Donald Trump è il 47esimo presidente degli Stati Uniti. Ah, ve l’avevo scritto con qualche giorno di anticipo mentre la narrazione dei media italiani parlavano di un testa a testa con… nessuno si ricorda neanche chi… (sic!). Sarà il secondo nella storia a ottenere un doppio mandato non consecutivo. Prima di lui, ci era riuscito solo Grover Cleveland nel XIX secolo. Trump è anche il primo presidente americano condannato a entrare nello Studio Ovale. Porterà con sé questa etichetta scomoda e farà di tutto per scrollarsela di dosso. Nei 77 giorni dall’elezione ha già monopolizzato il dibattito mondiale, più di chiunque altro. Ha parlato del Canada come possibile nuovo stato americano. Dichiarato di voler conquistare la Groenlandia e Panama. Ha minacciato Hamas e detto che risolverà la guerra in Ucraina. Ha promesso dazi a tutto il mondo e un centinaio di ordini presidenziali nelle prime ore del suo mandato. Saranno tempi interessanti. Ma per capire che gioco fa Trump, vale la pena raccontare la sua storia, magari ricordando che non è mai stato un miliardario.
Donald Trump ha finito il primo mandato saltando da un impeachment all’altro come in una puntata di American Ninja Warrior e ora comincia il secondo con l’etichetta di felon
Sì, il primo presidente americano condannato a tornare nello Studio Ovale. E no, non sembra nemmeno un po’ imbarazzato. In questi due mesi e spicci dall’elezione, Trump e Elon Musk hanno trasformato il dibattito mondiale in un circo. Uno che vuole comprare la Groenlandia e rivendicare Panama, l’altro che vuole colonizzare Marte e mandare in bancarotta Twitter. Sono i nuovi padroni del mondo, e il resto di noi guarda con un misto di sgomento e voyeurismo.
Ma chi è davvero Trump?
No, non il meme. Non la caricatura arancione. L’uomo. Per capirlo bisogna tornare indietro, a quando non aveva ancora niente. A quando annunciava con una faccia di bronzo che avrebbe comprato le Twin Towers. Non erano in vendita? Dettagli. Trump non fa negoziati, li crea dal nulla. È un artista della trattativa impossibile, il Picasso della sparata.
Quando dice che vuole la Groenlandia o Panama, non sta delirando. Sta alzando la posta. Sta lanciando un messaggio: “Io non gioco secondo le vostre regole.” È la stessa strategia che ha usato per tutta la vita, e che lo ha portato dove nessun altro sarebbe arrivato. Dunque, smettiamo di chiederci “ma come può dire certe cose?”. Trump non si spiega, si guarda. E se non capisci subito, tanto peggio per te. È un uomo che ama il caos, e lo usa per spingerti dove vuole lui. Trump è tornato. E non è qui per giocare pulito.
Partiamo dal principio: Fred Trump
Fred Trump è il nome che sigilla il destino di Donald Trump. Vuoi capire Donald? Parti da Fred. È lui che ha costruito tutto: non solo palazzi, ma il sistema che ha permesso al figlio di diventare una figura da reality show con un pulsante nucleare a portata di mano.
Fred era un costruttore di New York, uno che sapeva come piegare il sistema ai propri interessi. Negli anni del dopoguerra, mentre l’America si dava da fare per costruire il sogno americano, Fred si faceva finanziare dal governo per costruire palazzi. Tre enormi complessi residenziali, piazzati vicino a Coney Island, il regno dello zucchero filato, degli hot dog e del Luna Park. Ma Fred non vendeva le case. Gli affitti erano il suo biglietto d’oro: ogni mese un flusso costante di cash finiva nei conti dei Trump.
Questa macchina da soldi non era solo una fonte di reddito, ma una garanzia. Ogni affitto era un asso nella manica quando si trattava di andare in banca a chiedere un prestito. E mentre Fred faceva affari, costruiva anche un sistema di relazioni politiche. Un imprenditore con un piede nei cantieri e l’altro nei salotti del potere.
