La notizia della morte di Ornella Vanoni è arrivata all’improvviso, come una sigaretta spenta sulla pelle. Sono sicuro che molti avranno sentito il bisogno fisico di rimettere un suo vinile sul piatto e tornare a quella voce che ti guarda sempre un po’ dall’alto, anche quando canta di rovine sentimentali. I suoi dischi tengono insieme oltre mezzo secolo di Italia, amori finiti male, ironia feroce e carezze. Dentro quella storia ci sono dieci canzoni fondamentali per comprenderne la grandezza, dieci colpi assestati al punto giusto, brani che stanno ancora in piedi senza maquillage, con le rughe esposte e la verità in primo piano. Se vuoi misurare chi è stata davvero Ornella Vanoni, devi passare da qui: da queste dieci canzoni che non ti chiedono permesso, ti afferrano per la gola e ti ricordano che sentirla è sempre stato, in fondo, un modo per fare i conti con te stesso.
Dieci canzoni fondamentali di Ornella Vanoni per comprenderne la grandezza senza fine anche ora che a musica è finita
L’appuntamento – Roberto Carlos, Erasmo Carlos, Bruno Lauzi (adattamento italiano) (1970)
Quando rimetto sul piatto L’appuntamento vedo una donna che si ostina ad andare a un incontro già fallito, solo per dare un volto alla propria sconfitta. Dietro c’è il Brasile di Sentado à beira do caminho, portato in italiano da Lauzi e trasformato da Ornella in una lenta autopsia dei sentimenti, con archi che sembrano sigarette che bruciano piano. Nel 1970 il 45 giri esce per Ariston, vince la Gondola d’oro a Venezia, diventa sigla di Gran Varietà e molti anni dopo rinasce nella colonna sonora di Ocean’s Twelve. In tre minuti ti spiega perché il verbo “aspettare”, in bocca a Vanoni, assomiglia più a una dipendenza che a un gesto d’amore.
Senza fine – Gino Paoli (1961)
Quando parte Senza fine ho l’impressione che il tempo si trasformi in una stanza rotonda dove Ornella e Gino continuano a guardarsi mentre una telecamera gira intorno a loro. Paoli la scrive all’inizio degli anni Sessanta, in piena ossessione amorosa per lei, ispirandosi anche a un dettaglio preciso: le mani di Ornella, “grandi, bellissime”, che diventano nel testo il simbolo di un amore che sfonda l’orologio e si divora i giorni. In quella stessa stagione Paoli arriva fino al gesto estremo del tentato suicidio, episodio che molte ricostruzioni intrecciano al suo tormento amoroso per Ornella. Pubblicata nel 1961 su 45 giri Ricordi, con Se qualcuno ti dirà sul lato B, è il brano che allontana Vanoni dall’immagine di “cantante della mala” e la rilancia come interprete moderna, sensuale, pericolosamente vicina alla verità. Il tempo di valzer, la fisarmonica e gli archi costruiscono una bolla sospesa, un’atmosfera rarefatta e quasi jazzata che anticipa le derive brasiliane e più sofisticate che lei affronterà negli anni successivi.
La musica è finita – Umberto Bindi, Franco Califano, Nisa (1967)
Forse la sua interpretazione che preferisco. Luci che si accendono, bicchieri vuoti, qualcuno che finge di avere fretta pur di non salutare la persona sbagliata. Le parole del Califfo sono poesia sublime, Ornella la porta a Sanremo 1967 in abbinamento con Mario Guarnera, lui finisce nel dimenticatoio, lei si prende per sempre la canzone. Il pezzo è costruito come un dopo-ballo: andamento da slow, arrangiamento di Gianfranco Intra, fiati e archi che sembrano riprendere il respiro mentre la serata crolla. Il colpo di genio sta nel testo che non parla di un grande dramma ma di una serata inutile, di quelle in cui speri in un miracolo e porti a casa solo il conto. In quell’“ecco, la musica è finita” c’è la specialità della Vanoni: dare alla parola fine un suono dolce e insieme spietato. Vanoni non la voleva cantare, la trovava senza ritmo, fu Franco Califano che, seduto al pianoforte, le fece intuire l’importanza del non detto e di come colorare ogni singola pausa.
Casa bianca – Don Backy, La Valle (1968)
Casa bianca è uno dei suoi momenti sanremesi più delicati: dietro quella casa di periferia toscana alla fine della guerra, quella dei nonni di Don Backy a Santa Croce sull’Arno, si alza un altare di tutte le nostalgie possibili. A Sanremo 1968 Ornella la canta in coppia con Marisa Sannia, la canzone arriva seconda e diventa una specie di fantasma condiviso: per il grande pubblico resta legata alla voce giovane della sarda, per chi guarda la storia della musica italiana è anche uno dei passaggi chiave della Vanoni. Don Backy ha raccontato che Ornella, invitata ad ascoltare un altro brano, si innamora proprio di Casa bianca, finita quasi per caso sul nastro, scelta che accende poi il celebre contenzioso tra lui, il Clan Celentano e i regolamenti di Sanremo. Musicalmente è una ballata in tempo ternario, con arrangiamento orchestrale morbido e malinconico, costruita su immagini semplici: una casa, l’infanzia, la paura dei bambini che non sanno darle un nome. Ornella ci entra con quella sua distanza emotiva che taglia zucchero al testo e lo porta in un territorio più adulto, dove la “casa bianca” smette di essere solo un ricordo e diventa unn rifugio mentale a cui si torna quando la realtà diviene insopportabile.
