Dieci anni senza David Bowie, il vuoto che ha lasciato ha una massa fisica, pesante come un pianeta collassato. Mentre scrivo, il calendario segna 2026, ma la mia mente è risucchiata indietro, trascinata a forza al 10 luglio 1997, tra le carcasse industriali dell’Italsider di Bagnoli. Napoli bolliva, l’aria era una zuppa di umidità e ruggine, e noi eravamo lì ad aspettare l’alieno. Ricordo distintamente gli addetti stampa della casa discografica, sudati e in preda all’isteria, che ci ripetevano come un mantra nevrotico: “Non chiamatelo più Duca Bianco, quel periodo è chiuso, dimenticatelo”. L’universo, che ha un senso dell’umorismo crudele, rispose pochi istanti dopo. Lo incrociai nel backstage. Era vestito di un bianco immacolato, un taglio di luce accecante contro il grigiore dell’acciaio morto. Non mi vide. Eppure era davanti a me. Mi attraversò come un’antica divinità che passeggia tra le formiche, algido ed etereo come il John Blaylock di Miriam si sveglia a mezzanotte. In quel momento capii che le etichette umane non si attaccavano alla sua pelle. Oggi, per onorare quel fantasma che ancora aleggia tra noi grazie alla magia della musica, ti racconterò le sue dieci canzoni più iconiche. Almeno per me.
Le mie dieci canzoni iconiche di David Bowie
Space Oddity – David Bowie, 1969
Ascoltare questo pezzo oggi fa l’effetto di trovare un giocattolo radioattivo in una culla. È un valzer funebre travestito da ninna nanna acustica. La produzione di Gus Dudgeon compie un miracolo di ingegneria emotiva. Ci vende l’angoscia esistenziale impacchettata come una hit da classifica. Sentite la chitarra a dodici corde. Gratta via la vernice della realtà. Poi arriva quel dannato Stylophone. Un synth giocattolo che emette il ronzio di una zanzara cibernetica. È il suono fisico della solitudine. Bisogna riconoscere un senso dell’umorismo nerissimo ai produttori della BBC. Nel luglio del 1969 scelsero proprio questa traccia per la diretta dell’allunaggio. Il mondo celebrava il trionfo tecnologico. La TV trasmetteva la storia di un astronauta che si lascia morire nel vuoto. Bowie deve aver riso di gusto incassando l’assegno. L’umanità era troppo distratta per capire che l’inno in sottofondo era un suicidio spaziale.
Life on Mars? – David Bowie, 1971
Il pianoforte di Rick Wakeman è una cascata di schegge di vetro che ti taglia la faccia prima ancora che Bowie apra bocca. L’arrangiamento degli archi di Mick Ronson è un capolavoro di aggressione sonora. I violini si gonfiano come una marea tossica pronta a soffocare il ritornello. Tecnicamente il mix è denso e soffocante. Simula perfettamente la claustrofobia della protagonista. La voce di David sale in un falsetto che sembra graffiare il soffitto del cielo. Tutta questa grandezza nasce da un rifiuto. Anni prima fu assegnato a Bowie il compito di trovare un adattamento in inglese della canzone “Comme d’abitude”. Bowie compose la canzone intitolandola “Even a fool learns to love”, Quando anche uno sciocco impara ad amare, con protagonista un clown e ispirandosi alla sua nuova fidanzata Hermione. Sfortunatamente la canzone si discostava troppo dall’originale e perciò fu scartata. Paul Anka, che si trovava in Francia, ascoltò la canzone in TV, se ne innamorò e si attivò per acquistare i diritti di adattamento. Li pagò un dollaro e, pensando a Frank Sinatra, compose “My Way”. Bowie consumato dall’invidia e dalla rabbia. Scrisse Life on Mars? come una parodia contorta dell’inno di Sinatra, per farlo Bowie utilizzò le prime sette battute di “My Way”.
