Dietro Squid Game, la serie sudcoreana diventata un fenomeno globale su Netflix, si nasconde una storia reale fatta di disperazione, rifiuti e sopravvivenza. Prima di scrivere una sola scena, il suo creatore Hwang Dong-hyuk ha vissuto sulla propria pelle ciò che oggi guardiamo in streaming: i debiti schiaccianti, la fame quotidiana, l’umiliazione di non riuscire a garantire un pasto alla propria famiglia. La fiction che ha scioccato milioni di spettatori nel mondo è nata dal sangue e dalla fame vera. Scritta in un “caffè dei manga” mentre il regista non aveva nemmeno i soldi per pagare l’affitto, Squid Game è rimasta nel cassetto per dieci lunghi anni, respinta da tutti i produttori perché “troppo violenta, troppo distopica, troppo strana”. Squid Game non è solo intrattenimento: è il feroce affresco della società sudcoreana meno raccontata. Forse la più autentica. Di certo una nuova estetica visiva. Ecco la vera storia di Squid Game: sangue, povertà e fame dietro la serie sudcoreana più vista su Netflix.
Hwang Dong-hyuk: le radici difficili di Hwang. Crescere a Ssangmun-dong
Hwang Dong-hyuk nasce nel 1971 a Ssangmun-dong, un quartiere della periferia nord di Seul. È una zona che non compare mai nelle brochure patinate del turismo sudcoreano: un agglomerato di palazzine popolari, dove le famiglie lottano ogni giorno per uscire dall’ombra economica del centro cittadino. Quando Hwang ha solo cinque anni, perde il padre giornalista. La madre lo cresce insieme alla nonna, lavorando duramente per mantenerlo agli studi. Il quartiere stesso diventa per Hwang una scuola di osservazione della realtà: i giochi di strada con i coetanei si alternano alla vista quotidiana di adulti che si indebitano, si umiliano per un posto di lavoro o finiscono in ospedale per troppo stress. Quella visione del mondo, diviso, ingiusto, violento, si sedimenta in lui e si riaffaccerà anni dopo in forma di fiction.
Le letture nei caffè dei manga e la scoperta della narrativa survival
Nel 2008, mentre il mondo entra in crisi economica, Hwang entra in crisi personale. Ha trentasette anni, vive con la madre e la nonna, ed è sommerso dai debiti. Cerca rifugio in un manhwabang, un locale dove si affittano fumetti giapponesi. Lì legge senza sosta Battle Royale, Liar Game e Kaiji. Sono manga spietati, dove la povertà costringe i protagonisti a partecipare a giochi mortali. Hwang ne è ossessionato. “Quei fumetti erano la mia vita”, racconterà anni dopo. Ci rivede sé stesso: un uomo che, per uscire dall’angolo in cui la società lo ha messo, è pronto a rischiare tutto. Hwang non vuole solo copiare: vuole reinterpretare. Inserisce nei suoi appunti di scrittura i giochi dell’infanzia sudcoreana, tra cui il squid game, che da bambino giocava proprio nei cortili polverosi di Ssangmun-dong.
Debiti, fame e la vendita del laptop per sopravvivere
Durante la crisi del 2009, Hwang è disoccupato, senza progetti e con la pressione dei debiti familiari. Racconta che in quei mesi non riusciva neanche a garantire un pasto per il giorno dopo. Il suo unico bene è un portatile da 675 dollari. Anche quello finisce al banco dei pegni. È il momento più buio. La sceneggiatura di Squid Game è lì, scritta a metà, ma nessuno la vuole. Non ha i mezzi né per continuare a scrivere, né per convincere i produttori. In Corea, la sua idea viene etichettata come “troppo irrealistica, troppo violenta, troppo strana”. Per dieci anni sentirà sempre lo stesso “no”, mentre intanto dirige altri film: Silenced (2011), Miss Granny (2014), The Fortress (2017).
Ssangmun-dong, il quartiere che diventa metafora sociale
Le baracche, le biciclette rubate, i bambini che si strattonano per un pugno di biglie, i padri esausti al ritorno dal lavoro: tutto ciò che Hwang ha vissuto a Ssangmun-dong entra nel DNA emotivo di Squid Game. Non è solo uno sfondo narrativo, ma il simbolo stesso del capitalismo predatorio che macina i più fragili. Il gioco finale, lo squid game, noto per la sua brutalità fisica, rappresenta in forma ludica il modello sociale sudcoreano, dove pochi vincono tutto e molti restano schiacciati. Hwang ha dichiarato che l’idea della lotta tra compagni d’infanzia cresciuti in ambienti poveri rispecchia l’ossessione per la competizione che ha divorato la società coreana dagli anni Ottanta in poi.
Dieci anni di rifiuti e silenzi: la strada verso Netflix
Nel 2009, la sceneggiatura è pronta. Hwang la propone a decine di case di produzione e attori. Il copione viene rigettato ovunque: non è commerciale, non è adatto, “nessuno vuole vedere adulti morire per soldi in giochi da bambini”. Hwang accetta che il progetto sia un fallimento. Eppure non smette di credere che il tema, la povertà come trappola morale, sia universale. Quando, nel 2019, Netflix apre un ramo dedicato alla produzione asiatica, il suo copione viene riesumato.
Stavolta, il mondo è pronto. Dopo l’arrivo della pandemia e l’aumento delle disuguaglianze nel mondo, il pubblico cerca proprio quello: una metafora cruda, spietata, non edulcorata del sistema.
Il vero sangue dietro le metafore: dai manga alla realtà sudcoreana
Se i manga hanno fornito la struttura narrativa, è la cronaca sociale a dare il cuore pulsante a Squid Game. In particolare, il regista ha citato uno degli eventi che lo hanno segnato di più: la crisi della SsangYong Motors nel 2009, quando 2.600 lavoratori furono licenziati e oltre 900 finirono in sciopero. La repressione fu durissima: polizia antisommossa, feriti, arresti. Per Hwang, quello fu un punto di svolta. La logica economica che porta persone comuni a morire per lavoro è la stessa che guida i giochi della serie. Ogni protagonista, dal primo all’ultimo, non è malvagio: è solo ridotto alla disperazione.
In uno degli episodi più forti della prima stagione, la scelta non è tra vita o morte, ma tra debiti o onore. Una decisione che Hwang, in fondo, ha dovuto affrontare nella sua vita quotidiana prima che arrivasse il successo.
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