Due uomini in giacca e cravatta si stringono la mano in un piazzale di Burbank, uno è avvolto dalle fiamme. Dentro quello scatto di Aubrey “Po” Powell per la copertina di Wish You Were Here c’è già tutto: la paura di bruciarsi nel mondo dello show business, la finzione educata della stretta di mano, il sospetto che dietro il sorriso ci sia sempre qualcuno pronto a darti fuoco. E’ il 1975 ed i Pink Floyd decidono di trasformare l’assenza in un atto d’accusa contro la macchina che li ha resi intoccabili. L’album tiene insieme una elegia per Syd Barrett, il “diamante folle” espulso dal gruppo e mai davvero uscito dalla loro testa; una radiografia spietata dell’industria musicale; claustrofobia programmata e un manuale di cinismo in musica. Mezzo secolo dopo, critici e riviste lo raccontano come uno dei vertici del rock degli anni Settanta, un disco che continua a risuonare per la sua miscela di ferita privata e denuncia pubblica, al punto da generare poesie, documentari, ristampe monumentali e celebrazioni ufficiali per il cinquantesimo anniversario.
Wish You Were Here dei Pink Floyd compie 50 anni
Shine On You Crazy Diamond
Shine On You Crazy Diamond apre l’album come un requiem elettrico: prima il respiro sospeso dei bicchieri, poi quattro note di chitarra che inchiodano il tempo. È una elegia per Syd Barrett, il “diamante folle” incastrato tra infanzia e celebrità, trasformato in mito e ferita insieme. Il pezzo cresce a strati, uno strumento alla volta, fino a diventare una stanza sonora dove la band saluta il suo fantasma senza indulgenza, con la lucidità di chi sa quanto costa bruciarsi. In queste parti iniziali c’è già tutto Wish You Were Here: la nostalgia che graffia, l’ombra dell’industria sullo sfondo, la consapevolezza che alcune assenze non smettono di suonare.
Per Shine On You Crazy Diamond i Pink Floyd partirono da un esperimento: registrare il suono di bicchieri di vetro (riempiti con diverse quantità d’acqua) sfregati con le dita. Quel materiale, nato dal progetto abortito Household Objects, è stato poi montato e suonato come se fosse una tastiera: ogni bicchiere corrisponde a una nota.
Welcome To The Machine è la porta blindata del disco
Chiude fuori l’aria. Il brano è costruito su un giro acustico minimale che viene subito inghiottito da synth, rumori meccanici, pulsazioni elettroniche. Sembra di salire su un ascensore che procede insesorabilmente in discesa. Il testo è Roger Waters in purezza: “Welcome my son, welcome to the machine”. Non è fantascienza, è il manuale d’ingresso nell’industria musicale. Ti dicono che hanno sempre saputo cosa avresti fatto, che ogni tua scelta è già stata prevista, che il tuo talento è un ingranaggio tra gli altri. Il canto sembra arrivare da dentro un impianto di ventilazione, compressa e distante, mentre la musica insiste su una sensazione sola: claustrofobia. Welcome To The Machine è il momento in cui il disco smette di parlare solo di un amico perduto e mostra il vero antagonista della storia: il sistema che trasforma chiunque in prodotto.
Have A Cigar
La risata amara dell’album. Dopo la macchina asfissiante entra in scena il dirigente discografico, con il sorriso stampato sul viso e il portafogli rigonfio e aperto. La voce è di Roy Harper: scelta perfetta, perché sembra davvero il cinico esterno che arriva, si siede e recita la parte del professionista che “sa come vanno le cose”. Il testo è un catalogo di frasi fatte dell’industria musicale: promesse, adulazioni, proiezioni di successo infinito. In mezzo, la battuta più famosa: “Oh, by the way, which one’s Pink?”. Lapsus rivelatore: chi maneggia i contratti non sa neanche chi abbia davanti, vede solo il marchio, il logo, il potenziale incasso. Musicalmente è il brano più terrestre del disco: groove rock teso, punte quasi funk, chitarra e tastiere che sembrano godere nel sporcare il suono. Have A Cigar mostra il lato più volgare del patto tra artista e sistema.
Wish You Were Here
Wish You Were Here arriva come una porta che si apre di colpo. Prima il fruscio della radio, frammenti di altri suoni, poi la chitarra acustica che entra con un giro talmente semplice da sembrare sempre esistito. Nessun effetto speciale: voce, corde, poche note di acustica a rispondere.
Il testo è una dissezione quieta dell’assenza. Domande in apparenza innocue. Sai riconoscere un cielo sereno da un freddo sorriso di circostanza? Non serve nominare nessuno: il rimpianto, e il rimorso, si allarga fino a diventare la storia di chiunque abbia perso qualcosa lungo la strada.
Dentro il disco questa traccia è il centro nervoso. Tiene insieme il lutto per Syd Barrett, la stanchezza verso l’industria e il senso di estraneità che attraversa tutto l’album. Per questo, mezzo secolo dopo, continua a funzionare sia come confessione intima sia come canto collettivo: una frase sola, ostinata, a reggere tutto il peso del resto. Vorrei che fossi qui.
