezza. Il silenzio che pesa più delle urla.
Nel 2022, Mahsa Amini viene uccisa per non aver indossato correttamente il velo. Aveva 22 anni. Il suo nome è diventato una bandiera. Ma non ha smosso il potere. Il potere non si commuove. Il potere, in Iran, ha la barba bianca, la voce lenta e lo sguardo spento. Sopravvive perché reprime.
Oggi molti osservatori iniziano a scriverlo nero su bianco: l’Iran potrebbe crollare. Non per un errore. Non per un attacco. Ma per disfacimento interno, come la Siria.
Federico Rampini lo ha detto chiaramente: siamo davanti a una strategia che mira a erodere l’intero impianto della Repubblica Islamica. Israele non colpisce solo depositi. Colpisce nervi. Equilibri. E anche la paura che tiene insieme i fedeli e gli opportunisti del regime.
Il paragone con la Siria non è retorica
Chi conosce la Siria prima del 2011 ricorda un Paese già fragile. L’Iran di oggi gli somiglia: economia al collasso, giovani senza futuro, un élite arroccata e arrogante.
Secondo The Guardian, le operazioni militari israeliane sembrano orientate a creare una crisi politica prima ancora che nucleare. L’obiettivo non dichiarato? Spezzare la tenuta dell’apparato di potere e innescare un collasso interno.
Il Wall Street Journal conferma che Khamenei appare più isolato che mai. La rete delle Guardie Rivoluzionarie tiene, ma per quanto ancora? L’inflazione supera il 40%, il rial è carta straccia, milioni di giovani vogliono solo andarsene.
Nel frattempo, a morire per strada, a scomparire nelle carceri, a ricevere frustate pubbliche, sono sempre loro: le donne.
Le donne iraniane non possono più aspettare
In Iran, essere donna significa non avere diritti sul proprio corpo, sui propri figli, sui propri vestiti. Il matrimonio può arrivare a 13 anni. Il divorzio è una guerra a perdere. Le denunce per violenze domestiche restano carta morta. Da anni l’Occidente si indigna a intermittenza. Poi dimentica. Ma loro restano lì. Senza voce, senza rifugi, con il velo cucito sulla pelle e lo sguardo che non può più permettersi lacrime.
Masih Alinejad, rifugiata negli Stati Uniti, ha dichiarato al New York Times: “Senza pressione internazionale, il regime non cadrà mai. Nessuna rivoluzione è possibile da sole”. Ha ragione. In Iran, la teocrazia ha costruito una macchina perfetta. Religione, Stato, polizia, tribunali: tutto serve a controllare le donne. L’unico modo per spezzare il meccanismo è distruggerlo.
Un crollo è l’unica alternativa?
Non c’è romanticismo nel disfacimento di un Paese. Lo sanno bene i siriani. Un Paese che esplode trascina con sé innocenti, città, ospedali, famiglie. Ma in Iran la morte è già presente. Silenziosa, quotidiana, codificata. Secondo il Council on Foreign Relations, un’implosione dell’apparato iraniano non è solo possibile: è probabile. Le sanzioni lavorano come erosione continua. Le operazioni israeliane mirano a colpire non solo infrastrutture, ma simboli.
Se l’Iran dovesse cedere, sarebbe un dramma geopolitico. Ma per milioni di donne potrebbe essere l’inizio di una realtà diversa. Non migliore per forza. Ma diversa. E da qualche parte bisogna pur ricominciare.
Quale futuro dopo la teocrazia?
C’è chi teme un’altra Siria, con rifugiati, milizie, califfati. È una paura legittima. Ma chi vive sotto il tallone della teocrazia non ha più nulla da perdere. In quarant’anni non c’è stata riforma, apertura, dialogo. Solo repressione. L’ipotesi di una transizione caotica non può giustificare l’inazione. Lo ha scritto anche Foreign Policy: ogni giorno in cui il regime sopravvive, è un giorno in più di oppressione sistemica.
Il velo obbligatorio, le condanne a morte per apostasia, la segregazione universitaria, le esecuzioni pubbliche: tutto questo è quotidiano, non eccezionale. Se il regime dovesse cadere, sarà anche per merito di quelle ragazze che hanno urlato in piazza, pur sapendo che non sarebbero tornate a casa.
Il tempo delle scelte
Nessuno auspica guerre civili. Nessuno celebra il caos. Ma l’idea che il collasso dell’Iran possa essere una tragedia assoluta è una visione comoda, occidentale, ipocrita. Per le donne iraniane, la Repubblica Islamica non è una nazione. È una prigione. Se la prigione cade, anche nel rumore, anche nel fango, c’è speranza. E chi non l’ha vissuto, il fango, dovrebbe almeno avere il pudore di non giudicare.
Resta una domanda, scomoda ma inevitabile. Perché tanta parte del dibattito internazionale sui diritti delle donne sembra dimenticare sistematicamente quelle che, come le iraniane, pagano con il corpo e con la libertà ogni piccolo gesto di dissenso?
Le manifestazioni di solidarietà sono spesso selettive. Si mobilitano risorse, parole, campagne, ma raramente si alza la voce quando a subire l’oppressione sono donne che vivono in regimi dove l’ideologia religiosa controlla ogni aspetto dell’esistenza.
Forse per prudenza geopolitica. Forse per timore di incrinare equilibri delicati. O forse, più semplicemente, perché alcune battaglie risultano meno comode di altre. Ma la dignità non è mai una questione di contesto. La libertà non si difende a geometria variabile.
Nel silenzio che circonda il destino delle donne iraniane, c’è una lezione che chi si batte per i diritti dovrebbe ascoltare: nessuna causa è davvero giusta se dimentica chi non può nemmeno parlare.
Ginevra Leone
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