Eravamo da qualche parte tra Minneapolis e il confine della sanità mentale quando la pioggia ha iniziato a farsi viola. Non era pioggia vera, era quella roba che ti cola dagli occhi quando capisci che il mondo ha perso l’unico essere umano capace di suonare ventisette strumenti mentre ti guardava l’anima con la prepotenza di un prete depravato e la grazia di un angelo caduto. Prince Rogers Nelson non era un musicista. Era un errore del sistema, un glitch divino nel codice della musica pop. Sono passati dieci anni da quando l’ascensore di Paisley Park si è chiuso per l’ultima volta, e io sono qui a riascoltare questi dieci pezzi di platino e sangue. La stampa americana dell’epoca cercava di catalogarlo, di metterlo in una scatola: “Minneapolis Sound”, dicevano. Idioti. Come cercare di imbottigliare un fulmine mentre ti scopa il cervello. Ecco i 10 brani più iconici di Prince, almeno per il sottoscritto.
I 10 brani più iconici di Prince
1. Purple Rain (1984): l’orgasmica confessione dal vivo
Non inizi con “Purple Rain” se sei una persona normale. Ma Prince non lo era. Questa non è una canzone, è un’eucaristia collettiva. Quando Rolling Stone e Pitchfork si mettono a novanta gradi davanti a questo brano, hanno ragione. È il miglior pezzo degli anni Ottanta, dicono. Io dico che è il suono di un uomo che si scortica vivo davanti a un pubblico pagante. La versione che ascoltate, quella che vi fa piangere come vitelli, è stata registrata dal vivo al First Avenue il 3 agosto 1983. Undici minuti di delirio catturati su nastro mentre la gente nel club non sapeva nemmeno di essere testimone della Storia. Prince ha avuto il fegato di tenere la traccia live, assolo compreso, perché sapeva che la perfezione dello studio era una bugia rispetto alla verità del sudore sul palco.
2. When Doves Cry (1984): Il buco nel petto (senza basso)
Qui la faccenda si fa psichedelica. Nel 1984, se non avevi il basso, non eri nessuno. Il basso è il ritmo, è il sesso basico. Prince entra in studio, incide tutto e poi, clack, preme il tasto ‘mute’ sulla traccia del basso. Susan Rogers, la sua ingegnere del suono, lo guardò come se fosse impazzito. Lui ridacchiò: “Nessuno avrà il coraggio di farlo”. Il New York Times scrisse che era un atto di sfida: togliere il basso a un pezzo funk è come togliere l’ossigeno a un subacqueo. Ma Prince voleva che si sentisse il vuoto, quel vuoto junghiano dei suoi genitori che si urlavano addosso. È una canzone sul trauma familiare travestita da hit da club. Geniale.
3. 1999 (1982): ballando sull’orlo dell’abisso
Mentre l’America di Reagan se la faceva addosso per la Guerra Fredda, Prince guardava un documentario della HBO sulle profezie di Nostradamus. Fine del mondo? Apocalisse nucleare? “Ottimo,” pensò lui, “scriviamoci un pezzo per ballare.” Non è lui che inizia a cantare. Divide le strofe con Lisa Coleman e Dez Dickerson. Perché? Perché se dobbiamo morire tutti sotto un fungo atomico, è meglio farlo in gruppo, come una comune lisergica che affronta il buio a colpi di sintetizzatori Linn LM-1. La critica americana ha sempre lodato questo brano come il primo vero ponte tra il rock bianco e il funk nero su MTV. personalmente lo vedo come l’invito più onesto della storia: “Saremo polvere domattina, quindi scopiamo stasera.”
4. Kiss (1986): Il furto più elegante del decennio
Questa canzone non doveva nemmeno essere sua. L’aveva regalata ai Mazarati. Quando vide cosa ne avevano fatto, Prince si riprese il pezzo con la stessa grazia con cui un predatore afferra la preda. Tolse tutto. Rimase solo una chitarra acustica che gratta come unghie su una lavagna e quel falsetto che sembra un gatto in calore con un dottorato in armonia. I dirigenti della Warner Bros. volevano cestinarla. “È vuota, Prince! Dove sono gli strumenti?”. Lui gli rise in faccia. Risultato? Numero uno in classifica e il LA Times che lo celebrava come un manifesto di parità di genere. “Le donne governano il mio mondo”, cantava. Un uomo che sa chi comanda davvero, mentre noi poveri idioti cerchiamo ancora di capire come si balla questo pezzo senza sembrare dei tacchini sotto acido.
