Meta Ai comincerà ad addestrare la sua intelligenza artificiale usando le nostre foto e post. Rischi nascosti e come tutelarsi

Meta Ai comincerà ad addestrare la sua intelligenza artificiale usando le nostre foto e i nostri post. Rischi nascosti e come tutelarsi

Meta ha annunciato che inizierà ad addestrare la sua intelligenza artificiale utilizzando i post pubblici e le foto condivise dagli utenti europei su Facebook e Instagram e gli altri social del gruppo. In pratica, potremmo ritrovarci con frammenti della nostra identità digitale – o quella dei nostri figli – riutilizzati per generare contenuti artificiali, inclusi volti realistici o scenari potenzialmente compromettenti. L’esclusione dei minori promessa da Meta appare fragile, e i sistemi per tutelarsi sono poco chiari e farraginosi. Ecco cosa sta davvero accadendo, quali sono i rischi nascosti e come tutelarsi da Meta Ai prima che sia troppo tardi. Tra l’altro Meta ha dichiarato che sarà disponibile la possibilità di opporsi. Ma cosa succede quando pubblichiamo un post e qualcun altro lo condivide?

A partire da maggio 2025, Meta inizierà ad addestrare la propria intelligenza artificiale utilizzando i contenuti pubblici condivisi dagli utenti adulti dell’Unione Europea su Facebook e Instagram

Il materiale coinvolto include post, commenti e interazioni con l’assistente Meta AI. Verranno esclusi dall’addestramento i messaggi privati e i contenuti provenienti da account di minorenni, secondo quanto dichiarato dall’azienda. Gli utenti europei riceveranno una notifica tramite app e email, contenente informazioni dettagliate sull’utilizzo dei dati e un modulo per opporsi. Meta ha dichiarato che darà seguito a tutte le richieste di opposizione ricevute attraverso quel modulo.

L’obiettivo ufficiale è migliorare l’efficacia dell’IA nelle lingue europee e la comprensione dei contesti culturali locali, fornendo servizi più “localizzati” e performanti. Tuttavia, numerose organizzazioni per la protezione dei dati hanno già evidenziato rischi significativi legati alla privacy, in particolare per l’utilizzo di contenuti che potrebbero includere riferimenti a minori, anche se questi non sono titolari dell’account.

Meta IA tutti i rischi e come tutelarsi

1. Meta potrà utilizzare le nostre foto per generare immagini?

Meta non ha escluso esplicitamente l’uso delle foto pubbliche nei documenti ufficiali. Parla di “contenuti pubblici” come post e commenti, ma senza specificare se le immagini siano escluse. Questo silenzio lascia aperta la possibilità che le foto, se accessibili, vengano utilizzate nell’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. Se Meta dovesse integrare un generatore di immagini, esiste quindi un rischio concreto che i volti presenti nei contenuti pubblici vengano assorbiti dal sistema e contribuiscano alla creazione di immagini sintetiche che li imitino, li mescolino o li distorcano.

2. E se un ragazzo di 15 anni dichiari di averne 18?

Il pericolo è reale. Di fatto l’intelligenza artificiale di Meta, una volta addestrata su milioni di contenuti pubblici, sia in grado di generare volti e corpi sintetici combinando tratti reali raccolti dai social. Questo significa che, in futuro, potremmo chiedere al sistema di creare “l’immagine di una pin-up europea” e ritrovarci un volto sorprendentemente simile a quello di nostra figlia, se la sua foto è stata pubblicata, magari con l’età falsificata. Ma vale anche il contrario: un ragazzo di 15 anni, dichiaratosi diciottenne, potrebbe finire nei dati usati per generare un’immagine di un modello in costume, magari per un contenuto a sfondo erotico. E nessuno, né lui né i genitori, lo saprebbe mai. Solo l’algoritmo saprà da dove ha preso quei lineamenti.

3. E la nostra voce?

Non è affatto al sicuro. Basta un video con audio pubblico, una diretta Instagram, o un reel in cui parliamo, per lasciare impressa la nostra impronta vocale. Anche se Meta oggi non parla apertamente dell’uso delle voci per addestrare la sua intelligenza artificiale, nulla vieta che accada domani. Le IA generative vocali sono già una realtà in altre piattaforme, capaci di replicare voci umane con pochi secondi di registrazione. Se un contenuto è pubblico, è accessibile, e se è accessibile, è estraibile. Da lì a sentire un giorno una voce simile alla nostra pronunciare parole che non abbiamo mai detto, il passo è brevissimo.

4. Testi copiati e usati per generare libri, poesie, fake news

Anche le parole non sono più solo nostre. Un post riflessivo, una didascalia sentita, una poesia scritta di getto e lasciata pubblica possono essere immagazzinati, spezzettati, rielaborati e riutilizzati da un modello linguistico. Senza firma, senza fonte, senza che nessuno ti chieda il permesso. Potremmo ritrovare i nostri pensieri — o qualcosa che li somiglia terribilmente — in un romanzo generato da un chatbot, in un libro di poesie prodotto da una casa editrice che usa l’IA, o peggio ancora, in una fake news che sfrutta toni familiari per sembrare più autentica. Non è fantascienza. È già successo, altrove. Ora potrebbe succedere anche con Meta.

