Intervista esclusiva a Papa Francesco: dieci domande scomode a cui ora può rispondere

Intervista esclusiva a Papa Francesco: dieci domande scomode a cui ora può rispondere sinceramente e in serenità
In una piazza vuota Papa Francesco tiene la sua omelia. Roma. 28 Marzo 2020

C’è voluto il decesso, il trapasso, la dipartita, la promozione a eterno – chiamatela come volete – perché finalmente Bergoglio potesse aprire bocca senza dover ingoiare incenso, curia e diplomazia vaticana. Non più circondato da cardinali lobbisti, segretari ambigui e un esercito di santi retweetatori, ora Papa Francesco può finalmente dire la sua senza che gli arrivi una telefonata incrociata tra Opus Dei e Casan Santa Marta. È morto. E quindi libero. Forse. Ecco dieci domande scomode a Papa Francesco. Quelle che nessuno gli avrebbe mai fatto da vivo senza finire in esilio liturgico in Patagonia.
E lui ha risposto. Con voce roca, da fumatore celestiale, e il tono di chi non ha più nulla da perdere – tranne, forse, il paradiso. Ma questa è un’altra storia.

Intervista esclusiva dieci domande scomode a papa Francesco

1. All’inizio del suo pontificato, aveva espresso l’intenzione di chiudere lo IOR a causa degli scandali passati e ad abolire le tariffe per i sacramenti. Cosa l’ha portata a cambiare idea e mantenere l’istituto operativo e a mollare sulle tariffe per i sacramenti?

Si. Avevo detto che volevo chiudere lo IOR. Lo dissi con convinzione, come si fanno i proclami freschi di Spirito Santo all’inizio di un pontificato. Poi entri davvero nelle stanze. Non quelle dei papi, quelle dei contabili. Ti spiegano che se spegni l’istituto, non si paga più la missione in Congo, la scuola in Brasile, e il dentista del cardinale di Colonia. Lo IOR non è solo una banca, è un confessionale blindato per secoli di ipocrisie finanziarie. Chiuderlo avrebbe voluto dire scomunicare mezzo episcopato. Così ho messo i guanti e ho provato a ripulirlo: via i conti fantasma, dentro un po’ di trasparenza. Ma il mostro lo lasci lì, con la luce fioca accesa. Fa meno rumore.

Avevo promesso che i sacramenti sarebbero stati gratis. Ma poi arrivano le “offerte”, i “diritti di segreteria”, le “spese per la chiesa”. È come entrare in un museo a ingresso libero: nessuno ti obbliga a pagare, ma se esci senza lasciare nulla, ti senti un po’ Giuda.
Ho smesso di combattere su questo. La grazia è gratuita, ma evidentemente ha un costo di gestione.

2. Si è mai pentito di aver utilizzato la parola “frociaggine”?

Pentito? No. Ma consapevole, sì. Sapevo benissimo che quella parola avrebbe fatto rumore. L’ho usata apposta, per svegliare qualche coscienza addormentata e far uscire allo scoperto gli ipocriti, quelli che fingono accoglienza e poi cacciano il seminarista appena sospettano che ami in modo diverso.

Ho sbagliato? Forse. Ma un Papa non parla solo per i teologi, parla anche per i bar di provincia, i confessionali delle periferie, le madri che piangono figli respinti. Se avessi detto “omosessualità latente nel clero” mi avrebbero messo in una nota a piè di pagina. Ho detto “frociaggine” e mi hanno ascoltato tutti. Anche chi fingeva di non capire da anni. E poi, se l’indignazione si sveglia solo per una parola e non per decenni di silenzi e doppie vite, allora il problema non è il termine. È la coscienza.

3. Il caso Becciu e lo Ior: l’anti-bergoglismo contro le riforme volute da lei

    Altroché. Becciu non era solo un cardinale, era un nodo in una rete di potere che da decenni si muoveva nell’ombra — e spesso in giacca e cravatta. Quando ho toccato lo IOR, ho pestato i piedi a più di un custode del vecchio sistema, dove trasparenza era una parola da usare solo nei discorsi stampa.

