La prima volta che ho ascoltato Ave Maria cantata da De André ho avuto la sensazione che qualcuno stesse spegnendo le candele davanti a un altare e aprendo la porta sul cortile del paese. La Maria cantata da De André non è più una figura immobile, oggetto di venerazione e depotenziata dal cattolicesimo. Il cantautore genovese la racconta attraverso i Vangeli apocrifi: è una ragazza in attesa, “adesso che sei donna”, con il ventre che pesa, gli occhi che oscillano tra paura e tenerezza e una siepe di sguardi intorno. In un verso solo, “femmine un giorno e poi madri per sempre”, De André stringe la sua storia a quella di tutte le altre donne che attraversano quel confine una volta sola e da lì in poi non smetteranno mai più di essere madri.
Per comprendere la genesi di Ave Maria bisogna tornare al momento in cui De André decide di mettere mano ai Vangeli apocrifi per farne un album
Siamo alla fine degli anni Sessanta, Faber vi trova quello che cerca da sempre: personaggi marginali, dettagli domestici, vite che la versione ufficiale tiene ai margini. Da lì nasce La buona novella, un concept album costruito attorno alla storia di Gesù vista attraverso gli occhi di chi gli sta accanto. Maria è il filo tesse tutto. Prima bambina chiusa nel tempio, poi ragazza sconvolta dall’annuncio della sua gravidanza, infine donna in attesa.
Ave Maria arriva proprio in questo punto del racconto: è la canzone che ferma l’istante prima del parto, quando il miracolo è ancora una possibilità e ha tutti gli occhi della gente su di lei. De André scrive un brano molto breve, quasi una parentesi. Eppure fissa in pochi vers poetici e sublimi il passaggio decisivo: da “femmina” a madre, da figura di devozione a volto concreto a cui rivolgere un saluto che, passando da lei, arriva a tutte le madri del mondo.
Musicalmente Ave Maria è minuscola e centrale allo stesso tempo
Sta a metà de La buona novella e sembra arrivare come un sussurro che si alza dalla navata di una chiesa vuota: riprende la musicalità del canto liturgico, ne mantiene il tono raccolto, ma lo piega interamente verso la maternità. La melodia è semplice, dolce, studiata per lasciare spazio alle parole; l’arrangiamento firmato da Reverberi evita ogni trionfo orchestrale e lavora per sottrazione. La ascolti ed è come se intorno a Maria si facesse silenzio. È una canzone molto breve, eppure dentro questa miniatura la musica regge l’idea più forte: un inno alla maternità in cui Maria diventa emblema di tutte le donne, “femmine un giorno e poi madri per sempre”, e il suono ti resta addosso come l’eco di una preghiera che non hai ancora finito di recitare.
In un’epoca in cui litighiamo di corpi, ruoli, carichi mentali, famiglie e religione sui social e nei talk show, questa canzone tiene lo sguardo fisso sull’umanità di Maria. Il suono la tiene nel presente, Il lessico è pulito, senza mode linguistiche che invecchino. L’arrangiamento essenziale la rende raggiungibile per chiunque. Questa è la forza ell’ Ave Maria di De André, continuare ad essere un’ancora di autenticità e umanità in un mare sempre meno autentico e sempre più disumano.
Giovanni Scafoglio
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