Spotify ha pubblicato brani di artisti scomparsi generati dall’IA senza consenso, scatenando una polemica che investe il mondo della musica digitale. La piattaforma di streaming più popolare al mondo si ritrova accusata di aver ospitato canzoni create con intelligenza artificiale e attribuite a musicisti deceduti, senza l’autorizzazione di etichette o familiari. Un episodio che solleva dubbi sulla trasparenza del servizio e apre interrogativi urgenti sul futuro della creatività nell’era dell’IA.
Spotify sotto accusa: brani di artisti scomparsi generati dall’IA senza consenso
Tra il 21 e il 22 luglio 2025, Spotify è finita al centro di una bufera senza precedenti. Sulle pagine ufficiali di alcuni artisti deceduti sono comparsi brani creati con intelligenza artificiale, pubblicati senza alcun consenso da parte delle etichette discografiche o degli eredi. Il caso più eclatante riguarda “Together”, caricato sul profilo del cantautore country Blaze Foley, ucciso nel 1989. La traccia era accompagnata da una copertina artificiale con il volto di un giovane che non aveva alcuna somiglianza con l’artista texano. La scoperta è stata fatta da 404 Media, che ha documentato l’accaduto e ha portato alla luce un sistema di caricamenti non controllati da parte della piattaforma.
Nelle stesse ore del caso Foley è comparsa “Happened To You” sul profilo di Guy Clark, cantautore texano scomparso nel 2016
La traccia non proveniva dal suo catalogo. Ricalcava lo stile dell’artista, ma era stata generata dall’IA. Nei crediti figurava la stessa firma già emersa per Foley. Il file è arrivato in piattaforma tramite un distributore terzo. Dopo le segnalazioni, Spotify ha rimosso anche questo brano. L’intervento è stato successivo all’ascolto di migliaia di utenti. Non risultano autorizzazioni da parte degli eredi o delle etichette.
Sono stati segnalati altri caricamenti sospetti riconducibili allo stesso schema tecnico. Anche in quei casi la rimozione è arrivata dopo la pubblicazione. Se vuoi, nel box finale “Fonti” inserirò i riferimenti verificati, senza link nel corpo dell’articolo.
Non è la prima volta che Spotify si trova nell’occhio del ciclone
Il caso dei brani generati dall’IA non è un episodio isolato. Spotify è già stata al centro di polemiche per altri contenuti artificiali caricati senza controlli efficaci. Poche settimane prima era scoppiato il caso Velvet Sundown, una band interamente creata con algoritmi che ha superato il milione di ascolti prima che la natura artificiale del progetto venisse resa pubblica.
Spotify ha pubblicato brani di artisti scomparsi generati dall’iA, l’azienda non è nuova a operazioni poco trasparenti
Nel 2017, un’inchiesta di Music Business Worldwide rivelò che Spotify commissionava tracce strumentali per riempire le playlist più seguite, attribuendole a artisti inesistenti. L’obiettivo era ridurre i costi di licenza e garantire un flusso costante di contenuti. Alcuni di questi brani hanno superato milioni di ascolti, generando ricavi senza le royalties dovute agli artisti veri.
Un anno dopo, anche Vulture confermò il fenomeno, documentando come falsi artisti fossero inseriti sistematicamente nelle playlist editoriali. Spotify ha sempre negato di aver creato profili fake, ma non ha mai spiegato in dettaglio il meccanismo con cui quelle tracce finivano nelle liste ufficiali.
Nel 2024 Liz Pelly, su Harper’s Magazine, ha svelato il programma Perfect Fit Content
La piattaforma commissionava musica di sottofondo a produttori esterni, attribuendo i brani a pseudonimi e pagando compensi una tantum, senza riconoscere royalties nel tempo.
Un’indagine del quotidiano svedese Dagens Nyheter ha poi scovato più di 800 profili falsi collegati a una sola etichetta, Firefly Entertainment. Di questi, circa 500 erano presenti nelle playlist curate direttamente da Spotify. Alcuni profili avevano persino biografie inventate e badge di verifica, inducendo gli utenti a credere che fossero artisti reali.
Secondo un’inchiesta pubblicata nel 2025 da KQED, molte playlist contenevano fino al 90% di contenuti sintetici. Una strategia che ha permesso a Spotify di massimizzare i margini, sacrificando però la trasparenza verso musicisti e ascoltatori.
Cristina Ferrati
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