Un italiano su tre fatica a capire un testo e vota. Cosa rischia la democrazia?

Un italiano su tre fatica a capire un testo. Perché dovrebbe importarci? Chi fatica a capire un testo fatica anche a controllare una notizia

Hai mai letto il foglietto di un medicinale, il contratto di un affitto o una lettera dell’Agenzia delle Entrate pensando: non ci capisco niente? Per un adulto italiano su tre quella sensazione è la normalità. È quello che emerge dall’indagine PIAAC dell’OCSE, svolta tra il 2022 e il 2023 in 31 paesi e presentata a dicembre 2024. In Italia l’ha realizzata l’INAPP, l’istituto che studia le politiche pubbliche, su incarico del Ministero del Lavoro. Ha messo alla prova persone dai 16 ai 65 anni con test di lettura, di calcolo e di problem solving. Il risultato è chiaro: l’Italia resta sotto la media in tutte e tre le prove, e le differenze tra il Nord e il Mezzogiorno sono molto marcate. Perché dovrebbe importarci? Perché chi fatica a capire un testo fatica anche a controllare una notizia, e una democrazia lavora meglio quando i cittadini discutono partendo dagli stessi fatti. In questo articolo vediamo i numeri veri, spieghiamo che cosa dicono e che cosa invece non dimostrano.

Un italiano su tre fatica a capire un testo ecco i dati nudi e crudi

  • Il 34,7% degli adulti italiani ha competenze di lettura basse, contro il 26,1% della media OCSE.
  • Nel problem solving i più deboli sono il 45,6% degli italiani, contro il 29,3% della media OCSE.
  • La quota di adulti con ottime competenze di calcolo è del 9,3% nel Nord-Ovest e solo del 2,1% nel Mezzogiorno.
  • Il legame con la disinformazione e con il populismo è plausibile, ma le prove sono ancora poche.

Che cos’è l’analfabetismo funzionale e come si misura?

Un analfabeta funzionale sa leggere le parole, ma fa fatica a capire un testo un po’ lungo o complicato. Gli succede con una bolletta, con un modulo del Comune, con le istruzioni di un elettrodomestico. Lo stesso vale per i numeri: sa fare un’addizione, ma si perde se deve confrontare due offerte telefoniche.

Per misurare questo problema l’OCSE usa il PIAAC, cioè il Programma per la valutazione internazionale delle competenze degli adulti. L’OCSE è l’organizzazione dei paesi più sviluppati. Il PIAAC valuta tre capacità:

  • Literacy, cioè leggere e capire testi scritti.
  • Numeracy, cioè usare numeri e informazioni matematiche nella vita di tutti i giorni.
  • Problem solving adattivo, cioè cavarsela in situazioni nuove, dove non esiste una regola già pronta.

I punteggi vanno da 0 a 500 e i livelli da sotto l’1 fino al 5. Chi sta al livello 1 o più in basso è chiamato low performer, cioè persona con competenze basse. Chi arriva ai livelli 4 e 5 è un high performer, cioè con competenze alte. Il test non usa l’etichetta «analfabeta funzionale». È una scorciatoia dei giornali, utile ma approssimativa.

Come sta l’Italia rispetto agli altri paesi OCSE?

Sotto la media, in tutte e tre le prove. Ecco i punteggi medi dell’indagine 2023.

ProvaItaliaMedia OCSE
Literacy245260
Numeracy244263
Problem solving adattivo231251

In lettura fanno peggio di noi solo Israele, Lituania, Polonia, Portogallo e Cile. In calcolo e in problem solving siamo quartultimi.

Anche le quote di persone con competenze basse sono alte: 34,7% in lettura (media OCSE 26,1%) e 35,3% in calcolo (media OCSE 24,8%). Se si guardano insieme le tre prove, circa una persona su quattro in Italia ha competenze limitate in tutte e tre, contro il 18% della media OCSE. Chi ha competenze molto alte, invece, è raro: in lettura il 5,4% degli italiani contro l’11,6% dell’OCSE, in calcolo il 6,2% contro il 13,9%.

Nell’ultimo decennio la situazione non è migliorata. Tra il 2012 e il 2023 la media nazionale è rimasta ferma, e in alcune regioni del Sud è peggiorata.

Una frase che circola e non è esatta

Sui social si legge spesso che l’Italia sarebbe il terzo peggior paese OCSE, con solo Turchia e Cile messe peggio di noi. Con i dati 2023 non è così. La Turchia non compare tra i paesi che fanno peggio dell’Italia e, per quanto ne sappiamo, non ha partecipato a questo ciclo dell’indagine. Siamo molto in basso, ma non al terzultimo posto.

Le obiezioni al test

C’è anche chi invita alla prudenza. Gli esperti di Tuttoscuola ricordano che gli strumenti dell’OCSE sono costruiti su modelli di apprendimento più diffusi nei paesi anglosassoni, che quindi partono avvantaggiati. E c’è un paradosso: con queste competenze l’Italia resta tra le maggiori economie del mondo ed è seconda in Europa, dopo la Germania, nella manifattura. Le obiezioni non cancellano i numeri, ma ricordano che un test non racconta tutto.

