Rimmel è stato lo scarto laterale che ha cambiato le regole del cantautorato. Ha mostrato che si può raccontare l’amore senza zucchero, la sconfitta senza retorica, la memoria come una lama che riflette più che tagliare e quando lo fa incide la carne in profondità come tatuaggi impossibili eppure concreti. Reali. Francesco De Gregori con rimmel, ha insegnato svariate generazioni di autori che la precisione lessicale è più sovversiva dell’urlo. Dentro ci sono personaggi che non cercano assoluzioni e immagini impossibili da spiegare. Da lì in poi la canzone d’autore ha capito che poteva essere letteratura senza e allo stesso tempo pop. Rimmel è politica dell’intimo senza slogan. Il 19 settembre Rimmel si rifà vivo, cinquantesimo festeggiato in ritardo di qualche mese, come quei compleanni che ti prendono per la giacca quando stai per uscire. Niente feticci da collezionisti, zero inediti, solo le stesse canzoni dell’ormai 1975 tirate a lucido a 192 kHz, Sony al volante, i testi finalmente stampati anche dentro la busta dell’LP. Senti lo scatto dell’ago, la pelle si accappona al primo giro, e all’improvviso capisci che certe rughe non sono difetti, sono mappe.
Tutto quello che dovresti sapere su Rimmel di Francesco De Gregori
Intanto che fu stroncato dalla critica. il cantautore veniva attaccato in particolare per i suoi testi. “È evidente, peraltro, che l’evocazione (e la presunzione di far poesia) faccia scivolare il canto degregoriano kitsch in cui non tanto Gozzano è presente, quanto i baci Perugina. Chi osasse citare il decadentismo italiano, peggio quello francese, l’ermetismo o Lorca o persino Dylan nel caso di Buonanotte fiorellino o di Piccola mela, commetterebbe un flagrante reato di lesa cultura. E nemmeno Prévert, sebbene sia il più vicino a queste melensaggini, può essere un riferimento citato senza ridere. Né, per altro, frasi del tipo “buonanotte fra il telefono e il cielo” possono indurre a pensare di essere al di là della peggiore canzonetta all’italiana” ( Giaime Pintor, “De Gregori non è nobel, è rimmel” ).
Rimmel
“Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo e la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro”. Esiste un modo migliore e più affilato dalla poesia per dire a una donna: trovati pure un altro? Rimmel è il referto di una separazione adulta raccontata come una partita truccata: due seduti al tavolo, carte consumate, il rimmel non abbellisce, denuncia, macchia la federa e mostra dove l’amore ha ceduto. La storia è tutta qui, nell’inventario freddo dopo la tempesta, nelle pagine chiare e scure che restano quando si smette di barare al gioco dell’amore. È un capolavoro che in tre minuti tiene insieme tenerezza e ferocia, e affida al non detto la parte più tagliente. De Gregori ha raccontanto che le strofe nacquero in un camerino Rai mentre aspettava di partecipare a una trasmissione con il Mago Zurlì. Scrisse l’inciso sei mesi dopo in una stanza d’albergo a Milano.
Pezzi di Vetro
Pezzi di vetro è una canzone da maneggiare con cura: ti culla e poi ti punge, perché dice tanto e, a seconda di come la guardi, dice di più. De Gregori lsceglie un’immagine popolare, non da circo: un santo a piedi nudi che sfida i cocci, spavaldo e irridente, benedetto da una stella personale sotto il suo angolo retto. L’incanto dell’innamoramento è lì, nei piccoli gesti che vogliono stupire, in quella dimensione quasi soprannaturale della notte che dicono è due anime e un letto e un tetto di capanna, utile e dolce come un ombrello teso tra terra e cielo. Ma camminare sui vetri significa esporsi: la vulnerabilità arriva insieme alla prima volta, le linee della mano girano, cinquecento catenelle saltano, e lui gioca l’ultima carta, “è quattro giorni che ti amo”, mentre già senti la lama dell’addio più elegante e crudele e mentre lei è ormai lontana, con sarcasmo ammetti: “però stai bene dove stai”.
