Burqa e niqab vietati a scuola Meloni fa campagna elettorale mentre ci confermiamo ultimi in Europa per investimenti nella scuola

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Sul palco di “Fenix”, la festa dei giovani di Fratelli d’Italia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato che il governo porterà presto in Consiglio dei ministri una legge per vietare burqa e niqab a scuola e per fissare un tetto massimo di studenti stranieri in ogni classe. L’annuncio arriva a pochi mesi dalle elezioni politiche del 2027 e dopo settimane in cui il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ne parlava già come possibile emendamento al decreto sicurezza. Il governo lo presenta come una misura di integrazione, sicurezza e parità tra uomo e donna. Peccato che i burqa in classe li abbia visti solo la Meloni e, parte del suo elettorato, peccato che in assoluto si sia trattato di niqab e che sia stato gestito bene dalle maestre. Ma l’importante è fare campagna elettorale e che tutti i giornali ribattano la stessa identica notizia: Burqa e niqab vietati a scuola da Meloni mentre ci confermiamo gloriosamente ultimi in Europa per investimenti nella scuola: crollano i tetti, mancano i professori, ma per fortuna la nostra priorità restano i burqua fantasma nelle scuole. Ps l’obbligo per i genitori con figli che hanno gravi difficoltà a inserirsi a scuola di imparare l’italiano vale anche per i cittadini italiani? Chiedo perché se attuato sarebbe un problema insostenibile economicamente e strutturalmente.

Cosa ha detto Giorgia Meloni su burqa e niqab vietati a scuola

Meloni ha detto che il governo introdurrà per legge tre cose: un numero massimo di studenti stranieri per classe, l’obbligo per i genitori con figli che hanno gravi difficoltà a inserirsi a scuola di imparare l’italiano, e il divieto di indossare burqa e niqab in aula. La premier ha detto che a scuola si va a viso scoperto e che nessuno, in nome di una tradizione vera o presunta, può decidere che una ragazza debba nascondersi.

Perché se ne parla proprio adesso

L’annuncio arriva nello stesso weekend di Pontida (la festa della Lega) e della festa di Futuro Nazionale, il partito di Vannacci. Il giornale Il Post ha fatto notare che si tratta di proposte ancora molto vaghe, senza numeri né dettagli precisi, e che mostrano come Meloni abbia iniziato a fare dichiarazioni più forti in vista della campagna elettorale del 2027. Va anche detto che un tetto agli studenti stranieri per classe esiste già, fissato al 30% da una circolare del 2010 firmata dall’allora ministra Gelmini: quindi non si parte da zero, come potrebbe sembrare dal modo in cui viene raccontato l’annuncio.

Le imprecisioni da correggere

  • Burqa e niqab vengono mischiati. Sono due indumenti diversi. Tutti i casi veri successi nelle scuole italiane riguardano il niqab, non il burqa vero e proprio, che in Italia è quasi del tutto assente.
  • Si parla come se il divieto fosse già scontato per legge. In realtà oggi la materia è ancora incerta dal punto di vista legale (lo spieghiamo più avanti).
  • Si dice “norma in arrivo” da mesi. Ad agosto il ministro Valditara parlava solo di un possibile emendamento, ancora da scrivere; a fine settembre non esiste ancora un testo approvato.

Burqa, niqab, hijab, chador: qual è la differenza

  • Hijab: il velo che copre solo i capelli e il collo. Lascia il viso scoperto.
  • Chador: un mantello ampio, tipico dell’Iran, che copre il corpo ma lascia il viso libero.
  • Niqab: un velo, di solito nero, che copre tutto il viso lasciando solo una fessura per gli occhi.
  • Burqa: copre tutto il corpo, compresa la testa, con una piccola grata di stoffa davanti agli occhi per vedere. È tipico dell’Afghanistan e del Pakistan.

Solo niqab e burqa nascondono davvero il viso: sono questi due, insieme, l’oggetto del dibattito politico, non l’hijab.

Quanti sono davvero i casi di burqa a scuola in Italia

Non esiste un conteggio ufficiale dello Stato. Una senatrice del Partito Democratico ha chiesto proprio questo al ministro Valditara ad agosto 2026, facendo notare che il numero di studentesse con il velo integrale in Italia è molto basso. L’unica stima in giro, fatta da un giornale di settore e non da un ente ufficiale, parla di circa 500 alunne in tutta Italia, cioè una ogni 660 classi circa, su un totale di 931.323 studenti con cittadinanza straniera. Un rapporto del Ministero dell’Interno del 2010, l’ultimo che si è occupato del tema, diceva che in Italia le donne con niqab o burqa sono meno che in Francia, dove erano stimate tra 300 e 2.000. Nei fatti concreti finiti sui giornali negli ultimi due anni, i casi sono due e non erano burqua ma niqab.

