Luglio 14, 2024
A ECORANDAGIO ospitiamo e formiamo i giornalisti di domani

A Barra – quartiere periferico di Napoli – è stata realizzata una biblioteca sociale: La casa di Francesca”. A piantare le radici di questo spazio culturale, sono stati Matteo Speraddio e Mariarosaria Izzo, che oltre a essere marito e moglie, sono due insegnanti in pensione. La biblioteca prende il nome della loro figlia, scomparsa all’età di 28 anni. Francesca studiava beni culturali e insieme ai suoi genitori sognava di costruire una biblioteca a Napoli. Non una qualunque, non un semplice contenitore di libri, ma un luogo che ricoprisse anche una funzione sociale e relazionale. Uno spazio capace di “raccogliere” e “accogliere” storie e persone.

Matteo e Mariarosaria ci sono riusciti, mossi soprattutto dal desiderio di realizzare quel sogno che la loro figlia Francesca non ha potuto perseguire.

La casa di Francesca” ha aperto le porte al pubblico il 20 Aprile 2024 e oggi il giornale Ecorandagio ospita una mia intervista a Matteo Speraddio.

-Come e quando è nata l’idea di questa biblioteca sociale? 

Ho seguito per anni il dibattito sull’evoluzione della funzione sociale delle biblioteche e sono rimasto molto colpito quando ho visitato la Biblioteca Salaborsa di Bologna, in cui sembravano convivere magicamente un grande fermento, un’ostentata libertà e un profondo raccoglimento. “Un posto così ha il potere di migliorare le persone” ho pensato e dentro di me ho auspicato che qualcosa del genere potesse essere realizzato anche a Napoli. Un sogno condiviso anche dalle persone a me più care, Mariarosaria e Francesca, rispettivamente mia moglie e mia figlia. Un sogno comune coltivato soprattutto da Francesca, che a questo aveva dedicato i suoi studi – laurea triennale e magistrale in Conservazione dei beni culturali presso l’Università di Firenze – e che aveva sospeso un dottorato a Torino per tornare a Firenze a svolgere un anno di servizio civile presso una biblioteca.

Un sogno destinato a restare tale perché, proprio in quel periodo, Francesca decise di porre fine alla sua vita a solo ventotto anni. 

A novembre dell’anno scorso però sono stati messi in vendita due locali a un prezzo accessibile proprio sotto la nostra casa, in via Bernardo Quaranta a Barra, nell’estrema periferia di Napoli, ed è scattata la scintilla. Anche se in piccolo, potevamo realizzare una biblioteca sociale nel nostro quartiere, mettendo a disposizione i libri accumulati da una vita e i locali in cui incontrarsi per leggere, per discutere, per chiacchierare… Mariarosaria ha accettato con entusiasmo e ci siamo messi al lavoro. Nei primi tre mesi del 2024 abbiamo riattato i locali, che versavano in uno stato d’abbandono, e li abbiamo attrezzati come biblioteca, con uno spazio dedicato ai bambini e ai ragazzi. Frattanto abbiamo coinvolto un gruppo di amici e abbiamo costituito un’associazione di promozione sociale con il nome di “Bene comune”, perché il suo obiettivo principale è quello di gestire la biblioteca sociale “La casa di Francesca”, facendola diventare la casa di tutti.  

Già durante i lavori abbiamo sentito crescere la curiosità e il consenso intorno all’iniziativa; a un certo punto abbiamo avvertito una vera e propria pressione perché aprissimo e cominciassimo le attività. Il 20 aprile abbiamo aperto, anche se non eravamo del tutto pronti, e siamo stati sommersi dall’abbraccio affettuoso del quartiere: per tutta la giornata la biblioteca è stata affollata da persone di tutte le età, sono arrivate diecine di piante che hanno reso immediatamente più belli e vivi i locali, le pasticcerie Fratelli Bottone e Raffaele Cristiano hanno offerto un buffet, il gruppo “La moresca” ha offerto un concerto di musica tradizionale napoletana. A fine serata, come per incanto, i presenti hanno intonato “Bella ciao” e sono rimasti a lungo a chiacchierare, come se quel luogo fosse loro familiare da sempre. Forse aspettavano da tempo che succedesse qualcosa del genere… 

-Cosa significa “biblioteca sociale” e qual è il target di persone che la frequentano? 