Shine On You Crazy Diamond (Pts. 6-9)
La suite torna in coda al disco come un cerchio che si chiude. Le ultime parti di Shine On You Crazy Diamond riprendono il tema iniziale e lo portano da un’altra parte: il clima è meno elegiaco, più crepuscolare. I synth di Wright e la chitarra di Gilmour lavorano per sottrazione, allungano le frasi, lasciano spazio ai vuoti. L’omaggio a Syd Barrett non è più invocazione, è commiato. Il motivo principale riaffiora, riconoscibile, ma sembra arrivare da più lontano, come se la band accettasse finalmente la distanza. La sezione centrale lascia filtrare venature quasi funk e passaggi più oscuri, poi tutto scivola verso una dissolvenza lenta, quasi testarda.
Shine On You Crazy Diamond (Pts. 6-9) ribadisce l’unico punto davvero importante: tutta la struttura di Wish You Were Here ruota attorno a questa figura assente. Quando l’ultima nota svanisce, il disco chiude un dialogo che la band ha provato a tenere aperto finché è stato possibile.
Per i 50 anni di Wish You Were Here dei Pink Floyd ecco l’immancabile cofanetto commemorativo
L’edizione per i 50 anni di Wish You Were Here porta l’album del 1975 in un nuovo mix Dolby Atmos curato da James Guthrie, affiancato sul Blu-ray dai mix 5.1, stereo originale e quad. A questo aggiunge 25 bonus track, fra cui nove rarità da studio e sei inediti come i demo di The Machine Song, le varie versioni di Wish You Were Here, Wine Glasses e il nuovo mix completo di Shine On You Crazy Diamond Pts. 1-9, più 16 brani live dal concerto alla Los Angeles Sports Arena del 1975 registrato da Mike Millard e restaurato da Steven Wilson. Il tutto esce in digitale, 2CD, 3LP, Blu-ray con anche i filmati del tour 1975 e un cofanetto deluxe che somma i formati, aggiunge il live a Wembley 1974, il 7” giapponese di Have A Cigar, un libro fotografico, un comic book e il poster di Knebworth. Intorno girano i pop-up store di Londra, Los Angeles, Barcellona, Parigi, Berlino e Milano, dove arriva anche un vinile bianco esclusivo, la fanzine speciale Brain Damage e, sul fronte extra, la Dear Pink Floyd Experience online e l’ascolto in alta fedeltà all’Auditorium di Roma dedicato alla rimasterizzazione 2025.
Questa edizione del cinquantenario di Wish You Were Here trasforma un disco del 1975 in un piccolo romanzo circolare
I nastri di studio tirati fuori dai cassetti, il bootleg di Mike Millard promosso a reliquia, i vinili trasparenti e bianchi schierati come ostie laiche nei pop up store, le immagini di Hipgnosis che continuano a bruciare mezzo secolo dopo. Nei negozi temporanei e nelle sale d’ascolto sembra di vedere Syd Barrett che attraversa in silenzio le file di cofanetti, curioso e distratto, mentre la macchina del catalogo lucida il suo fantasma e lo rimette in vetrina ancora una volta. Tutto questo per dire che l’assenza continua a fare cassa, che la ferita suona ancora bene, che il diamante folle brilla meglio se illuminato dai led dei nuovi impianti.
Nota dell’autore: Il 5 giugno 1975 Roger Keith “Syd” Barrett entrò in sala di registrazione mentre i Pink Floyd stavano provando Shine On You Crazy Diamond
Gli Abbey Road Studios quel giorno erano un acquario sotto luce fredda: la band chiusa dentro, il passato che bussa alla porta con la faccia gonfia e rasata di un ex profeta psichedelico. Che motivo aveva di andare lì quel giorno? No, la musica non c’entra. Quella era evaporata nel 1972, insieme agli ultimi scampoli di lucidità. Era lì per i suoi ex compagni di band? Probabile. O forse era solo uno di quei giorni in cui il destino si diverte a far incrociare linee che dovrebbero restare separate.
Lui dietro il vetro, loro che suonano il suo requiem senza sapere che il destinatario è già entrato in stanza. Quando lo riconobbero e gli fecero ascoltare il pezzo, Syd disse che “suonava un po’ vecchio”. Lucida, amara ironia della sorte. i Pink Floyd erano vecchi di sette anni (un’eternità per una rock band), ma la fonte di quelle emozioni ne aveva solo 29 ed era lì davanti a loro, ingombrante come un fantasma in carne e ossa.
Ecco, a me piace pensare che questo meraviglioso album sia un viaggio nella mente di Syd Barrett, con i Pink Floyd costretti a guardare dentro un labirinto che li ha generati e quasi distrutti.
Un saluto spezzato in due metà, tra rimorso e rimpianto. Una conversazione impossibile inchiodata 5 volte, per sempre, a una croce fatta di vinile.
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