I due casi accertati: Pordenone e Monfalcone

Pordenone, marzo 2024. Una bambina di 10 anni, in quarta elementare, si è presentata a scuola con il niqab. La maestra ha chiesto ai genitori che il giorno dopo la bambina venisse a lezione almeno a volto scoperto. La richiesta è stata accolta subito, senza altri problemi.

Monfalcone, febbraio 2025. Quattro o cinque studentesse di una scuola superiore, di origine bengalese, entravano in classe con il niqab dall’inizio dell’anno. La preside, per evitare che lasciassero la scuola (una l’aveva già fatto), ha organizzato un controllo privato all’ingresso: una docente le riconosceva in una stanza a parte, poi le ragazze potevano entrare in classe velate. Il ministro Valditara ha commentato che, senza una legge che aggiorni le norme attuali, non si può chiedere a presidi e insegnanti più di quanto fatto a Monfalcone.

In entrambi i casi, insegnanti e dirigenti hanno gestito la situazione da soli, con buon senso, senza bisogno di leggi speciali.

È problema diffuso? E da che età riguarda le bambine

Con i numeri che abbiamo (poche centinaia di casi stimati su oltre 7 milioni di studenti), non si può parlare di un fenomeno diffuso o in crescita. I due casi noti riguardano età molto diverse: una bambina di 10 anni alle elementari e alcune ragazze delle superiori. Non esiste quindi un’età precisa in cui “inizia” il problema: dipende dalla singola famiglia. Sono episodi isolati, raccontati proprio perché sono rari, non perché capitino ogni giorno in tante scuole.

Cosa dice oggi la legge italiana sul velo integrale

In Italia non esiste una legge nazionale che vieti in modo chiaro il burqa o il niqab. Le norme a cui ci si appoggia sono due, nate per altri motivi:

  • Articolo 5 della legge 152 del 1975 (la “legge Reale”): vieta di coprirsi il volto in un luogo pubblico senza un motivo giustificato. Ma nel 2008 il Consiglio di Stato, con la sentenza 3076, ha stabilito che questo articolo permette il velo per motivi religiosi o culturali. Quindi oggi non è affatto scontato che il niqab sia vietato.
  • Articolo 85 del TULPS (una legge del 1931 sull’ordine pubblico): vieta di andare in giro mascherati in luogo pubblico, ma è pensata per l’ordine pubblico in generale, non per il velo islamico.

In Lombardia esiste dal 2015 un regolamento regionale che vieta il volto coperto negli edifici pubblici della Regione, come gli ospedali. Nel febbraio 2025 si è provato a estenderlo esplicitamente anche alle scuole per le minorenni, ma la proposta è stata bocciata dal consiglio regionale (31 voti contrari, 30 favorevoli), con Forza Italia contraria.

A livello nazionale oggi ci sono solo proposte non ancora diventate legge: una risoluzione della commissione Cultura della Camera (che impegna il governo ma non obbliga nessuno), un possibile emendamento di Valditara al decreto sicurezza, e una proposta di Fratelli d’Italia con multe da 300 a 3.000 euro per chi indossa il velo integrale in luoghi pubblici, scuole comprese. C’è anche una proposta della Lega che punterebbe a punire chi obbliga qualcuno a coprirsi il volto con il carcere da 1 a 2 anni e multe fino a 30.000 euro.

Il divieto si può applicare subito nelle scuole italiane?

No, non in modo sicuro e uguale in tutta Italia. Finché la legge del 1975 permette eccezioni per motivi religiosi, un divieto vero e vincolante ha bisogno di una nuova legge scritta apposta, che ancora non esiste. Per questo, nei casi reali, presidi e insegnanti si sono dovuti inventare soluzioni pratiche, invece di applicare una regola già scritta. Altri paesi europei hanno già leggi precise: la Francia dal 2011 e l’Austria vietano il velo integrale in tutti gli spazi pubblici, la Bulgaria negli edifici pubblici, i Paesi Bassi in scuole, ospedali, uffici e trasporti. Nel 2014 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che questi divieti non violano i diritti fondamentali.

Ora veniamo ai problemi di cui non si parla: l’Italia spende meno o più delle altre scuole europee?

Meno, e non di poco. I dati Eurostat più recenti dicono che nel 2023 l’Italia ha speso per la scuola il 3,9% del PIL (la ricchezza totale prodotta in un anno da un paese), contro una media europea del 4,7%. È il terzo valore più basso tra i 27 paesi dell’Unione Europea, davanti solo a Romania e Irlanda. Un rapporto della Commissione Europea del 2025 mette l’Italia addirittura ultima per quota di bilancio pubblico dedicata alla scuola: 8%, contro il 14,3% della Svezia. Anche l’Istat, nel suo rapporto del 2026, conferma: l’Italia spende il 4% del PIL per la scuola, contro una media europea del 4,8%.

Il governo ha davvero aumentato i soldi per la scuola?

