Con un videomessaggio al gala per il 50º anniversario della NIAF a Washington, Giorgia Meloni ha ringraziato Donald Trump per aver “ripristinato” il Columbus Day. Pochi giorni prima, Trump aveva firmato la proclamazione che invita a celebrarlo il secondo lunedì di ottobre. Sul piano dei fatti, però, quella festa non era mai stata abolita: è prevista per legge e Joe Biden l’ha onorata ogni anno proclamandolo regolarmente. Chiamarlo “ripristino” è una scelta di manipolazione politica: suggerisce un’abolizione mai avvenuta, costruisce un prima e dopo inesistente, attribuisce a Trump un merito che non c’è, sposta il discorso dai documenti alla propaganda identitaria e alimenta ostilità verso gli avversari politici, proprio quell’odio di cui la destra afferma di essere vittima. Tra l’altro la proclamazione di Trump non impone nulla ai singoli Stati che potranno continuare a festeggiare l’Indigenous Peoples’ Day al posto del Columbus Day.
Cos’è il Columbus Day che Meloni afferma Trump abbia ripristinato
Il Columbus Day è una festività federale degli Stati Uniti che ricorda l’arrivo di Cristoforo Colombo nel 1492; nasce come ricorrenza nazionale nel 1892 con una proclamazione del presidente Harrison, in un clima segnato dal linciaggio di undici italiani a New Orleans, e diventa festa federale nel 1937 per impulso dei Knights of Columbus e delle comunità italoamericane. Dal 1971, con l’Uniform Monday Holiday Act, si osserva il secondo lunedì di ottobre, con chiusura di uffici e servizi federali come previsto dal titolo 5 del Codice degli Stati Uniti. Per decenni è stata una celebrazione dell’integrazione italoamericana e della narrazione civica della “scoperta”, mentre in tempi recenti alcune amministrazioni locali l’hanno affiancata o sostituita con l’Indigenous Peoples’ Day; a livello federale, però, la ricorrenza resta in vigore per legge e continua a essere proclamata annualmente dal presidente.
Il Columbus day è mai stato cancellato o sospeso?
Il Columbus Day non è mai stato cancellato né sospeso: è un giorno festivo previsto per legge nel titolo 5 del Codice degli Stati Uniti e dal 1971, con l’Uniform Monday Holiday Act, si osserva il secondo lunedì di ottobre con chiusura degli uffici federali. Anche negli anni più recenti la ricorrenza è rimasta in vigore senza interruzioni, con le consuete proclamazioni presidenziali, incluse quelle firmate da Joe Biden dal 2021 al 2024. Altro discorso sono gli ordinamenti locali: alcuni Stati e città hanno scelto di affiancare o sostituire la celebrazione con l’Indigenous Peoples’ Day, ma queste decisioni non incidono sullo status della festività a livello federale.
Alcuni stati hanno sostituito formalmente il Columbus Day con una ricorrenza dedicata ai nativi americani
Si tratta del South Dakota, che dal 1990 osserva il Native American Day al posto della festa di Colombo, le Hawaii, dove dal 1988 il secondo lunedì di ottobre è Discoverers’ Day in luogo del Columbus Day. L’Alaska dal 2017 ha adottato l’Indigenous Peoples’ Day. Poi c’è il blocco del 2019 con Maine, Vermont, New Mexico e il District of Columbia. Tutti passati per leggi statali o atti locali alla denominazione Indigenous Peoples’ Day; più recente la scelta del Minnesota, che nel 2023 ha rimosso Columbus Day dal proprio elenco di festività sostituendolo con la giornata dei popoli indigeni.
La proclamazione di Trump non impone nulla ai singoli Stati
Riguarda l’osservanza federale e il messaggio politico, non riscrive i calendari statali. Maine, Vermont, New Mexico, District of Columbia, Alaska, South Dakota, Hawaii o Minnesota continueranno a chiamare e trattare quel giorno secondo le proprie leggi finché non approveranno nuove norme. Possono nascere cerimonie simboliche o co-celebrazioni, ma la denominazione ufficiale resta quella decisa a livello locale; a Washington, invece, gli uffici federali osservano comunque il Columbus Day come da calendario nazionale.
L’adozione dell’Indigenous Peoples’ Day al posto del Columbus Day non segue uno schema destra/sinistra e non ha nulla a che vedere con la cosiddetta cultura woke
E’ il frutto di storie locali, composizione demografica e rapporti con le comunità native. Stati ritenuti conservatori, come il South Dakota, osservano il Native American Day dal 1990, le Hawaii hanno introdotto il Discoverers’ Day nel 1988 e l’Alaska è passata all’Indigenous Peoples’ Day nel 2017, tutti passaggi precedenti al recente uso polemico del termine. Sul versante progressista, Maine, Vermont, New Mexico, il District of Columbia e poi il Minnesota hanno compiuto scelte analoghe tra il 2019 e il 2023. A determinare l’esito sono state decisioni legislative e amministrative legate al territorio, non un’ideologia uniforme né un’etichetta culturale calata dall’alto.
La favoletta del ripristino da parte di Donald Trump del Columbus Day e il rilancio di Giorgia Meloni non spiegano i fatti, li piegano
Trasformano una continuità amministrativa in un’arma identitaria, con il sottinteso dei “nemici che cancellano la storia”. È retorica tossica, costruita per polarizzare: crea schieramenti, alimenta risentimento verso gli avversari politici e inquina l’informazione con un prima e un dopo che non esistono. La dinamica è sempre la stessa: si agita un totem simbolico, si semplifica la realtà legale, si indica un capro espiatorio e si spinge il pubblico nelle camere dell’eco dei social. Il risultato è più odio e meno verifica, più slogan e meno documenti. Eppure le scelte sul secondo lunedì di ottobre non seguono l’asse destra contro sinistra: nascono da leggi statali, storia locale e rapporti con le comunità native, come dimostrano casi sia in Stati conservatori sia in Stati progressisti. In breve, non è la “cultura woke” a guidare quei calendari, ma decisioni territoriali stratificate; è la narrazione politica a piegarle in chiave di scontro.
Ginevra Leone
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