The Sky is Crying Stevie Ray Vaughan, a 35 anni dalla sua scomparsa

The Sky is Crying Stevie Ray Vaughan, a 35 anni dalla sua scomparsa, forse il più grande interprete di Hendrix mai esistito

Ho questo ricordo di SRV, è il 1985 sono un ragazzino che sognava una Stratocaster e invece aveva una vecchia Eko, prestata da uno zio, vicino al letto. Perugia, Umbria Jazz. Sul palco Mr Stevie Ray Vaughan, cappello da cowboy, camicia a quadrettoni da boscaiolo e la sua Number One tra le braccia, forse la chitarra più maltrattata e violentata della storia della musica. Avevo fame di blues e di rock che negli anni ’80 era come aver sete nel deserto e beccarsi solo miraggi di oasi lontane. A un certo punto partono le inconfondibili note di Voodoo Child, una versione degna del miglior Hendrix, più hard che se fosse uscita dalle corde dei Led Zeppelin. Non avevo mai sentito nulla del genere dal vivo in vita mia. The Sky is Crying Stevie Ray Vaughan e se ci penso anche io, a 35 anni dalla sua scomparsa.

Mr Stevie Ray Vaughan

Dallas, 3 ottobre 1954. Un bambino gracile imbraccia una chitarra più grande di lui. Si chiama Stevie Ray Vaughan, ha le mani che odorano di olio da motore e la testa già rivolta verso il blues. Cresce tra bar di periferia e notti insonni, con il fratello Jimmie a fargli da bussola. Austin diventa la sua casa, Double Trouble la sua famiglia musicale. Le dita sulla Stratocaster Number One sputano note che non sembrano di questo mondo. Non studia nei conservatori, impara ascoltando Hendrix, Albert King, B.B. King. Tutto entra nel suo sangue e torna fuori come un temporale texano.

È il 1982, Montreux Jazz Festival. Stevie sale sul palco e incendia l’aria. Il pubblico fischia, troppo spiazzato dalla ferocia di un ragazzo che suona come se fosse in guerra con i suoi demoni. Ma tra la folla c’è David Bowie. Il Duca Bianco ne intuisce l’enorme talento e lo prende con sé,  invitandolo a partecipare alla registrazione dell’album Let’s Dance. Poco dopo nasce Texas Flood, 1983. Il mondo capisce che il blues non è morto. Anzi, ha trovato il suo nuovo profeta. Clapton, Jeff Beck, Carlos Santana: tutti lo guardano e sanno che davanti a loro c’è un predestinato.

Live at the El Mocambo, l’uragano

Ci sono concerti che diventano reliquie. Live at the El Mocambo, registrato nel 1983 a Toronto e pubblicato come video ufficiale nel 1991, è uno di questi. In un club che sembra troppo piccolo per contenere tanta energia, Stevie Ray Vaughan e i Double Trouble danno vita a una delle esibizioni più incendiarie della storia del blues. “Texas Flood” si trasforma in un urlo che squarcia il soffitto, “Voodoo Child” è un omaggio a Hendrix che diventa possessione mistica. La telecamera cattura il sudore, gli occhi chiusi, le corde che quasi si spezzano. Non è solo un live: è la prova che il blues può farsi tempesta e che Stevie Ray era la tempesta in persona. E’ impressionante guardarlo esibirsi, costantemente a occhi chiusi, evidentemente completo invaso dall’eroina. Un boato quando letteralmente prende la chitarra e suona, canta e fa l’assolo tenendola tesa dietro la schiena con la sola forza delle braccia

Una grandezza che brucia

Stevie Ray non era solo un virtuoso furioso. Era un chitarrista che infilava la vita dentro le corde. Suonava con la furia di chi si gioca tutto, ogni sera, senza riserve. L’alcol e la cocaina lo logorano, fino al collasso del 1986. Ma lui si rialza, va in clinica, disintossicazione, ritorna con più fuoco di prima. In Step, 1989, è la sua resurrezione. Crossfire arriva al numero uno. Ogni concerto è una messa laica, un rituale dove il blues si fa carne e sangue.

27 agosto 1990, la notte maledetta

East Troy, Wisconsin. Ha appena suonato con Eric Clapton, Buddy Guy, Robert Cray e il fratello Jimmie. Una serata di gloria, di quelle che restano nella pelle. Sale su un elicottero nella nebbia. Elicottero che era destinato a Clapton. Decolla, pochi minuti e si schianta contro una collina. Trentacinque anni appena, volati via insieme al rumore delle pale. Nessuna droga, nessun alcol. Solo la malasorte, la cecità della nebbia e un pilota che non avrebbe dovuto volare in quelle condizioni.

Austin gli dedica una statua. Clapton piange, B.B. King dice che il blues ha perso un figlio. Il fratello Jimmie scrive Six Strings Down, un requiem per chi vive e muore con la chitarra in mano. Poi arriva The Sky Is Crying, 1991. Non è solo un album postumo, è un testamento. Dentro c’è “Life by the Drop”, una ballata che suona come un addio sussurrato. C’è la title track che vibra come un pianto dal cielo. Ogni nota sembra sapesse già che il destino lo avrebbe strappato via troppo presto.

Sono passati trentacinque anni

Le corde di Stevie Ray Vaughan continuano a vibrare nell’aria. La sua musica non è una reliquia, è carne viva. Ha riportato il blues nei corpi dei giovani degli anni Ottanta, l’ha sporcato di sudore, lo ha fatto urlare contro il muro di plastica degli anni ottanta. Poi se n’è andato come un fulmine, lasciando il cielo più scuro e la terra più affamata di note. Ogni volta che lo ascolti sembra che stia ancora su quel palco, con il cappello inclinato e la Stratocaster che geme sotto i suoi colpi, come se il tempo non fosse mai passato e intanto il cielo sta piangendo.

Giovanni Scafoglio

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