Ho questa foto immaginaria nella testa. La foto che se avessi la mia Canon tra le mani, vorrei scattare a Francesco Guccini. Un bianco e nero ricco di grigi, con la grana di una pellicola Ilford HP5 tirata a 1600 ISO. Il contrasto è morbido, quasi polveroso. Non c’è nulla di patinato: sembra uno scatto di Henri Cartier-Bresson (vorrebbe esserlo nei miei sogni proibiti) contaminato dalla malinconia di Mario Giacomelli. La macchina fotografica è leggermente più in basso del soggetto, con un 80 mm luminoso. Lo sfondo non è un paradiso fatto di nuvole. Sarebbe troppo banale. Se penso a un paradiso dei poeti, lo immagino come una gigantesca osteria sospesa sopra l’universo. Lunghi tavoli di legno consumato, sedie tutte diverse tra loro, bottiglie di lambrusco lasciate a metà, bicchieri sporchi di vino, fogli manoscritti che il vento non riesce mai a portare via. Da qualche parte un grammofono suona senza che nessuno lo abbia acceso.
Francesco Guccini è seduto da solo, appena decentrato nell’inquadratura
Non guarda l’obiettivo. Guarda in basso. Sotto di lui, lontana e ormai irraggiungibile, la Terra appare come una sfera immersa in una foschia lattiginosa. Non è nitida. È quasi fuori fuoco, perché non è importante. Non più ormai. Sul volto di Guccini c’è quel sorriso che conoscono bene i suoi ascoltatori: non un sorriso felice, ma quello di chi aveva previsto tutto quarant’anni prima e ormai osserva gli uomini ripetere gli stessi errori con una pazienza infinita. Tiene una mano ben appoggiata sul tavolo. Nell’altra un bicchiere di vino rosso.
Non brinda.
Lo tiene semplicemente sospeso. Come se stesse aspettando l’ennesima sciocchezza dell’umanità. Attorno a lui siedono figure appena accennate. Non riconoscibili. Sagome sfocate. Sono poeti, scrittori, filosofi, cantautori. Qualche saltimbanco e molti guasconi. Nessuno parla. Perché stanno tutti guardando nella stessa direzione.
La Terra.
Sembrano assistere allo spettacolo come vecchi avventori di un bar che osservano una partita già decisa. L’unico elemento perfettamente nitido è il volto di Guccini. Le mani sono leggermente mosse, come se avesse appena finito di fare un gesto ironico. In alto non ci sono angeli. Ci sono libri. Migliaia di libri aperti che galleggiano lentamente come stormi migratori. Alcune pagine si staccano e cadono verso la Terra trasformandosi in foglie. La luce arriva lateralmente, come quella che entra da una finestra d’inverno alle cinque del pomeriggio. Una luce che accarezza le rughe senza cancellarle.
Le rughe diventano geografia. La fotografia è silenziosa. Che dono oggi esser silenziosi.
Poi, osservandola meglio, quasi sembra di sentire la sua voce che borbotta, più divertita che indignata:
E’ sempre lo stesso misero mondo il cui scopo è sempre, solo, stato andare a puttane.
E la Terra, minuscola laggiù, continua imperterrita a confondere il rumore con il progresso.
Francesco Guccini possedeva una cultura così vasta che, se l’avessero distesa sull’asfalto della via Emilia, avrebbe collegato Bologna al mare
Le università gli hanno consegnnato lauree honoris causa come si depongono corone ai piedi di un sovrano riluttante: Bologna, Modena, Reggio Emilia, perfino l’American University of Rome gli riconobbero ciò che chiunque avesse trascorso una notte ad ascoltarlo sapeva già. Eppure lui sembrava guardare quei titoli con la stessa distrazione con cui si osserva un vecchio cappotto dimenticato sull’attaccapanni. Diffidava dell’intellettuale che si prende troppo sul serio. Preferiva definirsi un umile artigiano della parola, un piccolo baccelliere, quasi che le sue canzoni fossero soltanto sedie costruite con pazienza e non cattedrali destinate a resistere alle stagioni della memoria.
La verità è che Guccini non apparteneva alle accademie. Apparteneva alle osterie
Lì accadeva qualcosa che nessun sociologo riuscirà mai a spiegare senza sentirsi ridicolo. Bastava che si sedesse a un tavolo della Trattoria da Vito e, nel giro di pochi minuti, il vino acquistava una gravità filosofica sconosciuta all’enologia, il tempo rallentava e perfino il fumo sembrava indugiare nell’aria per ascoltare le conversazioni. Arrivavano Lucio Dalla, Roberto Vecchioni, studenti, muratori, professori, anarchici, pensionati, poeti mai pubblicati e uomini convinti di avere trovato la soluzione definitiva all’universo dopo il quarto bicchiere. Nessuno chiedeva il permesso di parlare. Nessuno pretendeva di avere ragione. Ed era proprio per questo che, qualche volta, la verità faceva capolino tra un piatto di tortellini e una bestemmia pronunciata con impeccabile eleganza emiliana.