E Donald? Donald ha preso tutto questo e l’ha trasformato in uno spettacolo. Fred non annunciava cose impossibili: costruiva. Donald, invece, annuncia tutto. Ad esempio l’acquisto delle Twin Towers (che non erano in vendita). Tutto è un gioco di forza, un’escalation di annunci roboanti per spiazzare chiunque.
Negli anni ’60, il denaro e le garanzie costruite da Fred hanno alimentato i primi passi di Donald. Non è un caso che il metodo Trump nasca proprio lì: costruire qualcosa di impossibile, e intanto convincere il mondo che sei già al comando. Fred Trump è morto nel 1999, ma la sua impronta è ovunque. Ogni sparata di Donald è un riflesso di quel sistema. Fred costruiva il futuro, Donald lo vende.
Trump è l’uomo dei sogni a occhi aperti, ma quei sogni li ha sempre finanziati qualcun altro
Negli anni ’70, mentre New York cambiava volto, il nuovo sindaco era un caro amico di Fred Trump. Coincidenza? Certo che no. Quei complessi residenziali di Coney Island, costruiti da Fred, diventano la base su cui Donald costruisce il suo Luna Park personale. Fred gli ha lasciato una macchina da soldi: un flusso continuo di affitti che arrivava ogni mese, insieme a un nome già pesante nei circoli di potere. E Donald ha preso tutto, lo ha lucidato, lo ha ribattezzato e lo ha chiamato The Trump Organization. Non era un’azienda, era un’illusione. Un gioco di specchi, un marchio che faceva sembrare grande ciò che era solo una facciata.
Partendo da Coney Island, Trump lancia l’assalto a Manhattan. Ma non costruisce nulla di concreto. Le sue mosse erano tutte puntate su una narrativa brillante e sulla capacità di piegare il sistema. Chiedeva sconti fiscali all’amministrazione pubblica, usava una proprietà come garanzia per ottenere finanziamenti per progetti più grandi e ripeteva il ciclo. E dietro tutto questo? I soldi degli affitti di Coney Island e le garanzie immobiliari di Fred.
Trump non è mai stato un miliardario
Non è mai stato realmente in attivo. Per trent’anni, ha vissuto di prestiti, sostenuto dalle banche e dal padre. Un castello di carte. Non esiste una dichiarazione dei redditi in positivo per tutta la sua carriera. Trump è sempre stato in perdita, ma la narrativa era tutto ciò che contava. Fred costruiva cose reali: palazzi, flussi di cassa, potere solido. Donald ha preso tutto questo e ci ha aggiunto i fuochi d’artificio. Non c’è mai stato un reale patrimonio, solo il mito del miliardario. Ma è così che funziona il gioco di specchi: non serve che sia vero, basta che lo sembri.
Ha tenuto ben nascoste le sue finanze fino al primo mandato, protetto da un muro di silenzio. Poi una nipote ribelle ha deciso di scoperchiare il vaso di Pandora. I documenti sono finiti nelle mani del New York Times, e lì il castello ha cominciato a scricchiolare.
Prendiamo il 1985, il cosiddetto apice dell’era Trump. In quegli anni, Donald era l’icona americana del successo, il Gordon Gekko della vita reale, il magnate che si comprava lo yacht Nabila di Kashoggi, il Plaza Hotel, e apriva casinò ad Atlantic City come fossero fast-food. Ma mentre il mondo vedeva l’uomo d’oro, le sue finanze raccontavano un’altra storia: un rosso di 2 miliardi di dollari.
Il New York Times ha svelato che tutto quello che Trump possedeva era, in realtà, delle banche. Non pagava mai le tasse perché era sempre tecnicamente in perdita. Il trucco? Non fermarsi mai. Passava da una storia all’altra, da un annuncio all’altro, con la velocità di un prestigiatore.