In parte sì, ma con dei “ma” importanti. Il ministro Valditara dice che il bilancio della scuola è aumentato del 9% due anni fa e dell’1,9% con l’ultima legge di bilancio, e che in tre anni sono stati firmati tre contratti per il personale, con aumenti fino a 412 euro lordi al mese per un insegnante (sommando però tre contratti diversi negli anni, non un unico aumento recente). Il problema è che l’aumento previsto per il 2026 (1,5%) è più basso dell’inflazione stimata dallo stesso governo (1,7%): significa che, in pratica, i soldi veri a disposizione della scuola diminuiscono, non aumentano. Sono previsti inoltre tagli fino al 2028. I dati OCSE dicono che, contando l’inflazione, gli stipendi degli insegnanti italiani sono comunque scesi del 4,4% in dieci anni. L’aumento più sicuro riguarda invece le scuole private paritarie, i cui fondi statali sono saliti di oltre il 10% nella legge di bilancio 2026.

Meloni, Burqa e niqab vietati a scuola tutte le risposte sui problemi reali della scuola italiana

Il burqa è vietato in Italia?

No, non esiste una legge nazionale che lo vieti in modo chiaro. C’è una legge del 1975 che vieta di coprirsi il volto senza motivo, ma un giudice ha stabilito nel 2008 che il motivo religioso è valido, quindi oggi il velo integrale non è automaticamente fuorilegge.

Cosa rischia oggi chi indossa il burqa in un luogo pubblico?

Nella maggior parte dei casi, niente, se lo fa per motivi religiosi o culturali. Rischia qualcosa solo in situazioni particolari, per esempio durante manifestazioni pubbliche, oppure se rifiuta di scoprire il viso quando un poliziotto lo chiede per un controllo di identità.

Quante donne o ragazze portano il velo integrale in Italia?

Non esiste un dato ufficiale dello Stato. Le uniche stime, non ufficiali, parlano di circa 500 alunne su tutta la scuola italiana, un numero molto piccolo rispetto ai milioni di studenti.

Cosa ha annunciato Giorgia Meloni sul burqa a scuola?

Il 20 settembre 2026 ha detto che il governo porterà presto una legge per vietare burqa e niqab in classe e per mettere un tetto massimo di studenti stranieri per ogni classe. Al momento è solo un annuncio: la legge non è ancora stata scritta né approvata.

Il tetto agli studenti stranieri per classe è una novità?

No. Esiste già dal 2010, fissato al 30%, con una circolare del ministero dell’Istruzione. La novità annunciata da Meloni è renderlo obbligatorio con una legge vera, non solo con una circolare.

Cosa rischia chi obbliga una ragazza a indossare il burqa contro la sua volontà?

Già oggi, obbligare qualcuno con la forza o con minacce è reato (si chiama violenza privata). Le proposte di legge in discussione vorrebbero aggiungere pene più dure apposta per chi costringe una donna a coprirsi il volto, fino a 2 anni di carcere e multe pesanti.

In quali altri paesi europei il velo integrale è già vietato?

In Francia dal 2011, in Belgio, in Austria, in Bulgaria, in Olanda (in scuole, ospedali e trasporti) e in Lussemburgo. Sono tutti divieti scritti in leggi precise, cosa che in Italia ancora manca.

L’Italia spende più o meno delle altre nazioni europee per la scuola?

Meno. È tra gli ultimi tre paesi dell’Unione Europea per soldi spesi nella scuola rispetto al PIL, e spesso è ultima per quota di bilancio pubblico dedicata all’istruzione.

Quando entrerà in vigore il divieto di burqa a scuola?

Non si sa ancora. Al 21 settembre 2026 esiste solo l’annuncio della premier: manca ancora un testo di legge scritto e approvato dal Parlamento.

Ma voi, mi raccomando, continuate pure a fare le barricate contro i “burqa fantasma” nei corridoi delle scuole medie, ignorando che questo velo che cancella il viso è una barbarie medievale che annulla la donna alla luce del sole

Perché è noto che per sconfiggere un’oppressione sistemica la strategia migliore sia lasciarla libera di circolare ovunque tranne che davanti alla lavagna. Se l’Italia volesse davvero fare le cose sul serio, invece di perdersi in micro-crociate da cortile, approverebbe una legge nazionale blindata sul modello francese per vietare questa prigione di stoffa in qualunque spazio pubblico. Basterebbe un briciolo di coraggio politico per mandare in soffitta leggi vecchie di cinquant’anni, negare una volta per tutte la scusa della “motivazione religiosa” a chiunque decida di rendersi invisibile e punire severamente – ma sul serio – i mariti o i familiari che impongono questa violenza. Ma dopotutto, perché risolvere un problema strutturale con una riforma seria quando possiamo semplicemente mettere un cartello di divieto sulla porta di una classe e dichiarare vinta la nostra personalissima guerra santa di cartone?

Ginevra Leone

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