Febbraio 2, 2023
A ECORANDAGIO ospitiamo e formiamo i giornalisti di domani

Un tulipano non combatte per impressionare nessuno. Non combatte per essere diverso da una rosa. Ne ha bisogno. Perché è diverso. E nel giardino c’è spazio per ogni fiore.

Albert Jacquard

Come sottolinea l’autore di questa citazione c’è una necessità nell’essere diversi, un bisogno che nasce dall’assoluta esigenza di essere se stessi.

Il concetto di “normale” esiste? Nel giardino c’è spazio per ogni fiore

Identifichiamo come “normale” la somma di alcuni tratti comuni a buona parte delle persone che ci circondano, ma “più comune” è diverso da “normale”. Il concetto di “normale” è un’idea precostituita degli uomini, un’astrazione che si discosta dalla verità. Esiste il “diverso”, questo sì, ma la diversità, in genere, è bella, arricchisce, apre mente e porte.

Pensate che noia se fossimo tutti uguali!

Inclusione a scuola

La scuola è uno dei principali contesti educativi (l’altro è la famiglia) da cui si diramano le idee che formeranno le giovani menti che verranno istruite intorno a un certo tipo di pensiero. Per questa ragione l’atto inclusivo deve partire dalle scuole. Le persone non sono tutte uguali.  Questo è un pensiero banale solo in apparenza; infatti non sembra tale se consideriamo che “il diverso”, a scuola, spesso viene deriso, escluso, non supportato nella sua diversità e, nel peggiore dei casi, reso vittima di bullismo.

Stando ad alcuni dati forniti dalla pagina instagram will_ita nelle scuole italiane: 

-1 persona su 5 fa parte della comunità LGBTQ+

-quasi il 4% è una persona disabile 

-oltre il 10% è una persona straniera 

La scuola è da sempre il luogo in cui bambini e ragazzi, messi per la prima volta in contesti sociali più grandi, si confrontano con i loro coetanei. Se il pensiero inclusivo divenisse predominante rispetto a quello esclusivo si avrebbe la grande opportunità di trasformare le disuguaglianze in punto di forza piuttosto che in causa di divisioni. Conseguentemente, si ridurrebbe di molto il fenomeno del bullismo.

Questo fenomeno è più diffuso di quanto si pensi. In base a uno studio condotto nel 2016 dall’Unicef, due intervistati su tre hanno dichiarato di essere stati vittime di bullismo. La cosa che di solito sfugge è che il bullismo ha effetti gravi che si ripercuotono per tutta la vita, attraverso disagi e patologie psicofisiche. Il bullismo ferisce soprattutto famiglie povere, gruppi emarginati o con particolari caratteristiche personali, inclusi bambini autistici, disabili o con DSA.

Il calvario di Quaden

Tra gli episodi che personalmente mi ha scosso di più c’è sicuramente quello che coinvolge Quaden Bayles (episodio di cui si è parlato nel 2020). Quando la sua storia venne fuori, Quaden aveva 9 anni. Quaden è un bambino aborigeno australiano, affetto da una patologia caratterizzata da uno sviluppo anomalo dello scheletro che provoca il nanismo.

Quaden a scuola viene doppiamente discriminato, da una parte per il suo nanismo, dall’altra per appartenere alla minoranza etnica degli aborigeni australiani.

Gli aborigeni sono popoli nativi del continente che dal diciottesimo secolo, momento storico in cui è iniziata la colonizzazione delle loro terre, sono vittime di emarginazioni e vessazioni di ogni tipo. Tant’è vero, che nelle comunità aborigene il tasso di suicidi è molto elevato e colpisce in particolare i più giovani. 

La madre di Quaden, per sensibilizzare l’opinione pubblica al fenomeno del bullismo, ha diffuso su Facebook un video di suo figlio che, in mezzo alle lacrime più disperate, chiede un coltello dicendo di voler morire.

Conclusioni: nel giardino c’è spazio per ogni fiore

Quale condanna merita chi, semplicemente, nasce con delle particolarità che sono solo sue? Perché costui deve sentirsi disadattato, emarginato? E allora che si fa? Si rinnega se stessi? Ci si odia per essere quello che si è o ci si accetta, ci si ama e si entra in conseguente contrasto, più o meno cosciente, con l’ambiente socio-culturale circostante?

“Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il diritto di essere liberi” scriveva Charles Evans Hughes.

Il sistema scolastico deve necessariamente farsi carico del compito di insegnare ai propri studenti come ci si rapporta col diverso, o meglio, con ciò che è altro da noi.

Gli insegnanti, da soli, non possono curare un sistema guasto, ma senz’altro possono fare qualcosa di più concreto per favorire un clima di inserimento nel quale ognuno, carico delle proprie particolarità, possa sentirsi a suo agio e possa trovare un suo spazio.  Solo in questo modo si permetterà di mostrare senza vergogna, a chi scopre di averlo, il proprio “marchio speciale di speciale disperazione”.

Larissa Murru

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