A dieci anni da Blackstar: l’ultima visione di Bowie prima di sparire nel buio

A dieci anni da Blackstar: l’ultima visione di Bowie prima di sparire nel buio. Blackstar di Davide Bowie è monumento feroce e luminoso

Sono passati dieci anni da Blackstar, e quel brano continua a irrompere nella vita di chi lo ascolta come un presagio che non smette di pulsare. Ti arriva addosso, ti sposta, ti chiede di seguirlo. In un mondo sospeso tra realtà e immaginazione, dove l’aria vibra come pelle d’animale in allerta, una donna con una coda, Elisa Lasowski, avanza con la calma di chi custodisce un segreto rovente. Trova un astronauta morto, un relitto piovuto sulla Terra per consegnare un messaggio, e gli strappa il teschio adornato di gioielli, un talismano sottratto agli dei. Lo porta in una città antica e ultraterrena, fatta di polvere di civiltà cadute e di quelle che devono ancora nascere. Le ossa dell’astronauta salgono verso un’eclissi solare come se ricordassero il cammino, mentre un cerchio di donne compie un rituale che pretende attenzione totale. Ogni gesto è un segnale, una chiamata. Bene. in quell’istante comprendi che Bowie è già proiettato altrove. E che potrebbe trascinarti con sé.

Blackstar di Davi Bowie è un crocevia dove tutto arriva e niente si ferma

Dentro c’è rock, jazz, prog, elettronica, barocco e qualche creatura sonora che rifiuta di farsi battezzare. C’è chi lo chiama avant jazz sci fi torch song, e chi, più onesto, rinuncia a definirlo. La battuta spezzata guarda di lato la drum and bass, la melodia di due note sembra un coro gregoriano catapultato nel posto sbagliato, i cambi di tempo ti tolgono il respiro come un ascensore che decide di precipitare per mezzo secondo.

Nella parte centrale si accende un lampo blues, subito inghiottito da echi di acid house e R&B. Il pezzo originale era più lungo, ma Bowie e Tony Visconti lo hanno ridotto a 9 minuti e 57 a causa delle limitazioni di iTunes. Anche così resta la sua seconda traccia più lunga dopo Station to Station. Una scelta che suona come un avvertimento: vi porto al limite, ma il baratro lo lascio due passi più in là.

Il video. Un rituale premonitore

Bowie interpreta tre volti della stessa febbre: l’introverso Button Eyes, il truffatore eccentrico e il prete che stringe un libro marchiato dalla stella nera, come una reliquia. La donna con la coda, intuizione sua, arriva da quella zona d’ombra dove Lynch avrebbe sorriso: “mi sembrava avesse qualcosa di sensuale”, disse. E si percepisce. Poi ci sono i ballerini nell’attico, con quei movimenti deformati che sembrano usciti dai cartoni di Max Fleischer, da Popeye. Rievocano le pose storte del video di Fashion. Segnali lanciati a chi ha camminato a lungo nella sua opera, piccoli sassolini lasciati sul sentiero.

Il video nasce nel settembre 2015, in uno studio di Greenpoint, Brooklyn. Bowie e Johan Renck lavorano come due complici che si scambiano visioni: schizzi, idee, intuizioni. Bowie suggerisce, Renck costruisce. Le scenografie sono di Jan Houllevigue, i dipinti di Roman Turovsky. Un mosaico vivo, che respira e si muove da solo.

Blackstar porterà a casa la Miglior Direzione Artistica agli MTV Video Music Awards 2016

Il singolo entra in classifica con passo laterale: numero 61 nel Regno Unito, 70 in Francia, 78 nella Billboard Hot 100. Diventa anche la traccia più lunga mai entrata nella chart americana fino al 2019. Poco dopo arrivano due Grammy: Miglior Canzone Rock e Miglior Performance Rock.

Blackstar di Davide Bowie è monumento feroce e luminoso

Un accumulo di simboli, suoni e visioni. Il ritratto di un artista che ha manipolato la percezione della propria arte fino all’ultimo respiro, costruendo un addio che assomiglia a un varco. Un testamento che non si legge: si attraversa.

Blackstar è labirinto sonoro, un romanzo in codice che Bowie ha lasciato aperto affinché ci si accorga che l’uscita non porta mai fuori poiché è un confine dove lui è arrivato prima di tutti.

Giovanni Scafoglio

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