Guardare il Festival di Sanremo per la musica è come guardare un porno per i dialoghi

Guardare il Festival di Sanremo per la musica è come guardare un porno per i dialoghi da Elettra Lamborghini a Fedez passando da Gassmann

Sgomberiamo il campo da ogni dubbio: guardare il Festival di Sanremo per la musica è l’esatto equivalente clinico di guardare un film porno per i dialoghi. Da questa incrollabile filosofia è sempre partito il mio approccio al tritacarne dell’Ariston. Stasera, come ogni anno, l’audio della diretta Rai comincerà a scartavetrarmi le sinapsi mentre sedicenti note basse gocciolerano dal soffitto come melassa scura piena di diabete. Al centro di questo pantano di frequenze piallate troneggerà il Mago del Microonde. Carlo Conti non presenta. riscalda pietanze dimenticate in frigorifero. Tre minuti netti e te le serve tiepide. Conti ha scelto i Big con lo stesso criterio con cui si sceglie il colore delle pareti di una sala d’attesa: un beige che non disturba, ma che non ricorda nessuno. In quest’aria satura di formaldeide e nevrosi catodica, l’effetto “Tale e Quale” aleggia già come una mannaia. Voci di corridoio mi dicono che hanno dovuto schiavizzare un tecnico in regia, pagato in Xanax, addetto esclusivamente a pompare il bilanciamento dei neri ogni volta che il presentatore si avvicierà a un cantautore indie pallido come la morte. Vabbè. Mi verso tre dita di gin e fisso lo schermo del resto è un gioco dove i primi a divertirsi, non tutti eh, sono gli artisti in gara, ci son stato tante volte da quelle parti da giovane… atri tempi.sperando che neanche questa vota non si materializzi un buco nero punitivo per ingoiarci tutti.

Sanremo: Il massacro del frullatore sonico

La sala stampa a gennaio, in occasione dei pre ascolti, mi dicono, puzzava di disperazione e caffè bruciato. I pre-ascolti sono una maledetta trincea. Le casse monitor vomitavano scorie radioattive direttamente nella corteccia prefrontale dei malcapitati. Elettra Lamborghini ha sganciato addosso Voilà. La quota trash, di cui Elettra è una divertita, consapevole, portatrice non è solo garantita, è la struttura portante dell’intero ecosistema. Leo Gassmann canta la natura, ma il master di questa traccia è chimicamente instabile. Suona sintetica come un maglione di acrilico comprato in un autogrill. È il classico pezzo strutturato talmente male che la tua memoria a breve termine lo formatta prima ancora che finisca l’intro. Samurai Jay e Luché firmano un vero e proprio atto di terrorismo acustico, l’abuso di pitch correction qui rasenta il codice penale. L’autotune è settato con una retune speed a zero che pialla via dal mix ogni singola parvenza di DNA umano. Sembra di ascoltare due robot difettosi che litigano a coltellate dentro un tubo di scarico

Il punk a Sanremo

Le Bambole di Pezza ci hanno provato. Volevano portare la rivoluzione sul palco. Hanno portato la recita di fine anno di una scuola media occupata. La distorsione sulle chitarre è un fuzz digitale zanzaroso e imbarazzante. Rumore bianco condito con paillettes a buon mercato e zero rabbia. Nessuna botta reale sul rullante. Solo estetica da discount. Le Bambole di Pezza hanno portato il punk a Sanremo come io porto la dieta a un buffet di nozze. Per salvarsi da questo scempio genetico, il presentatore ha dovuto aprire i sarcofagi. Parliamo del ritorno dei “Vecchi”. Conti ha riesumato artisti in gara che hanno letteralmente festeggiato la nascita del telecomando a infrarossi. Perché li ha chiamati? Perché In questo circo di androidi stonati, i vecchi sono gli unici che sanno ancora come cazzo si tiene in mano un microfono senza farlo cadere a terra. Mentre scrivo il mio fegato sta chiedendo pietà. Del resto se dobbiamo contare su Enrico Nigiotti che Scrive canzoni d’amore con l’originalità di un generatore automatico di frasi per i Baci Perugina scaduti o Rose Villain che nel tentativo di essere dark sembra una con i vestiti di Mercoledì Addams che ha sbagliato candeggio? Siamo seri su.

Cattelan e la chimica del foglio Excel

Alessandro Cattelan infesterà il palco. L’eterno giovane della TV italiana. A 45 anni suonati ce lo spacciano ancora come la dirompente novità. Appena l’ho scoperto l’aria intorno a me si è sterilizzata all’istante. Asettica. Il suo ritmo comico rimbalza a vuoto come un disco rotto. Scommettiamo che farà tre battute in un inglese sincopato che capiranno esclusivamente lui e sua moglie? Una sitcom chiusa a tenuta stagna. Parliamo della co-conduzione. L’incontro tra l’abbronzatura divoratrice di luce di Conti e l’energia da start-upper di Cattelan promette la stessa fottuta scintilla erotica che c’è tra un foglio Excel e un PDF protetto da password.

Sanremo 2026: detersivi e fiori rubati

Continuo a scrivere per pura forza di inerzia sorretto da litri di caffè, preludio agghiacciante delle ore che ci aspettano. Sanremo 2026 ci vomiterù addosso 30 canzoni. PERCHE? Trenta tracce masterizzate in serie per massacrare il nostro ritmo circadiano. l’unica canzone che meriterebbe di vincere sarà quella capace di durare meno di tre minuti netti, così possiamo finalmente andare a dormire. Continuo a farmi del male soffermandomi su una parola: Emozione. La pronunciano in continuazione. Le frequenze medie di questo termine mi trapanano letteralmente il nervo ottico ogni volta che escono dalla bocca di un artista. Se stasera nessuno pronuncerà la parola “emozione”, giuro sul mio fegato spappolato che prendo la macchina, vado a Sanremo e rubo a mani nude tutti i fiori sul palco. Uno a uno. Amici della polizia, state sereni, non accadrà.

Allora perché guarderò Sanremo?

So già che laggiù non c’è nessun Paradiso ad attenderci, solo un esercito di Bambole di Pezza manovrate da Samurai del trash armati di autotune pronti a decapitare la nostra intelligenza. È un fottuto Male necessario. Siamo un branco sterminato di benpensati in crisi d’astinenza. Un paese intero che da un mese finge la nausea, sputa bile, fa a gara sui social a chi disprezza di più la geriatria catodica. Poi scende la notte, l’aria diventa elettrica e, Voilà, scatta il miracolo oscuro. Come per magia i finti cinici, I romantici indignati, tutti barricati nei salotti buoni. Anche voi che mi leggete, stasera calerete le tapparelle a doppia mandata per non farvi scoprire dai vicini. Vi inietterete lo showi direttamente nel nervo ottico, raschiando il fondo del televisore con le unghie. Tutti lo odiano. Tutti lo guardano. Dunque perché guarderò Sanremo? Semplice. Perché farmi riassumere questa macelleria domattina al bar, raccontata da gente che scambia la distorsione armonica per talento, mi farebbe letteralmente esplodere la milza. Devo guardare il mostro negli occhi. Non posso delegare l’orrore. Verso altre tre dita di gin, è ora, il microonde sta per fare “ding”.

Giovanni Scafoglio

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