Perché l’appello degli 80 autori contro la propaganda fascista di Passaggio al Bosco non è censura

Perché l'appello degli 80 autori contro la propaganda fascista di Passaggio al Bosco non è censura spiegato facile facile

Non amo gli appelli. Le raccolte firme “contro” ancora meno, sembrano moduli di condominio più che gesti di rivolta. Questo mio fastidio non cancella, tuttavia, il diritto di autori come Zerocalcare e il professor Barbero a contestare la presenza, a Più libri più liberi, di una casa editrice che fa propaganda del nazifascismo e revisionismo lucidato a festa. In queste ore la parola magica con cui sui social, fake, pappagallini addestrati, bot e politicanti da strapazzo provano a chiudere il discorso è sempre la stessa: censura. Definire censura questo appello è falso, roba da gente in mala fede che sfiora l’analfabetismo. Passaggio al Bosco continua a pubblicare. Nessun giudice sequestra i libri. Il punto è un altro: decidere se una fiera privata debba offrire uno stand a chi usa l’editoria come megafono della nostalgia nazista e fascista e per seminare antisemitismo. L’appello degli 80 autori non è censura, è uso legittimo della stessa libertà di espressione che i professionisti dell’indignazione fingono di difendere. Tutto insopportabile, come l’uso sistematico della parola “vergogna” scritta da gente che con la vergogna ha smesso di avere a che fare da un pezzo. In questo articolo vi spiegherò perché l’appello degli 80 autori non è censura.

Cosa dice l’appello degli 80 autori ed editori

La miccia scoppia quando, tra gli stand di Più libri più liberi, salta fuori Passaggio al Bosco, editore che tratta la nostalgia fascista come merchandising culturale. A quel punto prende forma un appello con più di ottanta firme: Barbero, Zerocalcare, Scurati, Anna Foa, Carlo Ginzburg, Caparezza, Starnone, insieme a case editrici come Minimum Fax, Fandango, Coconino Press, Becco Giallo, Bao, Tlon, 66thand2nd e molte altre.

“Appare evidente che non si tratta di testi di studio o di indagine su determinati fenomeni o periodi storici, ma di un progetto apologetico che dipinge la temperie dei fascismi europei, anche nei loro aspetti più violenti, persecutori e sanguinari, come un’esperienza eroica da cui trarre esempio – continuano gli autori nella lettera –. Sorge spontaneo chiedere allora all’Aie com’è possibile che, pur nel rispetto di ogni orientamento politico, questo tipo di pubblicazione sia stata ritenuta compatibile con il regolamento che viene sottoscritto da ogni editore”. La lettera si conclude con la richiesta di “una riflessione sull’opportunità della presenza di tali contenuti nella fiera”.

Perché l’appello degli 80 autori non è censura spiegato semplice

  1. Chiedere che una fiera letteraria (evento privato) non ospiti libri che esaltano il fascismo, il nazismo o Mussolini non è censura. La censura è il divieto imposto dallo Stato alla pubblicazione o diffusione di un’opera (art. 21 Cost.). Qui nessuno vieta la stampa o la vendita di quei libri: restano acquistabili in libreria e online.
  2. La fiera è organizzata da un’associazione privata (AIE) che ha piena facoltà di scegliere espositori e criteri di partecipazione, come ribadito nel regolamento (art. 24: adesione ai valori costituzionali).
  3. L’appello indirizzato all’AIE contro la casa editrice Passaggio al Bosco, accusata di esaltare figure nazifasciste e antisemite come Léon Degrelle, è esercizio di libertà di espressione e di critica, non coercizione. Chiede solo una riflessione etica su uno spazio pubblico culturale, senza imporre divieti legali.
  4. In Italia l’apologia del fascismo resta un reato (Legge Scelba 645/1952 e Legge Mancino 205/1993).
  5. È legittimo che un organizzatore privato decida di non offrire una vetrina a chi promuove idee condannate dalla Costituzione repubblicana.
  6. Nessun libro viene bruciato o messo al bando: si discute solo di responsabilità culturale, come nel caso di questo appello democratico.

Chiamare censura l’appello degli 80 autori è come gridare al rogo perché qualcuno decide di non affittare il proprio salotto a chi vuole appendere il ritratto di Mussolini sopra il divano

Qui nessuno spegne la stampa, nessuno sequestra volumi, nessuno toglie quei libri dal mercato: si discute solo se una fiera che si riempie la bocca con la Costituzione e i diritti umani debba offrire una vetrina pagata alla propaganda fascista. Questo si chiama scelta, responsabilità culturale, uso adulto della libertà di espressione. Censura è altro. Chi insiste a usare quella parola fuori posto, lo fa per confondere le acque, per buttare tutto in caciara o perché non ha gli strumenti minimi per capirle. Nel primo caso è malafede, nel secondo è analfabetismo in servizio permanente effettivo. Molto spesso si tratta di un ibrido tossico delle due cose, travestito da difesa della libertà mentre difende solo il diritto all’impunità del nazifascismo e dell’antisemitismo in vetrina.

Giovanni Scafoglio

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