La biblioteca è un posto, lo dice già il nome, in cui vengono conservati dei libri, che sono a disposizione del pubblico per essere letti, studiati, chiesti in prestito. Al centro di una biblioteca ci sono i libri e una biblioteca è tanto più importante quanto più numerosi, rari e costosi sono i libri. 

Anche in una biblioteca sociale ci sono i libri, da leggere, studiare e prendere in prestito. Al centro non ci sono però i libri, ma le persone. È un posto pensato per favorire le relazioni. Aggiungerei: relazioni di qualità, perché mediate dai libri e dalle iniziative culturali condivise e magari costruite insieme. È un posto dove, oltre che leggere e studiare, si parla e si discute, però sottovoce, quasi bisbigliando, per non disturbare gli altri. E questo è già un elemento di discontinuità con il quotidiano, qualcosa che rende speciali le relazioni nate e sviluppate in biblioteca. 

“La casa di Francesca” ha solo due mesi di vita ed è presto per parlare del target delle persone che la frequentano. È a fronte strada, come un negozio qualsiasi, contrassegnato da due targhette poco vistose. È discreta e non incute timori reverenziali. Per questo le persone entrano anche solo per curiosare, si soffermano a sfogliare un libro o una rivista, chiedono qualcosa, salutano e se ne vanno. Va bene così, perché uno o due giorni dopo tornano e chiedono un libro, perché hanno capito che i libri non li vendiamo, che ci fa piacere prestarli e che lo facciamo con fiducia perché chiediamo solo un numero di cellulare. 

Comunque abbiamo registrato delle tendenze: al mattino passano soprattutto donne uscite di casa per fare la spesa, persone anziane che vengono a leggere i quotidiani (ci sono sempre Il Mattino, La Repubblica e il Corriere della Sera, scelti perché hanno la cronaca di Napoli), studenti universitari che si fermano a studiare sui libri che si portano da casa. 

Al pomeriggio, c’è più movimento: qualche gruppetto di ragazzini di scuola media che fanno i compiti assieme, lettori che si fermano a leggere, bambini accompagnati dai genitori e che, immancabilmente, chiedono un libro in prestito. Si tratta di bambini in età prescolare, un quarto dei libri prestati sono stati richiesti da loro. Una cosa sorprendente è che anche i ragazzini di scuola elementare chiedono in prestito libri per bambini da tre a sei anni. Probabilmente sono gli unici che sentono alla propria portata. Un problema da affrontare insieme alla scuola. 

-A quali valori si ispira “La casa di Francesca” e cosa la contraddistingue dalle altre biblioteche? 

L’associazione di promozione sociale “Bene comune”, che gestisce “La casa di Francesca”, è un’associazione laica e, quindi, aperta a tutti e rispettosa delle diversità, che considera una ricchezza. Per statuto si ispira ai valori fondanti della Costituzione italiana, a quelli di un’Europa unita e solidale, al multilateralismo fondato sulla pari dignità dei popoli e sul rispetto del diritto internazionale. 

“La casa di Francesca” vuole svolgere tutte le funzioni proprie di una biblioteca, attenta soprattutto ad avvicinare alla lettura chi un libro non l’ha mai letto o lo ha fatto raramente. Vuole essere un posto accogliente e stimolante, in cui ognuno si senta a casa. In questi due mesi abbiamo sperimentato che è possibile. 

-Cosa significa piantare il seme della cultura in un quartiere di Napoli – Barra – in cui si registrano disagi sociali e scarseggiano le opportunità formative e ricreative per i giovani? 

I quartieri della cintura periferica di Napoli sono quasi tutti ex casali, cioè borghi e paesini con una storia secolare, aggregati alla metropoli napoletana negli anni Venti dal fascismo, per soddisfare la vanità politica di Mussolini, che poteva così vantarsi che un’altra città italiana superasse il milione di abitanti. Si tratta di quartieri che conservano una loro identità e una loro cultura, che l’ormai quasi secolare aggregazione alla città non è riuscita a cancellare. Non si tratta quindi di piantare il seme della cultura, ma di creare le condizioni perché a Barra riemerga e si consolidi l’orgoglio per la propria cultura, dando a chi vuole l’occasione per esprimerla ed esprimersi. “La casa di Francesca” vuole essere uno spazio aperto per chi produce cultura e vuole condividerla

-Da quando questa biblioteca ha spalancato le porte al pubblico, c’è stato un evento particolarmente significativo, di riscatto, che vi ha fatto pensare: “Abbiamo fatto la scelta giusta?” 

