Il vero significato di Hallelujah di Cohen: tra adulterio e preghiera e perché non andrebbe mai cantata in Chiesa

Tra orgasmo adulterio e preghiera: il significato di Hallelujah e perché il capolavoro di Leonard Cohen non andrebbe mai cantato in chiesa

E’ una delle canzoni più ascoltate a Natale. La sentiamo alla radio, nei concerti, e la sua eco giunge persino nelle cattedrali e in Vaticano. L’istinto dell’uomo cerca il sacro, e così abbiamo legato questa parola alla Notte Santa a Betlemme, conferendole un valore liturgico che in realtà non ha perché “Halleluja” è una parola che tocca le corde giuste: richiama sentimentalmente l’immagine fisica dei pastori all’aperto, con gli angeli in cielo che cantano illuminati dalla stella cometa. Vediamo la capanna, Giuseppe, Maria, il bambinello, l’asino e il bue nella mangiatoia, mentre i Re Magi arrivano carichi di speranza. È, indubbiamente, una delle immagini più belle e potenti della tradizione cristiana. Eppure, ogni Natale mi rendo sempre più conto che cantanti, grandi cantanti, cantanti da strapazzo, cori gospel che si sbracciano e chierichetti in estasi, mentre si esaltano gonfiando petto e polmoni, in verità non abbiano la minima idea del significato delle meravigliose parole scritte da Leonard Cohen e di cosa cazzo stiano cantando.

Il vero significato di Hallelujah, lGenesi travagliata e lo scetticismo dei discografici

Prima di tutto devi toglierti dalla testa l’immagine del presepe e delle luci colorate. Qui stiamo parlando di un corpo a corpo con la Torah, il testo sacro fondamentale dell’ebraismo. Cohen cresciuto in una famiglia ebraica ortodossa a Montréal, mantenne un forte legame con la sua identità ebraica per tutta la vita, non cercava una melodia facile per le feste, ma un significato brutale della parola ebraica che unisce la preghiera al nome di Dio. È stata un’ossessione lunga anni.

Devi immaginarti la scena per capire davvero. Non c’è nulla di romantico. Leonard Cohen è rinchiuso nella stanza del Royalton Hotel di New York. È in mutande, seduto sul tappeto consunto. La stanza è piena di quaderni aperti, fogli strappati, cancellature. Per tirare fuori questa canzone non gli sono bastati giorni o settimane. Ci ha messo cinque anni. Ha scritto e riscritto qualcosa come ottanta strofe diverse. Ottanta. Scriveva una strofa, la guardava, capiva che non funzionava e la buttava via. La frustrazione era talmente fisica che Cohen finì per sbattere ritmicamente la testa sul pavimento, in un rituale di disperazione pura, piangendo perché non riusciva a unire il sacro e il profano in un’unica lirica.

Quando consegnò il disco nel 1984, Walter Yetnikoff della CBS si rifiutò di pubblicarlo negli Stati Uniti

Liquidò Cohen con una frase che oggi suona come una barzelletta tragica: gli disse che sapevano che era un grande, ma non era “bravo per loro”. Ti rendi conto? La canzone è rimasta un fantasma per anni. Se oggi la canti e ti commuovi, non è merito di quel lancio fallito. Devi ringraziare John Cale, che ha ripulito il testo rendendolo accessibile, e soprattutto Jeff Buckley. È stato lui a prendere quel lamento e trasformarlo nell’esperienza tragica e sensuale che oggi tutti venerano, spesso senza sapere cosa stiano ascoltando davvero.

Il vero significato di Hallelujah spiegato facile

Now I’ve heard there was a secret chord
That David played, and it pleased the Lord
But you don’t really care for music, do you?
It goes like this, the fourth, the fifth
The minor falls, the major lifts
The baffled king composing Hallelujah

Cohen attinge alla Bibbia. C’è il giovane Davide che suona la cetra. Il suo compito è calmare Re Saul, un uomo che viene mangiato vivo da uno spirito maligno. La Bibbia racconta che Davide suonava, il re respirava di nuovo e il demone faceva un passo indietro. E’ rappresentato magnificamente da un meravigloso quadro di Rembrandt dipinto a metà del Seicento. C’è tutta quella tensione lì dentro. Ma Cohen non si accontenta della storia sacra. Si volta verso Dio e gli lancia una provocazione gelida: “Ma a Te non interessa davvero della musica, vero?”. È una sfida. Sta dicendo che al Creatore non importa nulla delle nostre piccole melodie umane. E mentre lo dice, ti spiega la canzone: la quarta, la quinta, la caduta minore, l’ascesa maggiore.

The baffled king composing Hallelujah

Il Re adesso è Davide. Saul è andato, il trono è suo. Ma c’è qualcosa che non torna. Cohen lo definisce “baffled”, meravigliato e confuso. Si ritrova a comporre un Hallelujah, l’invocazione suprema, quasi senza rendersene conto. È un incidente divino. E qui scatta l’identificazione totale. Quel Davide è Cohen stesso. Anche lui è stupito. Ha appena accusato Dio di fregarsene della musica, di essere sordo alla bellezza, eppure eccolo lì. Sta componendo un Hallelujah proprio per quel Dio indifferente. È il paradosso di chi canta la lode anche quando sa che nessuno sta ascoltando.