Guccini li chiamava biasanòt: quelli che masticano la notte fino all’osso, come se il buio fosse una forma di pane. Erano creature sospese tra cronaca e leggenda, capaci di discutere di Kant e del Bologna Football Club con la stessa disperata urgenza, mentre fuori il mondo continuava a credersi importante.
I salotti televisivi, con le loro luci chirurgiche e le opinioni confezionate sottovuoto, gli sarebbero sembrati un errore amministrativo dell’esistenza. Le osterie, invece, erano repubbliche indipendenti dove la cultura non aveva bisogno di mostrarsi colta per essere autentica. Bastava un tavolo storto, un bicchiere riempito ancora una volta e qualcuno disposto ad ascoltare. Il resto lo faceva la notte, che a Bologna ha sempre avuto il vizio di trasformare gli uomini in racconti prima ancora che in ricordi.
L’unicità di Francesco Guccini, motivo per cui la sua figura rimarrà irripetibile, risiede nel suo ostinato rifiuto di piegarsi alle logiche mercantili dell’industria culturale contemporanea. In un’epoca dominata dall’apparire, lui ha scelto costantemente di scomparire, per poi riemergere alle proprie condizioni
Come certi animali estinti che i montanari giurano di aver visto una sola volta nella vita, Guccini ha sempre saputo che esiste una forma superiore di presenza: quella che nasce dall’assenza. Mentre tutti correvano verso la luce accecante dei riflettori, lui imboccava sentieri secondari, dove il muschio cresce sulle pietre e il silenzio ha ancora il coraggio di raccontare le cose con il loro nome.
Non fuggiva dal successo. Fuggiva dalla sua caricatura.
Per questo, a un certo punto, sembrò che fosse il mondo a rincorrerlo. Le sue canzoni continuavano a camminare anche quando lui aveva smesso di accompagnarle. Entravano nelle automobili durante i viaggi notturni, si sedevano accanto ai figli che avevano appena perso un padre, si infilavano nelle cucine dove due vecchi parlavano sempre meno perché ormai si capivano senza bisogno delle parole. C’erano uomini convinti di aver dimenticato un verso che, quarant’anni dopo, se lo ritrovavano sulle labbra come si ritrova il profumo di una casa demolita.
Esistono artisti che occupano lo spazio. Guccini ha preferito abitare il tempo. E il tempo, quando decide di voler bene a qualcuno, diventa un animale fedele
Così è accaduto qualcosa che nessun ufficio marketing avrebbe potuto progettare. Ogni volta che un ragazzo ascolta una sua canzone per la prima volta, da qualche parte un vecchio sorride senza sapere perché. È un patto invisibile. Un’eredità che non passa attraverso il sangue, ma attraverso la nostalgia di qualcosa che forse non abbiamo nemmeno vissuto.
Le montagne dell’Appennino, questo lo sanno bene. Dicono che nelle mattine di nebbia, quando il bosco trattiene il respiro e perfino i merli smettono di cantare per qualche secondo, tra i castagni si possa ancora udire una voce bassa che racconta storie di osterie, di amici perduti e di amori incapaci di invecchiare. Nessuno riesce mai ad avvicinarsi abbastanza. La voce arretra sempre di qualche passo, come fanno i ricordi più preziosi quando tentiamo di possederli.
Forse è giusto così.
Perché gli uomini davvero grandi non lasciano monumenti. Lasciano abitudini del cuore
Ci insegnano a guardare la pioggia senza maledirla, a non vergognarci delle rughe, a salutare un oste come si saluta un filosofo, a considerare una bottiglia di vino e quattro amici seduti allo stesso tavolo una forma di ricchezza che nessuna banca sarà mai abbastanza ricca da custodire. Un giorno anche l’ultima copia di un suo disco sarà consumata. Le fotografie perderanno contrasto. Le pagine dei libri ingialliranno. Perfino la memoria farà quello che ha sempre fatto: inizierà a cancellare i contorni.
Ma ci sarà ancora qualcuno che, entrando in un’osteria in una sera d’inverno, avvertirà l’impressione inspiegabile che a un tavolo, proprio nell’angolo più appartato, manchi una sedia. E senza sapere perché, la lascerà vuota. Perché certe persone non se ne vanno davvero. Semplicemente smettono di essere visibili.
Poi aspettano, con l’infinita pazienza dei castagni, che qualcuno abbia ancora bisogno di una storia per ritrovare la strada di casa.
Ciao Francesco
Giovanni Scafoglio
Leggi anche
- Quando Jimi Hendrix e Miles Davis provarono ad arruolare Paul McCartney per creare la più grande band di tutti i tempi
Cento anni fa nasceva Miles Davis: dieci dischi per comprenderne il genio - La paura della tecnologia in musica: dall’avvento del microfono all’era dell’intelligenza artificiale
- I lavori più assurdi delle rock star prima del successo
- La musica può aiutarci a vivere meglio e più a lungo. Lo conferma la scienza