Di fatto l’Italia sembra divisa in due, tra Nord e Mezzogiorno?

Perché dentro lo stesso paese i risultati cambiano moltissimo da una zona all’altra. Prendiamo la quota di adulti con competenze di calcolo molto alte:

  • Nord-Ovest: 9,3%
  • Nord-Est: 7,9%
  • Centro: 7,5%
  • Mezzogiorno: 2,1%

Al contrario, nel Sud e nelle Isole più di un adulto su due ha competenze di calcolo basse, il 51,2% e il 54,4%. Nel Centro (26,8%) e nel Nord-Est (20,5%) i valori sono in linea con la media OCSE.

Ci sono due precisazioni da fare. La prima: l’indagine misura dove vivono le persone, non dove sono nate. La seconda: secondo l’INAPP, in questi undici anni sono cambiate l’età e la composizione della popolazione, con più anziani e più immigrati, e questo potrebbe spiegare una parte del peggioramento nel Sud. Con la stessa composizione del 2012, nel calcolo il Sud sarebbe rimasto stabile, non peggiorato. Il divario però c’è lo stesso, ed è grande.

In pratica gli italiani votano alle stesse elezioni, ma non tutti hanno gli stessi strumenti per leggere programmi, promesse e numeri.

Che cos’è il problem solving adattivo e come va l’Italia?

È la capacità di affrontare una situazione nuova e complessa, dove non basta applicare una regola. Un esempio: l’app della banca cambia, il sito del Comune non funziona e bisogna trovare un’altra strada. Si impara a scuola, ma anche nella vita di tutti i giorni.

In questa prova gli italiani hanno ottenuto in media 231 punti, venti in meno della media OCSE di 251. Quasi uno su due, il 45,6%, è tra i più deboli, contro il 29,3% della media OCSE. Solo lo 0,9% arriva ai livelli più alti, mentre la media OCSE è il 5%. Fanno peggio di noi soltanto Lituania, Polonia e Cile.

Che legame c’è tra poche competenze e disinformazione?

Il ragionamento è semplice. Se leggere un testo lungo costa fatica, è più facile fermarsi a un titolo, a un video di venti secondi, a un post sui social. Le notizie verificate, poi, sono spesso a pagamento, mentre le bufale sono gratis e costano poco a chi le produce. Dove manca l’abitudine a controllare le fonti, lo spazio lo prendono i contenuti peggiori.

È un ragionamento sensato, ma bisogna distinguere i fatti dalle ipotesi. Sui social circola l’idea che una ricerca Ipsos del 2024 abbia dimostrato che chi valuta male le fonti si fida di più di blogger sconosciuti e meno di fonti verificate. Noi quella ricerca non siamo riusciti a trovarla, quindi la consideriamo non verificata. Lo stesso vale per il cosiddetto circolo vizioso: chi si informa su fonti inaffidabili perde fiducia in esperti e giornali, e così cerca altre fonti ancora meno controllate. È un’ipotesi plausibile, ma nelle fonti che abbiamo consultato non c’è una prova diretta.

Un punto va chiarito: i test PIAAC misurano competenze, non abitudini di informazione. Da soli, i numeri sulla lettura non dicono chi creda alle bufale.

Che cosa dice lo studio sul populismo?

La ricerca di cui si parla è spagnola e porta la data del 2024. L’hanno firmata Lydia Sánchez, Sergio Villanueva Baselga e Adrien Faure-Carvallo, dell’Università di Barcellona, sulla rivista Revista Latina de Comunicación Social. Hanno fatto un questionario a 716 studenti di un master per diventare insegnanti di scuola secondaria, in più di dieci università.

Il risultato principale: chi ha atteggiamenti populisti ha un livello più basso di alfabetizzazione informativa, cioè di capacità di cercare, valutare e usare le informazioni. Fin qui il dato conferma la tesi più citata. Ci sono però due dettagli che si perdono spesso:

  • Il populismo non sembra influire sul riconoscimento delle notizie false, né sull’idea che ognuno ha del proprio pensiero critico.
  • Chi si colloca più a sinistra ha un’autopercezione di pensiero critico più alta e riconosce più notizie false.

Serve prudenza. È un solo studio, su un gruppo molto particolare di giovani laureati, e mostra un collegamento, non una causa. Non vale come regola per tutti gli italiani, né per tutti gli elettori.

E’ sufficiente studiare di più per non cadere nelle bufale?

No, e lo dice lo stesso studio spagnolo. Istruzione e pensiero critico servono, ma non danno una protezione completa, perché le emozioni contano moltissimo nel modo in cui ragioniamo. Quando una notizia tocca la nostra identità o le nostre paure, anche una persona molto preparata può cascarci.

Un esempio viene dall’Italia. Una ricerca pubblicata nel 2025 su 243 insegnanti italiani, fatta prima di un corso di educazione ai media, ha mostrato che per quasi tutte le domande meno di un quarto di loro raggiungeva la sufficienza. Facevano più fatica con i compiti che chiedevano di capire il contesto, per esempio riconoscere un contenuto affidabile o una foto manipolata. Anche qui il campione è piccolo e non rappresenta tutti i docenti, ma il messaggio è chiaro: riconoscere una bufala è una competenza che si allena.