Il signor Hood
Un galantuomo “sempre ispirato dal sole”, due pistole a salve e un canestro di parole: non un bandito romantico, ma l’eroe civile che scarica i colpi in aria e regala parole anche ai sordi. Dentro la canzone lo vedi passare “sulla strada di Pescara”, asciutto fino a chiamarsi “Spina di pesce”: la fame come metodo politico, la nonviolenza come munizioni, la lingua come arma. Non è circo: è un santo laico che cammina in mezzo ai “parenti ingordi” e tiene la schiena al sole. Qui l’aneddoto non sta a margine ma in copertina: quella dedica minuscola “a M., con autonomia” è una freccia. De Gregori l’ha spiegato lui: è Marco Pannella, il Robin Hood radicale dei referendum e dei digiuni, il “misterioso signor Hood” della canzone. Riascolti i versi e combaciano: Pescara, le pistole a salve, il canestro di parole, la smilzezza delle lotte. È un ritratto in controluce che fa cronaca e mito nello stesso fotogramma.
Pablo
Un treno per la Svizzera, una valigia tenuta insieme da amore e rancore, e l’io narrante che trova Pablo sul cantiere: non “compagno”, troppo ingombrante per dirlo allora, ma “collega”, uno che conosce le donne, tradisce la moglie e parla una lingua che impari dividendo il fumo più che la grammatica. La Svizzera è verde e il padrone non sembra poi così cattivo, finché l’impalcatura non si apre sotto i piedi e resta solo il coro secco, “Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo”, il piccolo funerale degli invisibili. È lì che la canzone si allarga: quel ritornello esce dai solchi e finisce nei cortei, quando Lotta Continua lo piega in slogan dopo l’uccisione di Pietro Bruno, “Hanno ammazzato Pietro, Pietro è vivo”, e De Gregori capisce che le sue parole possono ballare in discoteca e, la sera dopo, marciare in piazza senza chiedergli permesso. Così “Pablo” diventa romanzo breve d’emigrazione e lavoro, ironico e spietato: l’istantanea di un mondo in cui si campa, si cade e si viene ricordati con un applauso stonato
Buonanotte fiorellino
Buonanotte fiorellino è un valzer brevissimo che dice buonanotte come si posa una coperta sulle spalle. Non è zucchero, è un rito di cura: due persone, la notte che si chiude, un tetto leggero come una capanna, il desiderio che resta caldo senza fare rumore. La semplicità è scelta, non ingenuità. Le immagini sono piccole e precise, domestiche e celesti insieme, e tengono in equilibrio tenerezza e pudore. Dentro c’è anche l’ossessione americana di De Gregori: ascoltando “Winterlude” di Bob Dylan capì che si poteva scrivere un valzer lieve senza perdere dignità. Lo ammette lui stesso, con ironia: se non avesse ascoltato “Winterlude”, “Buonanotte fiorellino” non sarebbe nata, “gli devo dei soldi”.
Le storie di ieri
È una stanza con due specchi: nel primo c’è il padre che ha creduto a un’idea nera e ne porta ancora l’odore addosso, nell’altro c’è il figlio che osserva i residui di quel passato nel presente e decide cosa salvare e cosa bruciare. La canzone non fa processi, smonta i miti con voce bassa: mostra come le parole d’ordine sopravvivano cambiate d’abito, come la nostalgia travesti gli errori da tradizione. Nasce nel 1974, quando De Gregori lavora in Sardegna con De André; a colazione affiora questo pezzo di memoria scomoda, che Fabrizio incide per primo su Volume 8 con alcune sfumature di testo diverse, e poi Francesco riporta in Rimmel mettendoci la sua cadenza asciutta. Il senso è tutto qui: riconoscere che le storie del ieri non restano mai al loro posto e che tocca a noi impedirgli di rientrare dalla finestra.