Hallelujah racconta la Caduta di Re David e l’Adulterio con Betsabea

Your faith was strong but you needed proof
You saw her bathing on the roof
Her beauty and the moonlight overthrew you
She tied you to a kitchen chair
She broke your throne, and she cut your hair
And from your lips she drew the Hallelujah

Qui Cohen affonda le mani nel libro di Samuele e tira fuori il peccato originale di un Re. David è il sovrano più importante della storia di Israele. La sua fede dovrebbe essere incrollabile. Invece sale sulla terrazza della reggia in un tardo pomeriggio e tutto crolla. Vede Bathsheba, la moglie di Uriah l’Ittita, mentre fa il bagno. La Bibbia non usa mezzi termini: David la vede, la bellezza lo travolge e l’ardore carnale cancella in un attimo il suo ruolo e la sua fede.

La manda a chiamare e giace con lei. Compie un adulterio. Per gli ebrei dell’epoca era un crimine immondo, punibile con la morte. Bathsheba rimane incinta. E la conseguenza è brutale. Dio decide di perdonare David, ma decreta la morte del figlio nato da quell’unione illegale. Nel testo di Cohen, questa caduta diventa fisica: David finisce legato a una sedia da cucina, con i capelli tagliati come se avesse perso la sua forza sacra e il trono spezzato. L’Hallelujah che esce dalle sue labbra non è una preghiera. È un respiro strappato via a un uomo sconfitto dal proprio desiderio.

Tu dici che ho pronunciato il nome invano, io neanche lo conosco il Nome

You say I took the name in vain I don’t even know the name But if I did, well really, what’s it to you? There’s a blaze of light in every word It doesn’t matter which you heard The holy or the broken Hallelujah”

Qui Cohen si identifica nuovamente con David. Alzando la posta. Si rivolge a Dio con una superbia che rasenta la bestemmia. Gli dice in faccia che non gli importa nulla del Suo Nome. E poi lancia la provocazione definitiva: “Cosa cambierebbe per Te?”. Se Dio è indifferente alle vicende umane,allora sapere o non sapere il Suo Nome è irrelevante.

Quello che conta per Cohen non è la teologia. È la poesia. Ci dice che c’è un’ondata di luce in ogni singola parola. Sono le emozioni umane a trasformarsi in un vero Hallelujah. Non fa nessuna differenza se quell’invocazione è “sacra”, da chiesa, oppure “spezzata”, nata dalla disperazione e dal peccato. La luce sta nella voce umana che grida, non nel cielo vuoto che ascolta.

Il significato del finale di Hallelujah: Il Dio della canzone e la sfida di Cohen

“I did my best, it wasn’t much I couldn’t feel, so I tried to touch I’ve told the truth, I didn’t come to fool you And even though it all went wrong I’ll stand before the Lord of Song With nothing on my tongue but Hallelujah”

Dopo quell’atto di superbia tremendo contro Yahveh, Cohen sembra rimettere i piedi per terra. Ammette i suoi limiti. Dice a Dio: “Ho fatto del mio meglio, non è stato molto”. Confessa che, non riuscendo più a “sentire” la spiritualità, ha cercato di “toccare”, di affidarsi alla carne. Torna a immedesimarsi in David, che spogliatosi del suo rango e della sua santità, ha seguito l’istinto commettendo l’adulterio.

Hallelujah è un grido lanciato contro il silenzio di Dio

Ma attenzione, perché non sta chiedendo scusa. Dice chiaramente: “Ho detto la verità, non volevo prenderti in giro”. E anche se tutto è finito male, con la morte del figlio nato da quel rapporto impuro per volontà divina, Cohen non si inginocchia. Al contrario, si alza in piedi rabbiosamente. Non si presenta davanti al Dio della Bibbia per il giudizio, ma davanti al “Lord of Song”, il Dio della Musica. È la sfida finale. Anche se la vita è un disastro e il peccato ha distrutto tutto, a lui rimane l’arte. Gli resta la sua voce. E l’unica cosa che ha sulla lingua, da scagliare contro il silenzio del cielo, è il suo Hallelujah.

Hallelujah, Adesso sai tutto

Dunque, la prossima volta che sei in coda alla cassa del supermercato il 24 dicembre, tra facce stanche, pacchetti lucidi e la finzione collettiva della bontà a comando e, immancabilmente, tra Mariah Carey, Sinatra e un Michael Bublé, risuonerà Hallelujah ricorda: Non è un canto di Natale. È un cavallo di Troia. Leonard Cohen ci ha fregato tutti nel modo più grandioso possibile. Ha preso il sesso, il tradimento, il sudore freddo dell’adulterio e la rabbia di un uomo che sbatte la testa sul pavimento, e li ha travestiti da inno sacro. Ha costretto il mondo intero a cantare la sua disperazione scambiandola per gioia liturgica.

Se esiste un crimine perfetto nell’arte è questo, la celebrazione dell’unica cosa che possediamo davvero, anche a Natale: la nostra magnifica, sporca umanità.

Giovanni Scafoglio

Leggi anche

il randagio edizioni ecorandagio notizie

Related Post