C’è stata la quotidianità. I tanti lettori che hanno trascorso ore a leggere in biblioteca, i molti che hanno chiesto i libri in prestito, la nonna che torna con il nipotino “perché è importante leggere ma genitori non se ne importano”, la bimba che cerca di trascinare la mamma in biblioteca perché vuole ancora una volta prendere un libro e portarlo a casa, due ragazze che trascorrono il pomeriggio sedute su un divanetto per condividere la lettura dello stesso libro, la signora che, entrando per la prima volta in biblioteca, esclama «Allora c’è speranza per questo quartiere!», il ragazzino che entra furtivo ed esce subito, ma poi torna il giorno dopo per chiedere un libro.

-Qual è il consiglio che sentite di dare a chi vorrebbe scappare dal Sud, dai quartieri e dalle periferie di Napoli piuttosto che restare, fare attivismo e riempire i vuoti con la cultura? 

Difficile dare consigli a chi decide di lasciare Barra, o la periferia in genere, per andare a vivere in un altro quartiere, in un’altra città o addirittura in un altro Paese. Soprattutto perché spesso non si tratta di una scelta e neanche di una fuga, ma di una dura necessità: si va via perché non si può fare altrimenti. Anche quando si tratta di una scelta, come biasimarli? Tutti hanno diritto a cercare di vivere meglio ed è giusto che ognuno viva la propria vita dove e come meglio crede. Mariarosaria e io abbiamo scelto di vivere e insegnare a Barra, ma non per questo ci sentiamo diversi o superiori. Nella scelta ha influito sicuramente il lavoro di insegnante, che ti dà quotidianamente l’opportunità di stare con bambini e ragazzi e di condividerne problemi, sogni e speranze. Un lavoro coinvolgente che ti lega alle persone e anche ai luoghi, perché se ne conosce e se ne insegna la storia. 

-Quali sono i prossimi progetti che questa biblioteca intende realizzare per valorizzare lo scambio culturale e contrastare le difficoltà del territorio? 

In questo periodo di vacanze, rifletteremo sull’esperienza di questi due mesi, cercando di individuare punti di forza e di debolezza, buone pratiche da consolidare, difetti da colmare, storture da correggere. Cercheremo di consolidare il lavoro sulle direttrici individuate in questo primo periodo. Continueremo nelle manifestazioni pubbliche (presentazioni di libri, conferenze-dibattito) a cui cercheremo di affiancare mostre e concerti cercando di accogliere stimoli e proposte di singoli cittadini o di altre associazioni; cercheremo di consolidare i rapporti con le scuole, collaborando a iniziative dirette a genitori e alunni; proveremo a consolidare i rapporti con il dipartimento di Scienze politiche dell’Università Federico II e con la rivista Opinio juris, per organizzare conferenze e dibattiti su temi di attualità politica nazionale e internazionale; cercheremo di organizzare e ospitare gruppi di lettura per diverse fasce di età.

Vorremo anche provare a mettere su corsi di lingua italiana e di educazione civica per stranieri

-Per concludere, quale libro consigliereste ai nostri lettori? 

Per restare in tema, consiglierei la lettura del saggio di Antonella Agnoli, La casa di tutti, città e biblioteche, Laterza, Bari-Roma 2023. È un libro fascinoso e illuminante, scritto da un’autrice che conosce e ama il mondo delle biblioteche. Con un consiglio: mentre leggete, visitate i siti delle grandi biblioteche citate nel testo. Vi verrà voglia di vistarle e, chissà, anche il desiderio di fondarne una, anche solo per vedere lo sguardo felice e compiaciuto di un bimbo o di una bimba che se ne va impettito/a con il suo libro tra le mani.  

Quella bambina, quel bambino di libri probabilmente ne leggeranno anche in futuro.

Emanuela Mostrato

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