    L’anti-bergoglismo non era ideologico. Era economico. Io parlavo di poveri, loro gestivano fondi incentrati su Londra, palazzi, fideiussioni e cooperative opache. Io volevo togliere il giocattolo, loro volevano farmi sembrare un vecchio confuso che non capisce di finanza. Il processo a Becciu è stato solo la punta dell’iceberg: sotto c’era un’intera resistenza vaticana fatta di monsignori col portafoglio pieno e la coscienza vuota.

    3. Riforme incomplete: Molti osservatori ritengono che le riforme promesse, come quella della Curia Romana, siano rimaste incompiute. Quali sono stati gli ostacoli principali?

    Le riforme si fanno con gli uomini, non con gli angeli. E io, per quanto ci abbia provato, ho avuto a che fare con cardinali che in pubblico baciavano l’anello e in privato si facevano l’agenda per il dopo-Francesco. La Curia è come un’arpa antica: suona solo per chi la conosce a memoria, e se provi a cambiare le corde ti dicono che stai bestemmiando Bach.

    La riforma era scritta. La Praedicate Evangelium è lì, nera su bianco. Ma farla entrare nella carne viva del Vaticano è stato un altro discorso. Ogni passo avanti era seguito da due lettere riservate, tre “dubia” e una manovra di palazzo. Ho incontrato più ostacoli nei corridoi del potere vaticano che nelle favelas di Buenos Aires. Alla fine, ho capito che nel cuore di molti non c’era né resistenza né obbedienza. C’era attesa. Stavano aspettando che io passassi, che il mio “tempo” finisse, e che tornasse la vecchia musica.
    E forse, lo ammetto, non ho avuto il tempo – o il coraggio – di staccare del tutto la spina all’orchestra.

    4. Nonostante alcuni progressi, le donne rimangono escluse da ruoli chiave come il sacerdozio. La accusano di non aver fatto abbastanza. E non dia anche stavolta la colpa ai cardinali

    Ha ragione. La colpa è mia. Perché ho avuto paura. Paura di spaccare qualcosa che, nel bene o nel male, reggeva ancora tutto in piedi. Il sacerdozio alle donne? Sapevo che era una linea rossa per tanti, ma sapevo anche che continuare a ignorarla avrebbe lasciato la Chiesa ferma a un’epoca in cui le donne contavano solo se cucivano i paramenti.

    Ho parlato di “genio femminile”, ho nominato donne nei dicasteri, ho fatto aperture. Ma non ho mai aperto davvero la porta. Ho lasciato che restasse socchiusa, aspettando un consenso che non sarebbe mai arrivato. Così, mentre aspettavo, molte donne se ne sono andate. In silenzio, ma con dignità.
    Ho sbagliato. E il Vangelo non premia i cauti, premia i coraggiosi. A volte anche un Papa ha paura di essere il primo a dire “adesso basta”.

    5. Ci sono state accuse riguardo al suo comportamento durante il regime di Videla. Collaborò davvero con la dittatura

    No, non ho collaborato con la dittatura. Ma non sono stato neppure un eroe. Durante gli anni bui del regime militare argentino, ho fatto quello che ho potuto, spesso nell’ombra, per proteggere chi era in pericolo. Non ho denunciato pubblicamente le atrocità, è vero. Ma ho cercato di salvare vite, di intercedere, di offrire rifugio. Nel caso dei due gesuiti, Orlando Yorio e Francisco Jalics, ho interceduto per la loro liberazione. Jalics stesso ha dichiarato che non fui io a denunciarli, e che si è riconciliato con me anni dopo. La giustizia argentina ha indagato e non ha trovato prove di una mia complicità.

    Ammetto che il mio silenzio pubblico può essere visto come una mancanza. Ma in quel contesto, parlare apertamente significava mettere a rischio non solo la propria vita, ma anche quella di altri. Ho scelto di agire in silenzio, nel modo che ritenevo più efficace per aiutare. Non mi considero innocente, ma neppure colpevole. Ho fatto delle scelte difficili in tempi difficili. E porto con me il peso di quelle decisioni.

