Il 20% dei testi accademici è scritto con l’IA

Università italiane sempre meno competitive secondo la classifica redatta annualmente dal Center World University Rankings

Quasi un documento accademico su cinque, nelle università italiane, contiene oggi blocchi interi di testo scritti da un modello generativo. Non si parla di due frasi qua e là, ma di almeno 25 frasi consecutive, un pezzo di discorso che potrebbe stare tranquillamente in un capitolo di tesi. L’immagine dell’intelligenza artificiale usata solo come correttore di bozze è ormai superata: in molti casi è un co-autore silenzioso. L’indagine di NoPlagio prende in esame 200 mila documenti provenienti da 50 atenei italiani.

L’indagine di NoPlagio prende in esame 200 mila documenti provenienti da 50 atenei italiani

Dentro ci finisce un po’ di tutto: tesi di laurea, articoli, relazioni, paper caricati sui repository universitari. Il quadro che esce non racconta una bolla passeggera, ma un cambiamento strutturale nel modo in cui si scrive all’università. Nel 2015 le frasi generate da strumenti di intelligenza artificiale erano quasi invisibili nelle pubblicazioni accademiche. Oggi superano l’11% del totale, e nel primo semestre 2025 quasi metà dei documenti analizzati contiene almeno un passaggio riconoscibile come scritto da un modello generativo.

Questo non significa che il 50% delle tesi sia interamente prodotto dall’IA

Molto spesso i software vengono usati per sistemare la grammatica, chiarire una frase, tradurre un paragrafo, riformulare una citazione. Poi c’è quel 20% di testi che integra segmenti lunghi, almeno 25 frasi consecutive scritte dall’algoritmo, che di fatto assumono il peso di sezioni vere e proprie, con argomentazioni, dati, bibliografia.

Questa fotografia del mondo universitario si incastra con i numeri che arrivano dalle scuole superiori

Già nel 2024 le ricerche commissionate da NoPlagio mostravano che circa il 65% degli studenti italiani tra i 16 e i 18 anni utilizza ChatGPT o strumenti analoghi per fare i compiti e scrivere saggi. In alcune indagini più recenti la quota di chi dichiara di usare l’IA per temi e progetti scolastici sale attorno al 75%.

Di fatto, chi arriva al primo anno di corso ha già normalizzato l’idea di “parlare” con un assistente digitale per farsi spiegare un concetto, chiedere una scaletta, ottenere un paragrafo di bozza da rifinire. Non è un’abitudine marginale: alcune rilevazioni parlano di percentuali oltre il 90% di studenti universitari che hanno utilizzato almeno una volta uno strumento di IA generativa per supportare esami, relazioni o tesine.

La vera linea di confine, però, non è tra chi usa o non usa l’IA. La linea passa tra chi mantiene il controllo del testo e chi delega, in blocco, pezzi interi del proprio lavoro accademico.

Plagio, citazioni inventate e responsabilità accademica

Se l’IA diventa co-autore, il rischio non è solo quello classico del copia e incolla. I rilevatori antiplagio nati per confrontare testi con banche dati e archivi online oggi devono riconoscere anche la “firma stilistica” delle frasi generate, il ritmo lessicale ricorrente dei modelli linguistici. NoPlagio lavora proprio su questo: segnala non solo le somiglianze con altri documenti, ma anche i blocchi che presentano caratteristiche tipiche dei testi prodotti dall’IA.

Un elemento delicato, emerso in ricerche recenti sugli studenti universitari, riguarda le citazioni e la bibliografia. Un quarto degli intervistati dichiara di aver trovato riferimenti inventati nei testi generati con l’ausilio dell’IA: libri mai pubblicati, articoli con titoli plausibili ma inesistenti, riviste dal nome verosimile che non compaiono in nessun database.

Dentro una tesi questo non è un dettaglio, è un corto circuito. La bibliografia è la spina dorsale del lavoro accademico. Se l’IA fabbrica una fonte, la responsabilità formale resta comunque dello studente che la inserisce e del relatore che approva il testo. Qui si apre un nodo culturale forte: fino a che punto un ateneo può fingere che basti un regolamento “anti ChatGPT” per risolvere il problema, quando gli stessi docenti usano strumenti simili per scrivere email, progetti, bandi, magari anche articoli?

L’Italia non è isolata

I numeri sulle università italiane si inseriscono in un quadro internazionale in cui l’uso di strumenti generativi cresce ovunque, dalle piattaforme anglosassoni ai campus di mezza Europa. Nel contesto italiano, però, l’incrocio tra diffusione dell’IA nelle scuole, assenza di linee guida unitarie e forte pressione sul voto di laurea rende il quadro particolarmente scivoloso.

Da una parte gli studenti percepiscono l’IA come un alleato che permette di risparmiare tempo, limare lo stile, superare le insicurezze di scrittura. Dall’altra, molti non si fidano del risultato finale e dichiarano di temere proprio l’“uso illimitato” di questi strumenti, che rischiano di appiattire i lavori e rendere indistinguibili le voci individuali.

In mezzo ci sono le università, che oscillano tra divieti formali difficili da applicare e sperimentazioni più realiste, in cui l’uso dell’IA viene esplicitato, regolato e talvolta integrato nelle linee guida di dipartimento.

Il dato di partenza resta semplice e brutale: su 200 mila documenti analizzati in 50 università italiane, quasi un quinto contiene blocchi lunghi, almeno 25 frasi consecutive, generati da strumenti di intelligenza artificiale

Il totale delle frasi prodotte dai modelli supera l’11% delle frasi accademiche complessive prese in esame, mentre quasi la metà dei documenti mostra almeno un passaggio scritto dall’IA.

In pratica, l’università italiana già oggi parla con una voce mista: metà umana, metà sintetica. La finzione di una scrittura “pura”, non mediata da nessun software, non regge più alla prova dei fatti. Il punto non è rimpiangere un passato che non torna, ma decidere che cosa farne di questa nuova normalità.

Si può continuare a far finta di niente, sperando che i software antiplagio facciano il lavoro sporco e ripuliscano i casi più eclatanti. Oppure si può riconoscere che l’IA è entrata nella filiera della ricerca e della didattica, scegliere dove tracciarne il perimetro, dichiarare quando viene usata, insegnare agli studenti a verificarne i risultati, soprattutto quando l’algoritmo inventa fonti o distorce dati.

Se l’IA diventa un co-autore, allora l’università deve tornare a essere autrice delle proprie regole, invece di limitarsi a subirne gli effetti collaterali.

Francesca Rampazzo

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