Ci sono articoli che proprio non vorresti scrivere. Sai che dovrai farlo, che accadrà. Ecco. E’ accaduto. Oliviero Toscani è morto. Stiamo parlando di uno degli artisti più controversi e visionari della fotografia contemporanea. A 82 anni, Toscani ha detto addio a una vita vissuta a centoottanta all’ora, sempre oltre i confini, sempre fuori dalle righe. Da due anni combatteva contro l’amiloidosi, una malattia rara e insidiosa che, come tutte le cose nella sua vita, non l’ha fermato, ma lo ha portato a confrontarsi con la sua stessa immortalità, con il suo modo di essere e fare arte. La mattina di venerdì 10 gennaio, la sua condizione è peggiorata, ma è stato il 13 gennaio che il mondo ha perso l’uomo che ha cambiato per sempre il modo di guardare e raccontare il mondo attraverso le immagini. Per il suo ultimo tempo non avrebbe voluto lacrime, come ripeteva, vivere tenuto in scacco da una malattia non faceva per lui. Ha litigato con tutti. Ma tutti non potevano non apprezzarne intelligenza, acutezza e genio e, in fondo, volergli bene.
Oliviero Toscani e la creatività non democratica

Oliviero Toscani, il maudit della fotografia, l’uomo che ha sempre scavalcato i limiti di ogni convenzione, che ha fotografato la società non per come sarebbe dovuto essere, ma per come realmente è, e ha avuto il coraggio di dirlo a voce alta. Se esiste un fotografo che incarnava perfettamente la massima “La creatività non è democratica,” quel fotografo è proprio lui.
Toscani non ha mai fatto compromessi. Non ha mai tentato di adattarsi al gusto di massa, né ha mai cercato il consenso. Se la creatività fosse stata democratica, Oliviero non sarebbe mai diventato Oliviero Toscani. La sua arte, i suoi scatti, le sue campagne, hanno sfidato la morale comune, le convenzioni sociali, le leggi non scritte della pubblicità e della comunicazione visiva. Era un uomo che pensava attraverso l’obiettivo, ma non solo per far vedere qualcosa: voleva scuotere, disturbare, rompere il silenzio della normalità.
Le sue campagne con Benetton sono l’esempio lampante di come la creatività possa – e debba – essere implacabile
Toscani ha utilizzato immagini violente, evocative, sconvolgenti, portando alla luce il lato oscuro della società, quello che la gente preferiva non vedere. La sua famosa campagna con David Kirby, il giovane malato di AIDS, fotografato nel suo letto d’ospedale circondato dai suoi cari, è un perfetto esempio di come l’arte, per essere davvero creativa, debba essere spietata. Non c’è spazio per il consenso, per il “piacere a tutti.” Se la creatività fosse democratica, nessuna azienda avrebbe mai avuto il coraggio di approvare un’immagine del genere. Eppure, quella fotografia è diventata leggendaria, perché ha avuto il coraggio di affrontare la realtà di una malattia che, all’epoca, veniva ancora vista con paura e ignoranza.
Toscani si rifiutava di fare arte per piacere: lui faceva arte per provocare, per scuotere, per interrogare il pubblico
La sua era una creatività che esigeva una reazione, non un sorriso di approvazione. Il suo obiettivo non era accontentare le masse, ma costringerle a guardare in faccia la realtà. La verità non è democratica, non è uguale per tutti, non si piega per conformarsi. E Toscani, con ogni scatto, con ogni campagna, ha strappato il velo della finzione, rivelando il mondo in tutta la sua bellezza e brutalità.
In questo senso, la creatività di Toscani è stata un atto di ribellione, un rifiuto di piegarsi alla cultura del consenso. In un mondo dove tutti cercano di piacere a qualcuno, Toscani ha scelto di non piacere a nessuno, se non a se stesso e alla sua visione del mondo. La sua arte non si è mai adeguata, mai adattata, mai democratizzata. Non era per tutti, non doveva esserlo. La sua missione era chiara: far vedere le cose come sono, senza maschere, senza filtri. E lo ha fatto con una forza che nessun altro ha avuto il coraggio di emulare.
Ho questo ricordo di Oliviero Toscani
Oltre a una splendida prefazione per Working Class Virus, di Fabrizio Spucchers – autore, tra l’altro, della foto di questo articolo – c’erano le sue telefonate. E, oh, come le telefonate di Oliviero erano una montagna russa di genialità, follia e provocazione. Mi chiamava, tra il serio e il faceto, come se stesse giocando una partita a scacchi con l’universo. La questione quella volta erano gli NFT, e Oliviero non riusciva a mandar giù quella roba. “Peter Gabriel vuole fare degli NFT con me. Giovanni, fammi capire cosa sono questi NFT”. “Non mi interessa, non mi interessa,” mi disse, come se parlasse di un prodotto avariato. E io sapevo già dove voleva arrivare: “E’ roba da collezionisti,” aggiunse. “A me i collezionisti non sono mai piaciuti.” Puro Toscani. Senza mezzi termini, senza filtri.
O quando mi chiamava, per parlare del suo progetto F*ck Disney. “Dobbiamo coinvolgere la mia amica Marina Abramovic, Giovanni,” continuava, come se fosse la cosa più naturale del mondo. “Oliviero, non le ho tre case da vendere per pagarmi gli avvocati per difendermi da Disney.” E lui rideva. Rideva perché sapeva che, nonostante tutto, c’era quella piccola parte di me che non poteva fare a meno di sognare, di immaginare quella follia: lui, Marina Abramovic, e quel “F*ck Disney”.
Mi prendeva in giro, lo sapevo, ma sapeva anche che non avrei mai potuto fare a meno di quelle visioni. Sapeva che sognavo. Ma cazzo, sognare con Oliviero Toscani significava oltrepassare il concetto di sogno.
Un giorno lo farò. Un giorno, o forse no. Perché è bello avere ancora qualche sogno nel cassetto.
Ciao Oliviero
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