Vannacci con il suo programma sta prendendo in giro gli analfabeti funzionali?

Il programma di Vannacci racconta cosa Vannacci vuole che il suo elettorato provi, non cosa Vannacci potrebbe davvero fare da Palazzo Chigi

Il 25 agosto Futuro Nazionale ha completato la pubblicazione del suo programma: un centinaio di pagine uscite in tre tranche nell’arco di due settimane, tra l’11 e il 25 agosto. Nello stesso periodo il partito di Roberto Vannacci ha superato la Lega nei sondaggi e ha quasi raggiunto Forza Italia, stabilizzandosi intorno al 7% delle intenzioni di voto: circa due milioni di elettori potenziali, oltre 140mila iscritti dichiarati. Non stiamo parlando di un fenomeno da bar, ma di quello che ormai è, numeri alla mano, uno dei primi cinque partiti italiani. Proprio per questo vale la pena leggere quel programma riga per riga, invece di limitarsi a condividere la battuta più urticante. Perché il problema di Futuro Nazionale è che promette, punto per punto, cose che, così come sono scritte, difficilmente potrebbero mai diventare legge. Viene da chiedersi se “qualcuno sta vendendo a potenziali elettori, consapevolmente, della carta straccia spacciandola per programma di governo?”.

Il programma di Vannacci: il libretto delle promesse che il diritto non permette

Prendiamo i punti che hanno fatto più rumore, uno per uno.

1. Le unioni civili

Il programma è netto: “il matrimonio rimane l’unico istituto di coppia, perché solo la procreazione ha rilievo pubblico”, quindi via le unioni civili. Peccato che quella legge non sia un capriccio del legislatore di turno: nasce da un obbligo. La Corte Costituzionale, con la sentenza 138 del 2010, affidò al Parlamento il compito di riconoscere una tutela giuridica alle coppie omosessuali sulla base dell’articolo 2 della Costituzione; l’Italia rimandò per anni, finché nel 2015 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non la condannò per quel vuoto (caso Oliari). Un giurista interpellato da Vice sul tema ha usato una parola sola: impossibile. Abrogarla senza sostituirla non “restaura” nulla, riapre semplicemente la violazione per cui Strasburgo ci ha già bacchettati.

2. Il reato di femminicidio

Il programma vuole abrogare l’articolo 577 bis del codice penale, tornando all’omicidio “generico”, perché, dice Vannacci, “un reato non è più o meno grave in base al sesso”. Il problema è che l’Italia ha ratificato nel 2013 la Convenzione di Istanbul, il trattato che per primo ha imposto agli Stati un approccio esplicitamente di genere alla violenza contro le donne, proprio perché quella violenza ha una matrice specifica che un “omicidio è omicidio” ignora per definizione. Non è una linea guida opzionale: è un obbligo internazionale che l’Italia si è presa.

3. La legge Mancino

Stessa storia: la sua abrogazione secca metterebbe l’Italia in contrasto con gli obblighi assunti presso le Nazioni Unite sull’eliminazione della discriminazione razziale e con una decisione quadro dell’Unione Europea del 2008 che impone sanzioni penali effettive contro l’istigazione all’odio razziale. Va detto, per onestà, che l’idea non è un’invenzione di Vannacci: la propose Forza Nuova nel 2014, la rilanciò il leghista Lorenzo Fontana nel 2018, e la stessa Fratelli d’Italia in passato l’ha definita “un reato d’opinione”. Ma il fatto che sia un classico della destra radicale non la rende più compatibile con i trattati firmati dall’Italia.

4. L’aborto

Il programma dichiara che l’aborto “non è un diritto”, vuole le associazioni pro-vita nei consultori e vuole vietare la somministrazione della pillola Ru-486 fuori dall’ospedale. Qui non si tratta di abrogare una legge qualsiasi: la Corte Costituzionale ha più volte ricondotto l’impianto della legge 194 del 1978 al diritto alla salute e all’autodeterminazione della donna, garantiti dall’articolo 32 della Costituzione. Si può discutere la 194 in Parlamento, ed è già successo più volte, ma smontarne la sostanza senza toccare quell’articolo significa scrivere una norma destinata quasi certamente a un ricorso alla Consulta.

5. Il fine vita

Il programma si dichiara “pro-vita dal concepimento alla morte naturale” ed è per questo contrario a ogni eutanasia o suicidio assistito. Solo che nel 2019, con la sentenza 242 (il caso di dj Fabo e Marco Cappato), la Corte Costituzionale ha già dichiarato non punibile l’aiuto al suicidio in presenza di condizioni specifiche. Un divieto assoluto per legge ordinaria non colmerebbe un vuoto normativo: cancellerebbe un diritto che la Consulta ha già riconosciuto.

6. Le direttive europee

Il programma promette di respingere le direttive Ue ritenute veicolo dell'”agenda woke”, anche a costo di uno scontro con le Corti internazionali. Suona coraggioso, ma un Paese membro non può abolire unilateralmente una direttiva restando nell’Unione: può provare a rinegoziarla, o votare per uscire dai trattati. Nel mezzo non c’è una terza via legale, c’è solo l’infrazione.

7. L’euro

Su questo il programma stesso si defila, promettendo che si deciderà in seguito, “secondo la convenienza”. Un modo elegante per dire che nemmeno chi l’ha scritto sa quale percorso giuridico dovrebbe seguire un’uscita dalla moneta unica, né cosa succederebbe a debito, banche e contratti denominati in euro.