E mentre le sue finanze crollavano, la sua immagine cresceva. Trump capì subito una regola fondamentale: il controllo dell’immagine è più importante della realtà
Il New York Times, lo stesso giornale che oggi lo dipinge come un villain da fumetto, per anni l’ha incensato. Lo chiamava il giovane rampante del real estate newyorkese, il magnate delle costruzioni, il futuro di Manhattan. E lui alimentava il mito con una precisione chirurgica. Con i soldi di papà, Trump si comprò una Cadillac, un guardaroba degno di un re, e si iscrisse ai club più esclusivi di New York. Non costruiva grattacieli, costruiva connessioni. Assoldò i migliori PR, gli avvocati più scaltri, e perfino se stesso.
Trump si inventò un portavoce inesistente: un certo Barron
Questo Barron, che in realtà era Donald con un nome falso, chiamava i giornali per passare scoop e notizie esclusive su… Trump. Un meccanismo perfetto. Era lui che alimentava la leggenda, ma nessuno se ne accorgeva. E quel nome, Barron, è rimasto talmente inciso nella sua testa che lo ha dato anche al figlio avuto con Melania. Trump era ovunque, sempre al centro del palco. Non importava se fosse un bluff o una bugia: finché i riflettori erano puntati su di lui, il gioco funzionava. E così è stato per anni. Il rosso nei conti non contava, perché l’immagine era in nero.
Donald Trump non fa piani, fa spettacoli. Non costruisce imperi, li recita
l romanzo di Trump è un continuo rilancio, un fuoco d’artificio che illumina il nulla. Ma funziona. Ecco come siamo arrivati al secondo mandato di un uomo che non aveva nemmeno pensato di poter diventare presidente. Trump vive nei superlativi. Ogni comizio è “il più grande della storia.” La sua amministrazione? “La migliore mai vista.” Il suo yacht, il Plaza Hotel, i casinò di Atlantic City: tutto è “il più straordinario.” Persino quando il suo matrimonio con Ivanka è andato a pezzi, ha trasformato il disastro in uno show. Una chiamata al New York Post, una frase rubata dall’amante Marla, e la copertina è servita: “The best sex I’ve ever had.” Trump, il miglior amante del mondo. Non era pubblicità negativa, era solo pubblicità.
Ma torniamo indietro. Negli anni ’70 e ’80, il New York Times e Forbes lo dipingono come un giovane magnate di successo, il re del real estate di Manhattan. Un piccolo dettaglio: non aveva costruito nulla. Le sue finanze erano un buco nero. Nel 1985, all’apice del mito Trump, era in rosso di 2 miliardi. Ogni yacht, ogni grattacielo, ogni promessa era proprietà delle banche. Eppure, la narrativa lo rendeva invincibile.
Trump non pianifica, negozia. Non importa se lancia idee assurde come comprare la Groenlandia. È solo un bluff per ottenere altro
Quando i casinò di Atlantic City e Las Vegas sono crollati, Trump ha rilanciato con The Apprentice
Non era un vero magnate, ma uno showman. L’ufficio della Trump Organization era vecchio, puzzava di anni ’70, con mobili stanchi e una moquette che raccontava decenni di bugie. La televisione lo ha trasformato in un set. The Apprentice non solo lo ha salvato, ma gli ha dato un nuovo mito da vendere. Non chiedeva solo compensi per partecipare: voleva una fetta dei ricavi pubblicitari, del merchandising, di tutto ciò che ruotava intorno al programma.
E quando The Apprentice è scemato, Trump si è reinventato ancora. Sullo scalone della Trump Tower, davanti ai giornalisti, lancia la sua candidatura alla presidenza. Non ci credeva nemmeno lui. Era solo un’altra sparata, un altro rilancio. Eppure, eccoci qui: due mandati dopo, l’uomo dei superlativi è ancora in scena.
Trump non è mai stato ricco. Non è mai stato pianificatore. Ma è sempre stato un genio della narrazione. Il suo brand è tutto. E per lui, è sempre stato sufficiente
Prendiamo il 2002, quando ha invitato i giornalisti in cima alla Trump World Tower, vantandosi di possedere il grattacielo più esclusivo di New York, completo di cocktail con foglia d’oro e un giornale patinato dedicato ai ricchi e famosi. La verità? Il palazzo era di una società coreana, il bar non era suo, e nemmeno quella dannata foglia d’oro gli apparteneva. Ma non importava. Quel giorno era circondato da modelle e ballerine, e tutti, me compreso – si sono bevuti la favola.