    6. Come risponde alle accuse di aver rimosso le sanzioni imposte a McCarrick, nonostante fosse a conoscenza delle sue condotte?​

    Mi hanno accusato di aver saputo tutto e di non aver fatto nulla. Ma la verità — quella vera, non quella dei titoli — è che quando sono diventato Papa, mi arrivarono voci, sospetti, nulla di documentato. I miei predecessori, incluso Benedetto XVI, avevano imposto a McCarrick delle misure informali, mai pubbliche né canoniche. Non un processo, non una sanzione registrata. Solo un invito a tenersi in disparte. E lui, come tanti abituati a vivere di privilegio, trovava il modo di aggirarle. Quando arrivarono accuse concrete, con nomi, fatti e abusi su minori, non ho esitato. L’ho rimosso dal Collegio cardinalizio. Gli ho tolto la veste di prete. L’ho spogliato, simbolicamente e giuridicamente, di tutto.

    Avrei potuto agire prima? Forse. Se avessi avuto prove, carte, testimonianze vere. Ma non si condanna qualcuno per sentito dire, nemmeno se indossa la porpora. Questa vicenda ha mostrato quanto la Chiesa fosse lenta, opaca, complice di se stessa. E sì, anche io ne sono stato parte. Non ne vado fiero.
    Ma almeno ho avuto il coraggio di chiudere un capitolo che molti altri avevano solo sfogliato.

    7. Parliamo de caso Rupnik: Perché la scomunica del 2020 è stata revocata così rapidamente? Perché Rupnik ha continuato a ricevere incarichi ufficiali nonostante le restrizioni? Perché le lettere delle vittime al Papa sono rimaste senza risposta?

    Perché il sistema non è fatto per i deboli, ma per proteggere i forti. E Rupnik, in quel sistema, era un intoccabile. Un artista osannato, amico di monsignori influenti, con legami nei luoghi dove si decidono le carriere e si silenziano gli scandali. La scomunica? Sì, fu emessa per un peccato grave: assolvere in confessione una donna con cui aveva avuto relazioni. Ma bastò il suo pentimento – scritto bene, in latino – e fu tutto archiviato. In pochi giorni. Più veloce di un’Ave Maria.

    Il problema è che mentre lui tornava a dipingere cupole e mosaici, le vittime scrivevano. A me. A Roma. E le lettere finivano nelle mani di segretari, di uffici, di scrivanie che pesano più delle coscienze. Non ho risposto. Non per cattiveria, ma per quel meccanismo malato che fa passare prima il decoro e poi il dolore. È una ferita che resta. E che porta il mio nome, anche se non ho mai stretto la mano a Rupnik.

    Quando ho capito l’entità del danno, ho ordinato il processo. Ma ormai era tardi. Per le vittime, per la credibilità, per tutto. La Chiesa ha fatto finta di non vedere per troppo tempo. E io, in quel silenzio, ci sono stato. Non lo nego. E non lo giustifico. Ne risponderò direttamente a Dio.

    8. Questione LGBTQ+: alcune sue affermazioni sono state percepite come contraddittorie. Può chiarire la sua posizione?

    Ho detto “Chi sono io per giudicare?” e qualcuno ha pensato che stessi aprendo le porte. In realtà stavo solo cercando di non chiuderle in faccia a nessuno. La verità è che ho parlato come pastore, ma ho agito come capo di un sistema che non voleva cambiare. Non ho mai approvato il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Né potevo, se volevo che le pareti di San Pietro restassero in piedi. Quando abbiamo concesso la possibilità di benedire le persone omosessuali, è stato un tentativo di riconoscere la loro dignità senza sfasciare il codice canonico. Una benedizione, non un’approvazione. Un gesto, non una rivoluzione.

