Dieci grandi canzoni di Francesco Guccini

La verità è che Francesco Guccini non apparteneva alle accademie. Apparteneva alle osterie. Non fuggiva dal successo ma dalla sua caricatura.

Un gigante della poesia morto e per un attimo Pàvana diventa Macondo, spazzata da un vento che sa di nebbia padana ma dove gli eroi son tutti giovani e belli. Guccini se n’è andato e con lui la sua barba fluviale e a me non resta che metter su i suoi vinili e accompagnali da un buon lambrusco, evoco i fantasmi che ci ha lasciato in eredità come una cartucciera cheal posto dei proiettili contiene esorciosmi, sputi di realtà, profezie magiche in terzine dantesche e bile per chi lo lo sopportava e non gli sopravviverà. Eccone dieci. Dieci rasoiate.

Francesco Guccini morte di un gigante del Novecento

La Locomotiva

Più che una canzone, una bestia di metallo sbuffante che ti schiaccia il petto. Parla di Pietro Rigosi, l’anarchico che nell’Ottocento lanciò un treno contro l’ipocrisia borghese e le disuguaglianze. È un inno alla ribellione proletaria assoluta. Ricordo una piazza nel ’77, a Bologna. Avevo il sudore che mi colava negli occhi e il cuore a duecento battiti. Mi raccontano i vecchi che quando partiva quel giro di chitarra, una selva di pugni chiusi si alzava verso un cielo color piombo. Si sentivano immortali, pronti a far deragliare il cosmo intero.

L’Avvelenata

L’anatema definitivo. Un “dissing” primordiale, la rabbia cruda di un uomo stanco di critici saccenti, colleghi ipocriti e discografici vampiri. Lo sfogo di chi rivendica il diritto di vivere e scrivere senza guinzagli. La prima volta che la ascoltai fu su un mangianastri sgangherato. Sfasciai un bicchiere contro il muro sentendogli ringhiare la sua insofferenza (come quando canta: “Credete che per questi quattro soldi / questa gloria da stronzi avrei scritto canzoni” – Guccini). Era il veleno necessario, la cura omeopatica per sopravvivere ai conformisti. Riccardo Bertoncelli fu incenerito e poi, per assurda magia letteraria, divenne suo amico. Cose d’altri mondi. Negli anni Guccini con questa canzone ha sviluppato una certa insofferenza nei suoi confronti.

Dio è morto

La crisi spirituale e carnale di una generazione inghiottita dal consumismo, che però scorge all’orizzonte l’alba di una resurrezione laica. La Rai dei burocrati grigi se la fece addosso e la censurò per blasfemia. Al momento dell’uscita, infatti, la televisione e la radio di Stato bandirono il brano. Il titolo e il ritornello vennero giudicati inaccettabili e blasfemi dai funzionari dell’epoca. Per smussare i toni e rendere il messaggio di rinnovamento spirituale più inequivocabile di fronte alle polemiche il finale venne modificato. I versi originali scritti dall’autore emiliano recitavano: “in ciò che noi crediamo Dio è risorto, in ciò che noi vogliamo Dio è risorto”. Nella versione incisa e resa celebre, la chiusura venne lievemente modificata in: “in una fede nuova Dio è risorto, in una fede vera Dio è risorto”

Auschwitz

La banalità del male che diventa letteratura. Un pugno nello stomaco che ti gela il sangue, un viaggio nell’abisso dell’Olocausto e nell’eterna, assurda vocazione umana al macello. I presenti raccontano che quando ascoltarono per la prima volta raccontano “eravamo in viaggio verso nord, agosto torrido. Partì la cassetta. Di colpo l’abitacolo incandescente della Ritmo divenne una cella frigorifera. Nessuno fiatò per cento chilometri.” Con quella canzone Guccini si e ci chiedeva dolorosamente quando l’uomo avrebbe imparato a vivere senza ammazzare, e il vento non ci ha mai dato risposta.