Domani è un altro giorno – Giorgio Calabrese, Jerry Chesnut (1971)
E’ la canzone in cui Ornella prende la parola “disillusione” e le mette il rossetto, poi la manda in giro a reggere il peso degli anni Settanta italiani. Sotto c’è The Wonders You Perform di Tammy Wynette, preghiera gospel sui miracoli di Gesù; Giorgio Calabrese ribalta il testo e lo trasforma in un monologo laico, una donna che fa l’inventario dei propri fallimenti e alla fine si aggrappa a quella frase pronunciata quasi di sbieco: “Domani è un altro giorno, si vedrà”. L’arrangiamento di Gianfranco Lombardi costruisce una ballata lenta, piena di archi, dove la voce di Ornella cammina in equilibrio tra resa e ostinazione. È importante perché definisce il suo modo di stare dentro alla sconfitta: lucida, adulta, capace di dire “ho perso ancora” senza piangersi addosso, tenendo aperto solo uno spiraglio, quello che ha fatto di lei la colonna sonora perfetta per chi si rialza tardi ma si rialza comunque.
Io ti darò di più – Memo Remigi, Alberto Testa (1966)
Sanremo 1966 è ancora in bianco e nero, quando Ornella Vanoni si presenta per la prima volta al Festival con Io ti darò di più, in doppia esecuzione con una giovanissima Orietta Berti. La canzone porta la firma di Memo Remigi per la musica e di Alberto Testa per il testo, costruita su una melodia ampia, molto sanremese, che sembra fatta apposta per far salire la voce fin quasi al cielo. Dentro c’è una promessa sbilenca: “per te spenderei la mia vita, in cambio di niente”, dichiarazione d’amore che sconfina nell’offerta di sé fino all’annullamento, avvolta da archi e da un arrangiamento che profuma di ballo lento di fine serata e fumo di sigarette. Anni dopo, Orietta Berti racconterà che all’epoca Ornella non voleva neanche cantare con lei né farsi fotografare insieme, salvo poi scusarsi col tempo e trasformare quella freddezza iniziale in amicizia.
Ti voglio – New Trolls, Sergio Bardotti (1977)
Ti voglio nasce dalla collaborazione con i New Trolls, E’ contenuta nel doppio album Io dentro / Io fuori. La canzone è elettrica e piena di frizione, con il funk e la disco che spingono la sua voce in un territorio più etereo. Il brano entra, inoltre, nella colonna sonora di Avere vent’anni di Fernando Di Leo, film libertario e censurato. Colonna sonora perfetta di corpi giovani che reclamano il diritto al piacere. In quegli stessi anni Ornella posa nuda e dirige l’edizione italiana di Playboy chiedendo come compenso una sfera di Arnaldo Pomodoro. Ti voglio: tre minuti in cui la voce di Vanoni diventa manifesto sonoro di un’emancipazione femminile che non chiede mai permesso.
La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria – Toquinho, Vinicius de Moraes, Paolo Limiti (1976)
Parte la chitarra e la stanza viene inondata di Brasile. Diventa un locale di mare che esiste solo la notte: tavoli appiccicosi, bicchieri mezzi pieni, un’aria densa che sa di sudore e di sale. Toquinho disegna cerchi con la sua sei corde, Vinicius impreziosisce il tempo, Ornella canta come se avesse appena buttato via le chiavi di casa. La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria non è un titolo, è un progetto di vita: quattro parole sussurrate come un brindisi sfrontato contro tutto quello che ti chiede prudenza. Qui la sua voce cambia pelle, si appoggia alla bossa, rallenta le sillabe, lascia scivolare il testo sulla musica. Questo brano è la porta del suo capitolo brasiliano, il momento in cui la signora della canzone italiana decide di ballare scalza e di raccontare il desiderio come una febbre dolce e impossibile da arginare.
Una ragione di più – Franco Califano, Mino Reitano, Franco Reitano, Luciano Beretta, Ornella Vanoni (1969)
La Vanoni canta “ti amo, vado via” e, per un secondo, il mondo sembra fermarsi a metà mentre lei aspetta che qualcuno dica “non lasciarmi solo”. Questa canzone è un incantesimo al contrario: invece di trattenere, scioglie. La musica dei fratelli Reitano ha il passo largo dei grandi addii, il testo di Califano tratteggia quella verità atroce che nessuno vuole sentirsi dire, cioè che a volte l’amore esiste ancora ma non basta più. Ennesimo gioiello de duo Califano Vanoni, straziante e vero. Forse unico.
Rossetto e cioccolato – Ornella Vanoni, Oscar Avogadro, Roberto Pacco (1995)
Ornella torna in pista, elegantemente, da sopravvissuta, dopo un periodo di crisi e depressione. Per il suo ritorno sceglie il campo del piacere, del corpo, della gola. Rossetto e cioccolato sta dentro Sheherazade, album del 1995 che segna il suo rientro alla ribalta. Prima la carezza degli archi, poi la sezione ritmica che entra discretamente, come se accompagnasse un after dinner a luci basse. In tre minuti mette in scena il manuale di seduzione di una donna adulta, che conosce a memoria i trucchi della seduzione ma che al contempo apparecchia da sola il tavolo “per il cuore e per il palato”, trasformando il desiderio in un atto di autoaffermazione. Vanoni rinasce senza chiedere sconti.
Dieci canzoni, dieci carte di un mazzo da poker in attesa di un treno che non arriva mai e verità che pochi hanno il coraggio di raccontare. Ornella Vanoni ha fatto questo per una vita intera: entrare nelle crepe, sedersi dove ti fa male, cantare quello che avresti pensato anni dopo. La sua grandezza sta nella capacità di trasformare ogni errore sentimentale in poesia, ogni addio in anatomia del corpo, ogni attesa in una fermata d’autobus dove ti ritrovi senza sapere come sei arrivato lì.
La musica è finita. O forse no…
Giovanni Scafoglio
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