Perché la guerra a Gaza non finisce? Per motivi personali di Netanyahu

Gaza è pulizia etnica?

Israele, i generali contro la guerra a Gaza: “Non ha più nulla a che fare con la nostra sicurezza”. Da Tel Aviv una testimonianza inedita: l’80% degli ex vertici dell’intelligence e dell’esercito israeliano accusa Netanyahu di prolungare il conflitto per interesse personale. “Abbiamo già raggiunto tutti gli obiettivi militari. Ora è una guerra politica, inutile e pericolosa”. Per tutti parla Amiram Ayalon, ex capo dello Shin Bet ed ex comandante degli incursori di Marina. Perché la guerra a Gaza non finisce? Per motivi personali di Netanyahu

Le parole di Amiram Ayalon ex capo dello Shin Bet

A Tel Aviv, tra le stanze sobrie della casa di Amiram Ayalon – ex capo dello Shin Bet ed ex comandante degli incursori di Marina – si riuniscono da mesi gli uomini che hanno rappresentato la spina dorsale della sicurezza israeliana. Generali, capi del Mossad, dello Shin Bet e dell’intelligence militare: un gruppo che, nell’insieme, costituisce l’80% degli ex vertici delle forze armate e dei servizi segreti dello Stato ebraico dalla sua fondazione. Non attivisti, non religiosi, non pacifisti. Solo uomini d’intelligence. E tutti, senza eccezioni, dicono la stessa cosa: “La guerra a Gaza deve finire”.

Un gruppo silenzioso, ma potentissimo

Nell’intervista rilasciata alla giornalista Cecilia Sala per “Stories”, Ayalon spiega con precisione chirurgica l’identità del gruppo: “Siamo 24 su 29. Quasi tutti quelli ancora in vita. Tutti noi abbiamo servito lo Stato per proteggerlo. Non si può dire che non ci importi della sicurezza di Israele. È tutta la nostra vita”. Ma oggi, dice, quella stessa sicurezza è diventata una foglia di fico.

“Questa guerra non ha più nulla a che fare con la difesa di Israele”, afferma con fermezza Ayalon. “Per i primi mesi dopo il 7 ottobre ci abbiamo creduto. Era una guerra giusta. Ma da tempo abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi militari”.

L’assenza di una strategia e il sospetto sul premier

“Il problema – continua il generale – è che non ci sono obiettivi politici. Nessun piano per il day after. Solo attacchi ripetuti: conquistiamo per la quarta volta Khan Yunis a sud, per la terza Jabalia a nord. È una guerra perpetua, senza senso e senza fine”.

Le accuse non si fermano al piano strategico. Si estendono fino ai vertici politici del Paese. “Netanyahu è in conflitto d’interessi”, dice Ayalon senza esitazione. “Sa che nel momento in cui finisce la guerra, cade il governo, e lui finisce in tribunale. E forse in prigione. È comprensibile che abbia paura. Ma non possiamo permettere che la sicurezza nazionale venga sacrificata per paura di un uomo”.

La guerra che non si può vincere

Ayalon mostra un report riservato, datato ma attuale, su come affrontare i nemici non convenzionali. “Lo sanno tutti quelli che hanno studiato il terrorismo: non si vince con i bombardamenti. Serve offrire un’alternativa politica credibile. Un’idea migliore. Una speranza. È una guerra di idee, non di trincee”.

Secondo le stime interne alle forze armate, nelle ultime 24 ore sono morti 136 palestinesi. “La maggioranza erano civili”, ammette il generale. “Questi non sono dati di Hamas. Sono i nostri. E per cosa? Tutto quello che potevamo ottenere con le bombe lo abbiamo già ottenuto”.

Frattura tra esercito e governo

L’intervista di Cecilia Sala evidenzia un dato che da solo fa tremare l’intero edificio istituzionale israeliano. Il dissenso tra i vertici militari e Netanyahu non è più sussurrato. È esploso. Il ministro della Difesa Yoav Gallant è stato costretto alle dimissioni. Il capo di Stato Maggiore è andato via. Lo stesso è accaduto al capo dell’intelligence per Gaza. Tutti rimossi o dimessi per lo stesso motivo: il disaccordo profondo con il primo ministro su cosa si stia realmente facendo.

Ayalon è lapidario: “Stiamo mandando i nostri figli in guerra senza sapere perché. Stiamo uccidendo civili palestinesi senza avere un piano. Il comandante in capo non dice a nessuno cosa accadrà dopo. Ma è proprio il day after il motivo per cui si combatte. E se non ce n’è uno, allora stiamo solo alimentando un ciclo infinito di sangue”.

Perché la guerra a Gaza non finisce? L’80% degli ex vertici dell’intelligence e dell’esercito israeliano accusa Netanyahu di prolungare il conflitto per interesse personale

Tra i membri del gruppo ci sono nomi che da soli rappresentano la storia della sicurezza israeliana: Tamir Pardo, Danny Yatom, Efraim Halevy (ex Mossad), Moshe Ya’alon, Gadi Eizenkot (ex capi dell’esercito), Avi Dichter, Ami Ayalon, Nadav Argaman (ex Shin Bet). Alcuni sono oggi figure politiche e per questo tenuti fuori dal gruppo attivo. Ma 24 su 29 ex vertici parlano con una voce sola.

Non è solo dissenso. È allarme. Ed è l’allarme più difficile da ignorare: quello lanciato da chi ha passato una vita a difendere lo Stato con disciplina, segretezza e silenzio. Uomini che oggi rompono la consegna per dire che non si può più tacere.

Ginevra Leone

Fonte: Ep.808: “Stiamo sbagliando tutto”, ci dice l’ex capo delle spie israeliane – parte 1

Leggi anche

il randagio edizioni ecorandagio notizie

Related Post