Eskimo

Una ballata sul divario di classe, sull’innocenza perduta e su un amore sfilacciato dai compromessi della maturità borghese. Quel maledetto eskimo verde. Io ne avevo uno che puzzava di riunioni di gruppo giovanili, cantine e ideali infranti. Lo indossavo fissando le vetrine scintillanti del centro, guardando una ragazza col cappotto di cammello che mi lasciava per un futuro più comodo, esattamente come nel racconto del Maestrone. È l’arto fantasma dei nostri vent’anni.

Il vecchio e il bambino

Un’apocalisse ecologica sussurrata come una fiaba millenaria. Il racconto di un anziano che cerca di spiegare a un bimbo la bellezza di una pianura ormai asfaltata e soffocata dalle ciminiere. È come leggere cent’anni di solitudine distillati in pochi accordi. Ricordo una volta, in nonno di un mio amico ci portò in una landa di cemento periferico, nel mio quartiere di allora (Barra) ci indicò un pilone dell’alta tensione e mi disse, con gli occhi lucidi: “Qui c’erano i tassi e le lucciole, ragazzo”. Sentii vibrare le stesse corde di quel brano. Pura necromanzia rurale.

Cirano

L’arroganza del potere sfidata a duello con la spada della poesia e del sarcasmo. Un inno all’anticonformismo, scritto per squartare l’ipocrisia dei leccapiedi, dei ruffiani e della politica corrotta. Una notte, ubriaco marcio sotto i portici di via Indipendenza, urlai le sue strofe sfidando l’ombra dei palazzi del potere. Non mi arrestarono; forse pensarono fossi posseduto dallo spirito del guascone. Ti fa sentire sporco, bellissimo e invincibile.

Autogrill

Un non-luogo sospeso tra lo spazio e il tempo. Un incrocio casuale di destini, una scintilla romantica che non esplode mai, annegata nel puzzo di gasolio e caffè bruciato mentre i camion scorrono via. Chi non ha mai sperato in un miracolo fermandosi a fare benzina sull’Appennino alle tre del mattino? Magari immaginando una cameriera con gli occhi da cerva a Roncobilaccio e di uno sguardo lungo un’eternità. Fino al passaggio di un TIR. Il momento svanisce nell’aria, esalando l’odore del destino mancato, accendi la radio e ti rimetti in viaggio fino al prossimo autogrill.

Canzone per un’amica

La tragedia stradale, la morte improvvisa, il mistero infame della fine che taglia i fili delle nostre sicurezze di plastica. Guccini la scrisse per l’amica Silvana, e da allora è l’epitaffio di ogni gioventù troncata di schianto. Lo stridore delle gomme sull’asfalto me lo porto stampato nella corteccia cerebrale. Chiunque abbia perso un fratello di bevute in quel modo, sente questa ballata come l’unica lama capace di farci sanguinare quando le lacrime sembravano prosciugate per sempre.

Via Paolo Fabbri 43

L’autoritratto di un artigiano della parola rintanato tra i fumi di Bologna, fumetti di Snoopy, intellettualismo e nevrosi quotidiane. Un viaggio dantesco al centro del cranio del cantautore. “Se fossi poeta, se fossi più bravo e più bello, avrei nastri e gale francesi per il tuo cappello, ma anche i miei eroi sono poveri, si chiedono troppi perchè: già sbronzi al mattino mi svegliano urlando in via Fabbri 43!”

Per ritrovare l’incantesimo esatto di questi versi e lasciarvi graffiare dalla penna di Guccini, vi consiglio di non fermarvi ai ricordi. Puoi trovare i testi completi di tutte queste canzoni cercando semplicemente i loro titoli su Google Search. Fatelo. Leggeteli come se fossero preghiere scritte sull’asfalto, perché il Maestrone non c’è più, ma le sue parole ci camminano ancora accanto.

Giovanni Scafoglio

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