Heroes – David Bowie, 1977
Heroes è il pezzo centrale della cosiddetta “trilogia berlinese”. Scritta e registrata durante il suo soggiorno a Berlino Ovest, la traccia è costruita su un feedback di Robert Fripp che più che una chitarra sembra una sirena antiaerea rallentata. La produzione di Tony Visconti compie un atto di bullismo acustico geniale: tre microfoni piazzati lungo il corridoio e attivati dai “gate” solo quando l’urlo di David satura l’aria. La canzone celebra la resistenza, la speranza e l’amore che supera le barriere, ispirata da una coppia che si baciava vicino al muro di Berlino sotto lo sguardo delle torrette. Con il suo crescendo epico e l’intensa interpretazione vocale, che passa dal crooning stanco all’urlo disperato, Heroes è diventata un inno universale di lotta e perseveranza. Ah dimenticavo, quella coppia iconica che ha ispirato il brano non erano composta da eroi romantici, ma dallo stesso produttore Visconti che consumava un adulterio con la corista Antonia Maaß. Ed ecco che abbiamo trasformato una scappatella in pausa pranzo in una icona pop.
Changes – David Bowie, 1971
Changes apre l’album Hunky Dory come un manifesto programmatico mascherato da pop da cabaret. Il pianoforte martellante è un avvertimento . Bowie sta dicendo addio alla sua stessa identità prima ancora di averne definita una stabile. La struttura musicale è un inganno: strofe che sembrano scritte per un crooner decaduto si schiantano contro un ritornello che balbetta (“Ch-ch-ch-changes”) come una mitragliatrice inceppata. Il testo è un attacco frontale alla critica rock che cerca di catalogarlo e un invito a una generazione intera a sputare in faccia ai propri genitori. Musicalmente è un incubo per i puristi: c’è il pop, c’è il glam, c’è persino un sassofono suonato da Bowie stesso che gratta il fondo del mix. Più che una canzone sulla metamorfosi è una minaccia: adattatevi o estinguetevi.
Let’s Dance – David Bowie, 1983
È il momento esatto in cui l’alieno decide di diventare un prodotto da supermercato di lusso. La produzione di Nile Rodgers è talmente lucida che ci si può specchiare dentro. Toglie ogni ambiguità artistica per lasciare spazio solo a un groove di basso che è una macchina stampa-soldi. L’elemento di disturbo è Stevie Ray Vaughan. Mettere un chitarrista blues texano sporco e sudato dentro una traccia dance sintetica è un paradosso che solo Bowie poteva immaginare. La chitarra è un gattaccio nero che soffia contro la perfezione patinata del ritmo. Il testo è l’ennesima trappola. Dietro l’invito edonistico a indossare le scarpe rosse c’è l’eco della favola di Andersen, dove la protagonista è condannata a ballare fino alla morte o all’amputazione.
Starman – David Bowie, 1972
Starman è una delle canzoni che definiscono l’era di Ziggy Stardust, il celebre alter ego di David Bowie. Il brano racconta la storia di un messaggero alieno che arriva sulla Terra per portare un messaggio di speranza ai giovani. Ma attenzione, non è una speranza innocua: è un segnale di attivazione per le cellule dormienti della noia suburbana. Musicalmente, il pezzo è costruito su un furto geniale: l’ottava del ritornello scimmiotta “Over the Rainbow”, trasformando il sogno di Dorothy in una trasmissione radiofonica interstellare. La chitarra acustica e il pianoforte battono un codice morse che entra sottopelle, mentre l’arrangiamento degli archi di Mick Ronson solleva fisicamente l’ascoltatore. Con il suo ritornello evocativo e il testo pieno di immagini spaziali, Starman cattura lo spirito del glam rock e della rivoluzione culturale degli anni ’70, rendendo Bowie una vera icona generazionale.
Under Pressure – Queen & David Bowie, 1981
Più che una collaborazione, uno scontro tra titani in un seminterrato svizzero. Nata da una jam session alimentata da vino e ego smisurati a Montreux, la traccia è un miracolo di tensione irrisolta. Il giro di basso di John Deacon è di una semplicità offensiva, due note che reggono tutto il peso del brano e che anni dopo verranno scippate senza vergogna da Vanilla Ice. Quel giro di basso è lo scheletro su cui due mostri sacri si danno battaglia per il predominio sonoro. Freddie Mercury usa la voce come uno strumento operistico mentre Bowie si insinua nelle frequenze, sinistro e teatrale, per poi esplodere nel finale. Il testo affronta il terrore della vita moderna con una sincerità disarmante, culminando in un finale che in bocca a chiunque altro risulterebbe retorico e patetico. Ma non per quei due.
