Sydney Sweeney nuda senza chiedere il permesso!

Sydney Sweeney nuda e il giorno dopo Internet ha fatto esattamente quello che Internet sa fare meglio: ha cominciato a litigare

Il 9 settembre 2026 Sydney Sweeney si è spogliata. A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che, considerata la carriera dell’attrice di Euphoria e The White Lotus, non sia esattamente una notizia da convocazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.Eppure stavolta è successo qualcosa di curioso. Sweeney si è spogliata per vendere scommesse sportive. Non una crema rassodante. Non un profumo chiamato Eternity che costa quanto una rata del mutuo. Non una bevanda energetica da bere prima di andare in palestra a fotografarsi davanti allo specchio. Scommesse. La piattaforma si chiama Novig e la campagna “Just Sports”. Nello spot l’attrice compare nuda, strategicamente coperta da palloni, racchette e altra ferramenta sportiva.

Immagino la riunione creativa di quelli del marketing:

«Dobbiamo parlare di sport».

«Certo».

«E di donne».

«Certo».

«E di libertà».

«Naturalmente».

«Allora spogliamo Sydney».

Silenzio.

«Geniale».

E probabilmente lo era.

Perché il giorno dopo Internet ha fatto esattamente quello che Internet sa fare meglio: ha cominciato a litigare: Sydney Sweeney nuda, si spoglia, ma come si permette?

Alcune atlete olimpiche e professioniste hanno accusato la campagna di sessualizzare lo sport femminile. Tra loro la nuotatrice australiana Ariarne Titmus e la pugile Skye Nicolson. Il ragionamento è comprensibile: mentre le atlete cercano da anni di essere riconosciute per quello che fanno, per gli allenamenti, le medaglie, la fatica e i risultati, arriva l’ennesima campagna pubblicitaria che mette il corpo femminile al centro della scena.

Solo che stavolta c’è un piccolo dettaglio.

Un dettaglio grosso come un assegno.

Sydney Sweeney non è soltanto la testimonial.

È socia di Novig.

Ha una quota della società.

Quindi la signora che compare nuda nella pubblicità non è semplicemente quella che viene pagata per vendere il prodotto.

È anche una delle persone che hanno qualcosa da guadagnare se il prodotto vende.

Capite il problema?

No?

Bene.

Perché è qui che comincia la parte interessante.

Da qualche decennio il femminismo ci ripete una frase che, presa sul serio, dovrebbe essere piuttosto semplice: il corpo di una donna appartiene a lei

Non al marito.

Non al prete.

Non al Parlamento.

Non al fidanzato.

Non al maschio alfa della situazione.

A lei.

Se una donna vuole abortire, dovrebbe poter decidere sul proprio corpo.

Se vuole truccarsi come una Kardashian dopo tre giorni di insonnia, faccia pure.

Se vuole uscire struccata, altrettanto.

Se vuole fare la modella, lo faccia.

Se vuole rifiutarsi di fare la modella, idem.

Se vuole mostrarsi nuda per una campagna pubblicitaria, a rigor di logica, dovrebbe poterlo fare.

Poi però arriva il denaro. E il corpo, improvvisamente, diventa una questione filosofica

Se ti spogli per liberarti, sei emancipata.

Se ti spogli per provocare, sei una ribelle.

Se ti spogli per arte, sei sofisticata.

Se ti spogli per denunciare il patriarcato, sei un’icona.

Se ti spogli e ci guadagni dei soldi, attenzione.

Potresti essere stata manipolata dal capitalismo.

È una distinzione meravigliosa.

La libertà finisce esattamente dove comincia una fattura.

Sweeney, almeno secondo quanto dichiarato dai vertici di Novig, avrebbe contattato lei l’azienda, partecipato alla trattativa e ottenuto una quota societaria. Non sembra quindi la storia della povera ragazza trascinata davanti a una telecamera da un branco di pubblicitari maschilisti. Sembra la storia di una donna adulta che ha guardato il proprio volto, il proprio corpo, la propria notorietà e ha pensato che potessero essere un investimento. Che è esattamente ciò che fanno da sempre gli uomini con il proprio talento, il proprio cognome, il proprio culo, il proprio cervello e, quando ce l’hanno, anche con il proprio capitale.

Solo che quando lo fanno loro si chiama imprenditoria. Quando lo fa una donna con il proprio corpo, improvvisamente arriva il tribunale morale di Internet.

E il tribunale morale di Internet non scherza

Ha milioni di giudici, nessun codice penale e soprattutto nessuna responsabilità. Il paradosso è che Sweeney potrebbe aver fatto una cosa perfettamente coerente con la logica della liberazione femminile: decidere autonomamente come utilizzare la propria immagine. Il problema è che quella scelta non piace a tutti.

Ed è qui che libertà e consenso vengono spesso mescolati fino a diventare una specie di minestrone ideologico.

Tu sei libera di scegliere.

Io sono libero di criticare la tua scelta.

Le due cose possono convivere.

È persino possibile che abbiano ragione entrambe le parti.

Le atlete possono dire: «Questa campagna ci danneggia».

Sweeney può rispondere: «È il mio corpo e decido io».

Novig può dire: «La campagna funziona».

E il mercato, nel frattempo, può fregarsi le mani.

Perché il mercato è l’unico soggetto di questa storia che non ha bisogno di decidere chi abbia ragione.

Gli basta che se ne parli.

Una donna nuda vende.

Una donna nuda che divide il femminismo vende ancora meglio.

Una donna nuda che divide il femminismo ed è anche socia della società che vende scommesse è praticamente una macchina per stampare titoli.

Il capitalismo, a differenza degli esseri umani, non si offende

Non si scandalizza. Non si sente sessualizzato. Non ha bisogno di essere validato. Conta i soldi.

Forse la domanda vera è proprio questa: siamo davvero disposti ad accettare fino in fondo il principio secondo cui una donna è proprietaria del proprio corpo? Perché “fino in fondo” è una formula molto pericolosa. Significa anche quando la sua scelta ci sembra volgare.

Quando ci sembra stupida.

Quando ci sembra commerciale.

Quando non coincide con la nostra idea di emancipazione.

Quando ci fa perdere una discussione su X.

Quando, soprattutto, quella donna guadagna più soldi di noi facendo qualcosa che noi consideriamo moralmente discutibile.

A quel punto scopriamo che la libertà è una faccenda meravigliosa.

Finché non comincia a dar fastidio.

E allora arriva qualcuno a spiegarti che sei libera, naturalmente.

Libera di scegliere.

Libera di essere te stessa.

Libera di fare ciò che vuoi.

Purché scelga bene.

Purché sia la scelta giusta.

Purché non faccia arrabbiare nessuno.

Purché non faccia soldi nel modo sbagliato.

Purché, possibilmente, piaccia anche a noi.

A quel punto non è più libertà.

È un regolamento condominiale.

E il corpo, naturalmente, è ancora tuo.

Solo che prima di usarlo devi chiedere il permesso all’assemblea.

Giovanni Scafoglio

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