5. Little Red Corvette (1983): sogni di carne e metallo
Tutti pensano a una Corvette. Errore. L’ispirazione era una Mercury bianca e rosa del 1964 che apparteneva a Lisa Coleman. Prince ci dormì dentro dopo una sessione estenuante e sognò metafore automobilistiche per descrivere una notte di sesso selvaggio con una donna che lo stava distruggendo. Lisa dice che lui guidava malissimo e la sua macchina era piena di ammaccature. Prince trasformò quei graffi sulla carrozzeria nella più grande metafora della depravazione pop americana. Slate ha scritto che la canzone cattura la paura che accompagna l’instabilità dei rapporti fugaci. Per chi vi scrive cattura perfettamente quel momento in cui capisci che lei ti spezzerà il cuore, ma sei troppo innamorato per scendere dall’auto.
6. Let’s Go Crazy (1984): il sermone del diavolo
“Cari amati, siamo qui riuniti oggi…” Se non ti vengono i brividi quando senti questa intro, sei già morto e non te ne sei accorto. Prince usa il pulpito per spiegarci che la vita è un ascensore (il “De-elevator”, ovvero il Diavolo) che cerca di portarti giù. L’unica soluzione? Premere il tasto per il piano più alto. Questo pezzo ha convinto i metallari che questo tizio viola poteva suonare la chitarra meglio di Jimi Hendrix. L’assolo finale è una scarica di napalm che rade al suolo ogni pregiudizio razziale sulla musica rock. Cash Box la definì una fusione perfetta. Io la definisco una crisi mistica in 4/4.
7. Sign o’ the Times (1987): il rapporto sulla fine del mondo
Nel 1987 il sogno degli anni ’80 era morto di AIDS, crack e povertà. Prince si chiuse in studio con una drum machine Fairlight CMI e scrisse un editoriale di cronaca nera che suonava come il collasso della civiltà. Il film-concerto omonimo è un capolavoro, ma indovinate un po’? È quasi tutto girato a Paisley Park perché le riprese live facevano schifo. La band ha dovuto fingere di essere sul palco davanti a nessuno, simulando l’energia di diecimila persone. È la quintessenza di Prince: la realtà non era abbastanza perfetta per la sua visione, così ha fabbricato una verità migliore. Rolling Stone lo considera il suo disco più espansivo.
8. Raspberry Beret (1985): psichedelia e pulizie di primavera
Dopo il nero di Sign o’ the Times, Prince ci regala un raggio di sole neo-psichedelico. È la storia di un tizio che lavora in un negozio e si innamora di una ragazza con un basco color lampone. Semplice? No, perché Prince ci mette dentro piatti a dita mediorientali e archi da camera. Nel video compare Pat Smear (sì, quello dei Nirvana e dei Foo Fighters) con una parrucca assurda. Prince voleva cacciarlo perché non sapeva ballare, poi decise che i suoi capelli erano troppo “cool” per rinunciarci. Quel colpo di tosse all’inizio del brano? Non è un errore. È Prince che ti dice: “Sto per fare qualcosa che nessun altro farebbe in una hit estiva”. Un genio che gioca con le tue aspettative mentre ti vende un sogno color pastello.
9. Adore (1987): l’apice della carne spirituale
Non è mai stata un singolo, ma se non l’hai mai messa su per sedurre qualcuno, hai vissuto a metà. “Adore” è il manifesto del Lovesexy. Per Prince, scopare e pregare erano la stessa cosa. Angeli che guardano gli umani mentre fanno l’amore e piangono di gioia. C’è quella riga, “I ain’t fucking just for kicks”, che ha fatto impazzire la critica. In una ballata così angelica, quella parola suona come una martellata di onestà. Essence l’ha definita una delle migliori “slow jams” di sempre.
10. Darling Nikki (1984): la canzone che ha creato la censura
Chiudiamo con il caos puro. Tipper Gore, la moglie del senatore Al Gore, sente sua figlia di 11 anni ascoltare Nikki che si masturba con una rivista in una hall d’albergo. Scandalo. Panico morale. Nasce il PMRC e il bollino “Parental Advisory”. Prince finì in cima ai “Filthy Fifteen”, i quindici sporchi. Ma mentre i politici urlavano, Prince sorrideva. Sapeva che Nikki non era una vittima, era una donna liberata, in controllo della sua sessualità. Il finale della canzone, registrato al contrario, dice: “Ciao, come stai? Sto bene, perché so che il Signore sta arrivando”. Voleva fottervi il cervello e salvarvi l’anima nello stesso momento. E ci è riuscito.
Sono passati dieci anni da quel maledetto 21 aprile 2016. Dieci anni da quando il mondo è diventato un posto un po’ più grigio, e molto meno sexy. Ehi, d’accordo, ammetto il “peccato” cronologico, ma diciamocelo: ok lo so, vi anticipo sono tutte canzoni anni ’80 ma non è forse negli anni ’80 che Prince ha costruito la sua iconografia sacra?
Giovanni Scafoglio
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