Quattro cani
Quattro cani è un piccolo bestiario urbano che parla di noi senza nominarci, quattro randagi con temperamenti opposti che attraversano la stessa strada e ne fanno piazza, l’ora che diventa notte, il primo cane è quello della guerra muto e appoggiato ai muri, il secondo conosce fame e carezze e ogni volta che muore gli rinasce la coda, il terzo è una cagna che semina figli nel mondo, il quarto ha un padrone e ogni tanto si ferma ad annusare la vita; non è un rebus con nomi in codice, è l’inchino di De Gregori alla dignità dei senza rango e una fotografia delle nostre attitudini quando nessuno ci guarda. In studio ci mette anche un sorriso, battimani e ululati suggeriti da Lucio Dalla, come a dire che la tenerezza è più forte della posa. Negli anni qualcuno ha voluto appiccicare etichette a quei cani, il gioco delle equivalenze con persone in carne e ossa, e De Gregori ha risposto seccamente che no, sono cani veri, la sua dedizione per loro è nota e torna altrove, perfino in una storia scritta per dare voce a un cane smarrito.
Piccola mela
È un corteggiamento tascabile. Una mela in tasca, poi un fiore. La figlia del dottore ripassa Omero tre volte. La grazia infantile convive con una legge antica: se non sei sincera, piazza, chiodi e catene. Non è crudeltà: è il rigore di un mondo popolare, dove l’amore si misura con parole dure. La musica è breve, quasi una filastrocca. Tiene insieme pudore e desiderio. Promette la notte e la rimanda. Finisce con una speranza che non fa rumore. Forse un giorno faremo l’amore. Quel tono nasce da una radice precisa. De Gregori recupera un canto sardo e ci cuce una melodia nuova, ottocentesca. Lascia l’arrangiamento al minimo: voce e chitarra, quella cristallina di Renzo Zenobi. Così la dolcezza non scivola: resta severa, da serenata di paese.
È il ritratto di un intrattenitore che vende emozioni a pezzi. Uomo di poca malinconia, scudo bianco in campo azzurro, suona ciò che chiedi e non disturba. La canzone mette a fuoco il lato commerciale dell’arte: musica come servizio, sentimenti a gettone, una professionalità senza fruscii. Chiude il disco come un sorriso educato dopo troppa verità. Non consola. Mostra il prezzo dell’applauso quando l’applauso è di passaggio.
Piano bar
Il seme del brano nasce in una hall d’albergo quasi vuota. Pomeriggio, un pianista attacca musichette indifferenti, suona e canta male, e a nessuno importa. Lì scatta la frase mentale: farò una canzone sul piano bar. Da quell’istantanea arriva il personaggio che non piange, che si lascia affittare per tre minuti e poi passa al tavolo dopo. È per questo che funziona ancora: perché dice che l’arte, se vuoi, può essere mestiere. Ma quando lo capisci, la malinconia la senti tu.
Tutto quello che dovresti sapere su Rimmel di Francesco De Gregori secondo me
Per me, Rimmel è una cassetta consumata nel mangianastri dei ricordi in una sera di malinconia, tabacco e rum. Da questo album Ho imparato la forza del non detto, la musica che lascia vuoti perché tu li riempia. Ho capito che si può scrivere con un coltello invisibile che si lascia intuire. Pablo mi ha insegnato a guardare il mondo di traverso. Buonanotte Fiorellino mi ha ricordato che la tenerezza è un atto di coraggio. Rimmel mi ha fatto un regalo crudele e bellissimo: non farmi più accontentare da parole facili. Ogni volta che lo rimetto su, torno a chiedermi se la verità sta nel verso o tra le righe. O forse nel tuo volto riflesso allo specchio mentre ascolti, ancora una volta, Rimmel.
Leggi anche
- Dieci canzoni di Fabrizio De Andrè che cantano il dolore di essere vivi
- Robert Johnson, un uomo, una leggenda, tre morti e tre tombe
- 4 marzo 1943 il Dalla censurato a Sanremo perchè blasfemo. La storia, il vero significato
- Canzoni per puttane