    Il problema è che ogni volta che tendevo una mano, partiva una smentita da dietro le quinte. E così ho finito per sembrare doppio: misericordioso nei gesti, ambiguo nelle parole. Ma la contraddizione vera non era mia. Era della Chiesa. Che predica l’amore incondizionato, ma fa fatica ad amare chi esce dallo schema. Ancora una volta devo ammettere di non essere stato abbastanza coraggioso. Da un Pontefice la gente si verità. Non ambiguità.

    9. Tra le domande scomode a Papa Francesco c’è l’accusa di essere pro Putin

    Mi hanno chiamato “filo-Putin”, “pacifista ingenuo”, persino “complice”. Ma la verità è che ho cercato di essere un ponte in un mondo che costruisce solo muri. Ho condannato la guerra come “crudele e insensata”, ho definito l’Ucraina una “nazione martire”, ma ho evitato di nominare direttamente Putin. Non per paura, ma perché credevo che il mio ruolo fosse quello di mediatore, non di giudice.

    Quando ho detto che forse la guerra era stata “provocata” o che l'”abbaiare della NATO” poteva aver contribuito al conflitto, non stavo giustificando l’aggressione. Stavo cercando di comprendere le radici profonde di un male che stava devastando l’Europa. Ma le mie parole sono state interpretate come un sostegno al Cremlino. Non ho mai approvato l’invasione. Ho cercato di mantenere aperti i canali di dialogo, anche quando sembrava inutile. Ho tentato di parlare al cuore di chi poteva fermare il massacro. Forse ho fallito. Ma se essere “pro-Putin” significa non aver urlato abbastanza forte, allora sì, ho sbagliato. E me ne assumo la responsabilità.

    10 Come vede da lassù il futuro del conflitto Israele Hamas?

    Da quassù, il conflitto tra Israele e Hamas appare come un ciclo infinito di dolore e vendetta. Ho condannato l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ma ho anche denunciato con forza le risposte israeliane che hanno colpito indiscriminatamente la popolazione civile di Gaza. Ho parlato di “crudeltà” e ho chiesto di indagare se le azioni in corso potessero essere considerate un genocidio. Le mie parole hanno suscitato critiche: Israele mi ha accusato di ignorare le atrocità di Hamas, mentre altri mi hanno visto come troppo indulgente. Ho cercato di mantenere un equilibrio, ma forse ho fallito nel far sentire la mia voce abbastanza forte per fermare la spirale di violenza.

    Il futuro? Se non si interrompe questo ciclo di odio e vendetta, temo che la pace resterà un’utopia. Da qui, prego affinché il mondo trovi il coraggio di cambiare rotta.

    Un’ultima domanda, anche se non so se è tra le domande scomode da fare a chi un giorno fu Papa Francesco: lei che è l’uomo più vicino a Dio, come crede che verrà accolto e giudicato da lui?

    Mi sono presentato davanti a Lui senza mozzetta, senza anello, senza scorta. Solo. Come ogni uomo. E ho pensato: “Ora non conta quello che ho detto, ma quello che non ho avuto il coraggio di dire. Non conta quello che ho fatto, ma quello che ho lasciato fare.”

    Dio non mi ha chiesto quante encicliche ho scritto, ma quante volte ho taciuto per quieto vivere. Non mi ha chiesto quanti viaggi apostolici, ma quante frontiere ho lasciato chiuse. Mi ha guardato con quegli occhi che non puoi imbrogliare. E io ho abbassato i miei.

    Come verrò giudicato?
    Non da Papa, ma da uomo. Da peccatore. Da uno che ha provato a cambiare qualcosa, ma che a volte ha scelto la pace delle stanze vaticane invece del rumore della verità. Spero solo che la Sua misericordia sia più grande della mia prudenza.
    E se mi darà un angolo nel suo Regno, sarà per le lacrime che non ho fatto vedere. Non per i titoli che mi hanno dato.

    Giovanni Scafoglio

    Domande scomode a Papa Francesco è stato scritto con una LLM “addestrata” a simulare Bergoglio

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