Era uno che non possedeva nemmeno il grattacielo che inaugurò con tanto clamore nel 2002. La Millennium Trump Tower apparteneva a una società coreana. Il cocktail con foglia d’oro? Un altro trucco da prestigiatore. Eppure, lì, in cima alla torre, circondato da modelle e ballerine, riuscì a farci credere di essere il re di Manhattan.
Trump è il maestro degli annunci impossibili. Non importa che la torre non fosse sua, che il cocktail fosse un prestito o che il giornale Trump World non fosse neanche nelle sue mani. Ci cascarono tutti.
Donald Trump non è mai stato il tipo da nascondere gli scheletri nell’armadio. Li tira fuori, li lucida e li mette in vetrina
Prendiamo la storia con il New York Post: siamo negli anni ’90, il suo matrimonio con Ivana (non Ivanka, che è sua figlia) sta andando in pezzi, e emerge la relazione con Marla Maples, la donna che diventerà la sua seconda moglie. Il Post pubblica un articolo che lo mette in difficoltà. Trump impazzisce. Chiama il direttore e lo implora: “Non puoi rovinarmi l’immagine. Voglio una copertina con la mia foto.”
Il direttore gli risponde che ha bisogno di una notizia per giustificarla. E Trump cosa fa? Usa l’amante come materiale promozionale. Gli dà una frase attribuita a Marla: “The best sex I’ve ever had.” Risultato? La copertina è fatta. Una foto di Trump, la frase sopra, e voilà: lo scandalo si trasforma in marketing. Nessun tentativo di nascondere nulla, anzi. Trump ribalta tutto a suo favore.
Questo episodio non è un’anomalia. È il metodo Trump: prendere la negatività e trasformarla in un’arma. E il New York Post, come tanti altri giornali newyorkesi, gli ha dato una mano. Il New York Times lo ha glorificato per anni come il giovane rampante del real estate, quando non aveva costruito nulla. Forbes lo metteva in cima alle liste dei miliardari basandosi su stime che non avevano riscontro nella realtà.
Trump non vive nella verità; vive nella narrazione. E lo fa con una tale maestria che persino i suoi detrattori finiscono per alimentare il mito. Questo è Trump: un uomo che usa uno scandalo con l’amante per proclamarsi il migliore amatore del mondo, e lo fa diventare una copertina.
Oggi, con il secondo mandato alle porte, Trump si presenta con un piano per le prime 24 ore che sembra scritto per un blockbuster
Risolverà la guerra in Ucraina, deporterà 13 milioni di immigrati, bloccherà i sussidi alle auto elettriche, rilancerà l’energia fossile e risolverà la crisi in Medio Oriente. Tutto in un giorno.
Questa volta, però, non è impreparato come nel 2016. Ha una squadra che ha già cominciato a passare attraverso le audizioni del Congresso. I primi 100 giorni saranno una raffica di decisioni e annunci, una mitragliata di promesse per consolidare il suo mito. I dazi sulle importazioni saranno probabilmente tra le prime mosse. E in politica estera? Forse una sorpresa con Putin sull’Ucraina. Ma tutto resta un gioco di specchi.
Trump è un uomo di grandi annunci, il che rende cruciale ricordare la sua storia. È la chiave per interpretare ciò che verrà. Quando spara alto, quando promette l’impossibile, è perché sta negoziando qualcos’altro. È sempre stato così, dai tempi dei casinò falliti a Atlantic City fino ai suoi grattacieli prestati e ai cocktail dorati.
E ora siamo qui, alla vigilia del suo secondo atto. Tra annunci e realtà, tra mito e messa a terra, sarà interessante vedere quanto lontano il re delle illusioni riuscirà a spingersi questa volta.
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