Quando Donald Trump ha annunciato il suo piano per la pace a Gaza, il mondo si è diviso tra chi ha sorriso e chi ha provato a capire se, dietro l’enfasi, ci fosse davvero qualcosa di concreto. Il presidente americano ha presentato la sua ricetta per chiudere una guerra infinita e riscrivere la geografia politica del Medio Oriente. Accanto a lui, Tony Blair: un nome che riporta alla stagione delle grandi mediazioni, quando ancora si parlava di “road map” e non di droni. Il piano, nelle intenzioni, promette di ricostruire la Striscia, disarmare Hamas e avviare un percorso che porti, passo dopo passo, alla nascita di uno Stato palestinese stabile. Sembra ambizioso, quasi irrealistico. Eppure è il primo tentativo strutturato da anni di immaginare un dopoguerra. Ecco allora, spiegato in modo semplice, che cosa prevede davvero il piano di Trump per la pace a Gaza.
Il piano di Trump per la pace a Gaza
Il piano contempla la nascita di un organismo di supervisione internazionale che avrebbe autorità politica strategica su Gaza, con competenze superiori al governo tecnico locale. Nel piano diffuso si parla di un “Board of Peace” che assume il ruolo di corpo decisionale sovraordinato. Donald Trump sarebbe alla guida di questo organismo (come presidente / chair), mentre Tony Blair è indicato come uno dei membri chiave o figura di supporto.
Il Consiglio avrebbe l’incarico di stabilire le linee guida politiche, approvare le decisioni strategiche, definire i criteri per l’uso dei fondi per la ricostruzione e supervisionare la governance quotidiana in transizione. Nel documento trapelato (“draft plan”) si legge che il Board avrebbe poteri “supremi strategici e politici” rispetto all’autorità tecnica palestinese che esegue i compiti operativi.
Il progetto prevede che il Board includa anche figure internazionali con competenze economiche e amministrative, e potenzialmente investitori benestanti, insieme a esponenti del mondo arabo internazionale. Il Consiglio di Pace opererebbe fino a che l’Autorità Nazionale Palestinese dimostri di aver completato riforme strutturali tali da poter riprendere il controllo effettivo di Gaza.
Il governo tecnico palestinese nel piano di Trump per la pace a Gaza
L’idea è togliere il controllo alle fazioni armate e consegnarlo a una squadra di palestinesi che sappiano far funzionare la Striscia come uno Stato normale. Non politici, non uomini di partito: tecnici. Ingegneri, medici, amministratori, dirigenti locali scelti per competenza, non per appartenenza. Questo gruppo si occuperebbe di tutto ciò che serve ogni giorno: luce, acqua, ospedali, scuole, rifiuti, stipendi pubblici. Ma non agirebbe da solo. Sopra di loro ci sarebbe il Consiglio di Pace, quello guidato da Trump e da Tony Blair, che stabilirebbe obiettivi e budget. I tecnici eseguono ciò che il Consiglio decide.
Secondo quanto riportato da Reuters e ABC News, questa formula servirebbe a evitare che Hamas o altre milizie tornino al potere, e a garantire continuità mentre si prepara il ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese. Finché non sarà pronta, Gaza resterebbe sotto questa amministrazione provvisoria, controllata da fuori ma gestita, almeno in parte, da dentro.
Cessate il fuoco e scambio di prigionieri: il punto più delicato del piano di Trump
Nel piano presentato da Donald Trump, il cessate il fuoco arriva nel momento in cui Hamas accetta le condizioni. Da lì si apre una sequenza precisa di azioni concordate. Hamas deve liberare tutti gli ostaggi ancora vivi e consegnare i corpi di chi non è sopravvissuto entro settantadue ore. In cambio, Israele si impegna a scarcerare duecentocinquanta palestinesi condannati all’ergastolo e milleduecento detenuti di Gaza arrestati dopo il sette ottobre, compresi minori e donne rimasti in prigione senza accuse formali o senza processo.
Nel piano c’è anche una clausola simbolica: per ogni ostaggio israeliano morto o restituito, Israele dovrà consegnare i resti di quindici palestinesi. Subito dopo lo scambio, gli aiuti umanitari tornano a entrare nella Striscia. L’acqua e la corrente vengono ripristinate, e la gestione degli aiuti passa di nuovo alle Nazioni Unite, alla Mezzaluna Rossa e ad altre organizzazioni indipendenti, per garantire distribuzione equa e controllata.
Infine, si riapre il valico di Rafah, la porta di Gaza verso l’Egitto. Da lì possono passare persone e rifornimenti, un passaggio necessario per far ripartire la vita quotidiana. Cecilia Sala chiude questa parte con una frase secca: tutto questo accadrebbe solo se il piano, ancora sulla carta, diventasse davvero realtà.
Il ritiro di Israele e la nuova Gaza del piano Trump
Secondo il piano, dopo il cessate il fuoco e lo scambio di prigionieri, inizia la fase più lunga e delicata: quella del ritiro graduale delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza. Non un’uscita improvvisa, ma un processo a tappe, controllato, pensato per evitare il caos e garantire che non tornino in campo gruppi armati.
Mentre i soldati israeliani si ritirano, entra una forza di stabilizzazione internazionale. Il piano prevede la partecipazione di paesi musulmani moderati, e tra i primi a offrirsi c’è l’Indonesia, il più popoloso paese islamico al mondo. Il compito di questa forza sarebbe quello di garantire la sicurezza, addestrare una nuova polizia palestinese e accompagnare la transizione verso una gestione locale ordinata.
Parallelamente, i membri di Hamas che accettano di rispettare il piano ricevono l’amnistia. Sono liberi di lasciare Gaza. La Striscia, nel frattempo, viene demilitarizzata: i tunnel sotterranei vengono distrutti e le infrastrutture usate per gli attacchi eliminate.
Con la sicurezza ristabilita, si apre la fase della ricostruzione. Gaza viene affidata a un comitato tecnico palestinese con il compito di far ripartire servizi e infrastrutture, sotto la supervisione del Consiglio di Pace guidato da Trump e Blair. Come scritto nella prima parte di questo articolo.
A quel punto, l’Autorità potrebbe tornare a governare la Striscia e potrebbero finalmente crearsi le condizioni per l’autodeterminazione e per la nascita di uno Stato palestinese.
Ginevra Leone
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