A Gaza City non ci sono più zone sicure. Neppure una tenda con scritto “Press” riesce a fermare la traiettoria di un missile. L’esplosione della notte tra il 10 e l’11 agosto 2025 ha cancellato in un istante cinque vite e, con loro, una parte di quella testimonianza diretta che ancora resisteva in un conflitto sempre più opaco. La polvere non si è ancora posata e già la notizia corre nelle redazioni di mezzo mondo: cinque operatori di Al Jazeera sono stati uccisi in un raid israeliano vicino all’ospedale al-Shifa. Non è di certo la prima volta che a Gaza vengono uccisi dei giornalisti.
Gaza: uccisi giornalisti. I fatti e le vittime
La tenda, allestita come postazione di lavoro, si trovava a pochi metri dall’ingresso del principale ospedale della Striscia. Lì, i giornalisti Anas al-Sharif e Mohammed Qreiqeh e i cameraman Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa stavano documentando i bombardamenti quando il colpo li ha travolti. Secondo Al Jazeera si è trattato di un attacco deliberato, mirato a ridurre al silenzio chi racconta la guerra dal cuore di Gaza. L’esercito israeliano ha rivendicato l’operazione, sostenendo che al-Sharif fosse un membro di Hamas. L’emittente respinge l’accusa, bollandola come un pretesto per giustificare un’azione contro la libertà di stampa.
Un attacco che divide il mondo
La morte dei cinque operatori dell’informazione ha suscitato un’ondata di reazioni. Organizzazioni internazionali, sindacati di categoria e ONG hanno parlato di un precedente pericoloso, chiedendo indagini indipendenti e garanzie immediate per la sicurezza dei media. Per molti osservatori, colpire una postazione chiaramente identificabile come stampa mina le basi del diritto internazionale e crea un clima di paura che rischia di spegnere le ultime voci libere in un’area già isolata.
Nonostante le critiche, il governo di Benjamin Netanyahu non arretra. La strategia annunciata prevede di consolidare il controllo militare su Gaza City, istituendo una “zona di sicurezza” gestita da un’amministrazione civile non affiliata né ad Hamas né all’Autorità Palestinese. L’obiettivo dichiarato è impedire il ritorno delle milizie e garantire il rilascio degli ostaggi. Nei fatti, la mossa rischia di intensificare lo scontro con la comunità internazionale e di aggravare una crisi umanitaria già definita “catastrofica” dalle agenzie delle Nazioni Unite.
Nelle stesse ore, a migliaia di chilometri di distanza, l’Australia ha annunciato una decisione storica: riconoscerà ufficialmente lo Stato di Palestina alla prossima Assemblea Generale dell’ONU
L’assemblea è prevista per settembre. Il primo ministro Anthony Albanese ha parlato della soluzione a due Stati come della “migliore speranza per fermare il ciclo di violenze”. Il riconoscimento sarà condizionato: esclusione di Hamas dal governo palestinese, smilitarizzazione della Striscia ed elezioni democratiche.
Il gesto è stato accolto con favore da movimenti pro-pace e da una parte della comunità internazionale, ma ha scatenato la reazione di Israele. L’ambasciatore israeliano a Canberra ha definito la scelta “vergognosa” e “pericolosa”, sostenendo che rischi di legittimare il terrorismo e di compromettere le trattative per il rilascio degli ostaggi.
Gaza uccisi giornalisti o membri di Hamas? Un intreccio di fronti
L’attacco alla tenda stampa e la mossa diplomatica australiana si intrecciano in un momento in cui il conflitto sembra oscillare tra l’escalation militare e un timido tentativo di riaprire canali politici. Sul terreno, i giornalisti continuano a lavorare in condizioni estreme; nei palazzi della diplomazia, si cerca un equilibrio tra condanna, mediazione e interessi strategici. In mezzo, milioni di civili restano prigionieri di un conflitto che divora spazi, vite e verità.
Resta un dato che segna questa guerra come un’anomalia nella storia dei conflitti moderni
mai, prima d’ora, ai giornalisti era stato negato in modo così totale l’accesso diretto al teatro delle operazioni. Un blackout informativo che non è frutto del caso, ma parte integrante della strategia militare. Benjamin Netanyahu continua a ripetere che prima o poi la stampa potrà entrare e documentare, ma le sue parole scivolano via come formule di circostanza: in redazione, nelle cancellerie e tra gli stessi reporter, nessuno ci crede davvero.
Ginevra Leone
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