Un italiano su tre fatica a capire un testo: che cosa c’entra la democrazia?

La tesi più diffusa nel dibattito è questa: una democrazia non rischia quando qualcuno vota in un modo che ci piace poco, ma quando non esiste più un terreno comune di fatti su cui costruire il disaccordo. Se non ci mettiamo d’accordo nemmeno su quanti sono i disoccupati o su che cosa dice una legge, discutere diventa quasi impossibile.

Bisogna però stare attenti a non scivolare. Collegare la bassa istruzione a «scelte politiche sbagliate» è un terreno pericoloso. Nessuno qui chiede di togliere il voto a chi capisce meno: sarebbe sbagliato, e il voto è un diritto di tutti. Il punto è un altro. Se la comprensione dell’informazione non è garantita a tutti allo stesso modo, il voto pesa meno per chi parte svantaggiato. È una tesi, non un dato, e chi la pensa diversamente può rispondere che gli elettori decidono anche con altri strumenti, come l’esperienza personale e la fiducia nelle persone. La discussione resta aperta.

Che cosa si potrebbe fare per migliorare le cose?

Le proposte non sono complicate, e sono scelte politiche più che dati. Se ne discutono soprattutto tre:

  • Educazione civica e mediatica vera nelle scuole, non un’ora simbolica, per imparare a controllare le fonti e a capire come funziona l’informazione.
  • Investimenti pubblici mirati nel Mezzogiorno, dove il divario è più profondo.
  • Giornalismo di qualità più accessibile, non solo dietro un abbonamento.

Un segnale incoraggiante arriva dai giovani. I ragazzi tra i 16 e i 24 anni ottengono punteggi più alti del resto degli adulti italiani. Restano sotto la media OCSE, tranne nel Nord-Est, dove in lettura e in calcolo sono in linea con i coetanei degli altri paesi.

Su come farlo, con quali soldi e con quali priorità, le opinioni sono diverse. Il punto di partenza invece è chiaro: oggi un adulto su tre fa fatica con i testi, e nel Sud la situazione è peggiore.

Domande frequenti sull’analfabetismo funzionale in Italia

Quanti sono gli analfabeti funzionali in Italia?

Secondo l’indagine OCSE PIAAC 2023, circa il 35% degli adulti tra i 16 e i 65 anni ha competenze basse: il 34,7% in lettura e il 35,3% in calcolo. L’espressione «analfabeta funzionale» è una scorciatoia dei giornali, perché il test parla di persone con competenze basse.

L’Italia è l’ultimo paese OCSE?

No. In lettura cinque paesi fanno peggio di noi, mentre in calcolo e in problem solving siamo quartultimi tra i 31 paesi dell’indagine.

In quale parte d’Italia la situazione è peggiore?

Nel Sud e nelle Isole, dove più di metà degli adulti ha competenze di calcolo basse. Il Nord-Est, invece, è in linea con la media OCSE.

La bassa alfabetizzazione porta al populismo?

Le prove non bastano per dirlo. Uno studio spagnolo del 2024 ha trovato un legame tra atteggiamenti populisti e una minore alfabetizzazione informativa, ma è uno studio solo e mostra una correlazione, non una causa.

Che cos’è l’indagine PIAAC?

È il programma dell’OCSE che misura le competenze di lettura, di calcolo e di problem solving degli adulti. Il primo ciclo si è svolto nel 2011 e 2012, il secondo nel 2022 e 2023.

Si può migliorare?

I giovani tra i 16 e i 24 anni ottengono punteggi più alti degli altri adulti. Tra le proposte più discusse ci sono l’educazione civica e mediatica a scuola, gli investimenti nel Sud e un’informazione di qualità più accessibile.

Fonti dei dati consultati per redigere questo articolo

Ultimo controllo dei dati: 2 ottobre 2026.

Analfabetismo funzionale e democrazia: perché capire un testo riguarda tutti

I numeri dicono una cosa semplice: in Italia molti adulti fanno fatica con testi, calcoli e problemi nuovi, e il posto in cui si vive pesa moltissimo. Non dicono, da soli, che chi capisce meno vota male o crede alle bufale. Quel passaggio è un’ipotesi, e va trattato come tale.

Una cosa però si può affermare senza dubbi. Più persone riescono a leggere, controllare e confrontare le informazioni, più la discussione pubblica poggia su basi solide. Per questo il tema non riguarda solo la scuola, ma ogni cittadino.

L’analfabetismo funzionale in Italia riguarda circa un adulto su tre secondo l’indagine OCSE PIAAC 2023, e conoscere i dati veri, dalle differenze tra Nord e Mezzogiorno al rischio disinformazione, è il primo passo per difendere una democrazia che si regge su fatti condivisi.

Ndr: per scrivere questo articolo è stato usato come supporto uno strumento di Deep Research iA

Francesca Rampazzo

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