La cosa interessante è che Futuro Nazionale sa distinguere benissimo una legge ordinaria da una riforma costituzionale, quando fa comodo dirlo: per escludere i non cittadini da alcune prestazioni sociali, il programma ipotizza apertamente una modifica della Costituzione. Cioè: chi l’ha scritto sa bene che certe cose richiedono la procedura aggravata dell’articolo 138, maggioranze qualificate, eventualmente un referendum. Ma su unioni civili, legge Mancino, femminicidio e aborto quella stessa consapevolezza sparisce, e tutto viene presentato come se bastasse un tratto di penna del prossimo Parlamento. Non sembra ingenuità istituzionale: sembra selezione accurata di quando conviene ricordare che la Costituzione esiste.

Cosa c’è sotto la retorica identitaria

Al netto del diritto, restano le pagine (e i fatti recenti) che raccontano meglio il clima interno al movimento. A metà agosto è emersa, nella ricostruzione di Repubblica, una chat privata legata all’area vannacciana: circa trecento persone, tra cui dirigenti e responsabili di comitati locali soprattutto in Lombardia, con messaggi antisemiti, razzisti e nostalgie golpiste circolati senza che nessuno se ne dissociasse dall’interno. Il coordinatore nazionale Massimiliano Simoni ha preso le distanze, ricordando che dall’aprile 2026 le chat di partito con più di sessanta iscritti sono ufficialmente vietate. Poco dopo, durante un evento pubblico, una band ha suonato “Bella Ciao” a Vannacci e alla moglie: lui ha risposto con il saluto romano. Il partito ha anche adottato “Futura” di Lucio Dalla come inno senza autorizzazione, incassando la protesta degli eredi. E lo stesso Vannacci, in un podcast, ha liquidato l’idea che la Costituzione sia antifascista definendola testualmente “una bufala”. È una lettura che la maggior parte dei costituzionalisti respinge, dato che l’intera Carta nasce dalla Resistenza, non solo la dodicesima disposizione transitoria che vieta la riorganizzazione del partito fascista (disposizione su cui, non a caso, un gruppo di giuristi e docenti ha scritto nei giorni scorsi una lettera aperta al presidente Mattarella).

Non sono solo gli avversari a storcere il naso. Dentro l’area che ruota attorno al partito, Luca Sforzini, presidente del think tank storico del movimento, ha definito la svolta ultraconservatrice un possibile “boomerang”, notando che riservare priorità abitativa alle famiglie numerose finirebbe per avvantaggiare proprio le famiglie di immigrati, smentendo le premesse stesse del partito. La leghista Giulia Bongiorno ha criticato pubblicamente l’abolizione del reato di femminicidio. E gli alleati di governo non sono più teneri: Giorgia Meloni ha bollato l’operazione di Vannacci, in un’intervista al settimanale “Chi”, come “costruita per favorire la sinistra”; Matteo Salvini, quando Vannacci lasciò la Lega, commentò con parole amare, accusandolo di aver tradito la fiducia che gli era stata riposta.

Il vero bersaglio del programma di Vannacci

Qui però bisogna essere onesti fino in fondo, altrimenti il titolo di questo pezzo diventa esso stesso una scorciatoia. Chiamare “analfabeti funzionali” due milioni di persone che scelgono di votare Futuro Nazionale è un’etichetta comoda, già usata contro elettorati di segno opposto in passato, e che rischia di spiegare poco: in Italia circa un adulto su tre fatica a comprendere un testo complesso secondo i dati Ocse, ma è un dato sulla scuola italiana in generale, non specificamente sull’elettorato di un partito. Un sondaggio Euromedia di giugno segnala che oltre un terzo degli italiani condivide le idee di Vannacci sulla “remigrazione”: non tutte quelle persone hanno letto le cento pagine del programma articolo per articolo, ma non è affatto detto che le voterebbero diversamente se lo avessero fatto. Per molti elettori il programma non è un contratto da eseguire, è un segnale identitario da sventolare: su quel piano, la sua ineseguibilità giuridica conta relativamente poco.

Il vero inganno, allora, riguarda meno chi vota Vannacci sapendo benissimo che quelle promesse sono più bandiera che legge, e più chi si illude che, vincendo le elezioni, quelle pagine diventerebbero davvero il Paese in cui vivere: niente più unioni civili, aborto derubricato a favore, disobbedienza sistematica a Bruxelles. Quella prospettiva, per come è scritta oggi, si schianterebbe contro la Consulta, contro Strasburgo, contro Bruxelles, ben prima di arrivare in Gazzetta Ufficiale. E chi scrive un programma sapendo che gran parte dei suoi punti più identitari non supererebbe un vaglio di costituzionalità sta vendendo un “sogno” di cui conosce già, più o meno, la data di scadenza.

Quindi, con il suo programma il generale li sta prendendo in giro?

Dipende da cosa gli elettori pensano di comprare. Se pensano di comprare un pacchetto di leggi pronte a entrare in vigore il giorno dopo il voto, sì: gran parte dei punti più sbandierati del programma (unioni civili, femminicidio, legge Mancino, aborto, eutanasia, direttive Ue) sono scritti in rotta di collisione con la Costituzione, con sentenze già passate in giudicato e con trattati internazionali che l’Italia ha firmato. Se invece pensano di comprare un’appartenenza, un modo di sentirsi rappresentati contro un establishment percepito come ostile, allora la fattibilità giuridica delle singole misure smette di essere il punto, e la domanda del titolo perde gran parte del suo mordente.

Quello che resta, in entrambi i casi, è che il programma di Futuro Nazionale racconta più cose su cosa Vannacci vuole che il suo elettorato provi, che su cosa Vannacci potrebbe davvero fare da Palazzo Chigi. Ed è forse proprio questo, più dell’analfabetismo funzionale di qualcuno, il trucco da smascherare.

Nota dell’autore: questo articolo è stato scritto con il supporto della deep research di una iA e per il controllo refusi.

Giovanni Scafoglio

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