Fame – David Bowie, 1975
Nata dalla paranoia chimica e dal disprezzo per l’industria discografica, questa traccia è il funk più velenoso mai arrivato in cima alle classifiche. Il riff di Carlos Alomar non è orecchiabile, è spigoloso, un meccanismo che si inceppa e riparte, tagliando l’aria come un rasoio arrugginito. John Lennon è presente, ma non aspettatevi armonie celestiali: il suo contributo è ridotto a urla in falsetto e respiri pesanti che infestano il background come un poltergeist nello studio. Il testo è un attacco frontale ai manager sanguisughe, sputato con un’eleganza gelida. La produzione “Plastic Soul” qui perde ogni calore umano per diventare metallica e minacciosa. Il finale, con la voce di Bowie che viene pitchata verso il basso fino a diventare un grugnito incomprensibile, è la rappresentazione sonora perfetta della celebrità: inizi come una stella e finisci come un mostro che affoga nel suo stesso ego. L’ironia della sorte: questa invettiva contro il successo regalò a Bowie il suo primo numero uno in America.
I’m Afraid of Americans – David Bowie, 1997
I’m Afraid of Americans è il suono di un uomo elegante intrappolato in un frullatore industriale gestito da Trent Reznor. Originariamente una traccia banale, è stata smembrata e ricostruita dal leader dei Nine Inch Nails fino a diventare un mostro di paranoia cibernetica. Il beat zoppica con violenza meccanica, un loop sincopato che simula l’aritmia cardiaca di chi ha bevuto troppa caffeina a buon mercato. La voce di Bowie è bassa, tremolante, un sussurro schizofrenico che cerca di farsi strada tra muri di chitarre distorte che suonano come sirene della polizia in avvicinamento. Il testo è una satira feroce e terrorizzata dell’imperialismo culturale: “Johnny” non è una persona, è il consumatore lobotomizzato universale che vuole una macchina e una pistola, esportando la propria mediocrità come un virus globale. Nel video, Bowie corre tra le strade di New York inseguito da un Reznor psicotico, metafora perfetta di un’Europa vecchia e stanca braccata dalla follia armata del Nuovo Mondo. È l’incubo di vedere il Louvre trasformato in un Walmart. Dio quanto ci aveva visto lontano.
Blackstar – David Bowie, 2016
Pubblicata pochi giorni prima della morte di Bowie, Blackstar è una canzone densa di simbolismo e mistero che suona come una liturgia aliena celebrata in una corsia d’ospedale. Il brano fa parte dell’omonimo album, considerato il suo testamento artistico, e affronta temi come la mortalità e la spiritualità con una lucidità terrificante. Musicalmente sperimentale, mescola jazz, rock e influenze elettroniche, ma dimenticatevi lo swing: qui la sezione ritmica inciampa, balbetta, imita il panico di un cuore che sta per cedere. Il sassofono di Donny McCaslin non suona melodie, emette lamenti strozzati che graffiano la produzione cupa e cavernosa. A metà brano la struttura collassa su se stessa, aprendosi in una sezione melodica che sembra una preghiera allucinata (“In the villa of Ormen”), per poi rituffarsi nel buio. Dimostrando ancora una volta l’infinita capacità di Bowie di innovare e sorprendere fino all’ultimo, l’artista ha trasformato la sua stessa decadenza fisica in un’opera d’arte curata al millimetro. Non stava solo cantando una canzone, stava dirigendo la regia del suo funerale mentre era ancora vivo.
Se il Duca Bianco o la Stella Nera si materializzasse oggi tra Bruxelles e Washington, si aggiusterebbe il bavero della giacca e, con un sospiro gelido, ci chiederebbe: Where Are We Now?
Guardando questa Europa che invecchia male, capirebbe che siamo passati dalla grandezza a Ashes to Ashes, polvere burocratica senza più sogni. Ma è volgendo lo sguardo a Ovest, verso il ritorno del tycoon iper abbronzato, che la sua profezia si compirebbe. Quell’uomo non è un presidente, è The Man Who Sold the World al miglior offerente televisivo. Siamo intrappolati in un’epoca di Scary Monsters (and Super Creeps), schiacciati Under Pressure tra un passato che non passa e un futuro che fa paura. David aveva ragione a tremare: oggi più che mai, I’m Afraid of Americans.
L’unica opzione logica? Risalire sull’astronave, chiudere il portellone e chiedere al pilota se c’è ancora Life on Mars?. Perché qui giù, lo spettacolo è finito.
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