Tra l’altro ho scritto di queste problematiche in relazione a ChatGPT, iA e Miyazaki. Tanti articoli ma nessuno ha affrontato il vero problema. Vi siete chiesti che fine hanno fatto le vostre foto e quelle dei vostri cari?

5. E se le banche dati di Meta venissero trafugate?

È una domanda che spaventa, ma che va posta. Perché ogni dato che finisce nei sistemi di addestramento dell’intelligenza artificiale non è più solo tuo. Viene copiato, analizzato, indicizzato. E se questi archivi — immensi, delicati, spesso opachi — venissero violati? Potrebbero essere rivenduti nel deep web, finire in pacchetti commerciali clandestini, alimentare generatori illegali di immagini pornografiche o sistemi di disinformazione. Non sarebbe la prima volta: lo abbiamo visto con foto, video, numeri di telefono, persino cartelle cliniche. Pensare che non possa accadere con contenuti usati per l’IA è un’illusione. Una volta ceduto, anche solo involontariamente, il nostro volto, la nostra voce, i pensieri più intimi potrebbero non appartenerci più.

Nel 2019, un database con oltre 419 milioni di numeri di telefono di utenti Facebook è stato trovato online senza protezione. I dati includevano ID utente, numeri e localizzazione, esponendo gravi falle nella sicurezza!

La versione di Meta

Meta sottolinea il proprio dispiacere per il fatto che ci sia voluto quasi un anno per poter avviare il processo, sentimento già condiviso al momento del lancio di Meta AI (avvenuto in forte ritardo rispetto ad altri mercati come gli Usa) e dovuto, secondo all’azienda, a un contesto regolatorio complesso e nebuloso. “Accogliamo con favore la chiarezza fornita sia dalla Irish Data Protection Commission che dallo European Data Protection Board“, gli organi a difesa della privacy che hanno giurisdizione sulle attività europee del colosso statunitense, “che ci ha permesso di compiere questo passo successivo”, si legge nel comunicato.

Meta Ai rischi e come tutelarsi

Così come è accaduto lo scorso anno, quando Meta ha inviato una comunicazione urbi et orbi (anche in UE) annunciando l’uso dei dati dei social network per l’addestramento dell’AI, sarà possibile opporsi. Con quali modalità e con quale efficacia? L’anno scorso la procedura prevedeva l’invio di una comunicazione (con tanto di motivazioni) che veniva sottoposta a una valutazione (sic!) da parte di Meta e permetteva di impedire l’uso dei propri contenuti per l’addestramento dell’AI. Nei prossimi giorni, assicurano da Meta, tutti gli utenti riceveranno una comunicazione simile che permetterà di scegliere. Solo allora scopriremo i dettagli del diritto all’opposizione garantito agli utenti.

Ma siamo sicuri di essere tutelati? Cosa succede quando pubblichiamo un post e qualcun altro lo condivide?

Diventa materiale utilizzabile da Meta AI? Il problema si pone per Facebook, ma anche per Instagram. E se consideriamo che il social acquisito da Zuckerberg nel 2012 viene spesso usato da artisti e creator per condividere le loro opere nel settore grafico, la questione assume una certa rilevanza anche per il controllo che gli autori possono avere sul loro utilizzo da parte dell’algoritmo. Insomma: si torna all’annosa questione della tutela del copyright.

La sensazione è che ci stiamo avvicinando a un bivio pericoloso

L’addestramento dell’intelligenza artificiale di Meta attraverso i contenuti pubblici degli utenti europei non è solo una questione tecnologica, ma anche culturale, economica, giuridica. Dopo anni in cui ci è stato promesso che i servizi sarebbero stati gratuiti, oggi si chiede alle persone di contribuire con qualcosa di molto più personale: la propria voce, il proprio volto, le proprie parole. E tutto questo senza una vera possibilità di controllo, né una compensazione concreta.

In un momento in cui Meta affronta processi aperti su più fronti — dal fisco in Italia alle accuse di abuso di posizione dominante negli Stati Uniti — la fiducia degli utenti è un capitale che non può permettersi di perdere. Ma è proprio quella fiducia, già logorata da anni di raccolta dati opaca e scelte unilaterali, che rischia ora di spezzarsi del tutto. Per molti, l’uso dei propri contenuti nell’addestramento dell’IA potrebbe non essere più tollerabile. E se la goccia cadrà davvero, non sarà l’algoritmo a rispondere: sarà la società, con tutte le sue implicazioni.

Giovanni Scafoglio

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intelligenza artificiale non esiste giovanni scafoglio

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