La gente, certa gente, sta perdendo il senno per Lupita Nyong’o nei panni di Elena di Troia, ma, perché è nera. In nome del cielo, non è esattamente questo il delirante fulcro della questione? Nolan non sta assemblando un polveroso documentario; sta vivisezionando un mito. La bellezza di Elena è pura allucinazione leggendaria, ma la sua etnia è un fantasma senza passaporto. Scegliere la Nyong’o, premio Oscar ed eletta da People «la donna più bella del mondo» è geniale oltre che un omaggio al concetto stesso che ha reso l’Odissea un’opera immortale. Dunque Nolan, non solo centra il bersaglio, ma disintegra le nostre ammuffite visioni sulla bellezza e sulla sterile fedeltà storica. L’indignazione dei benpensanti è l’esatta prova di quanto questa mossa sia letale. Nolan è sotto assedio da parte di una marmaglia ululante che non respira l’aria viziata di un cinema da un ventennio, pronta ad azzannarlo fin dalla prima inquadratura per un’armatura o per la criniera sull’elmo di Ulisse, o ancora per il colore della pelle di Atena (già sempre il colore della pelle) piagnucolando di coerenza storica. Peccato che l’Odissea sia una bestia completamente diversa e che i veri demoni da dissezionare siano altri. Ecco perché questa Elena fa tremare i polsi ai puritani, e perché a me il colore della sua pelle interessa poco. Qui vi spiegherò perché questo Odissey inciderà una cicatrice indelebile nella carne della storia del cinema.
Partiamo dalle basi: al nuova Elena di Troia è nera, ecco perché certa gente è andata fuori di testa alla notizia
Il nucleo incandescente delle polemiche che hanno investito The Odyssey riguarda le scelte di casting operate da Nolan, giudicate dai detrattori come un palese tentativo di imporre agende legate alla Diversity, Equity, and Inclusion (DEI) su un testo fondativo della civiltà occidentale. Il cast assemblato dal regista include Matt Damon nel ruolo di Odisseo, Tom Holland (Telemaco), Anne Hathaway (Penelope), Robert Pattinson (Antinoo, capo dei Proci), Zendaya (la dea Atena), Charlize Theron (la ninfa Calipso), Jon Bernthal (Menelao) e Benny Safdie (Agamennone). Tuttavia, l’epicentro del risentimento online è stato innescato dalla scelta del premio Oscar Lupita Nyong’o per un duplice ruolo: Elena di Troia, colei “il cui volto fece salpare mille navi”, e sua sorella Clitennestra. Va detto che anche Zendaya è stata oggetto di critiche e derisioni a causa della sua etnia.
L’offensiva “anti-woke” e la sociologia del risentimento
Non appena i primi materiali promozionali sono stati diffusi, i social media sono stati inondati da campagne di boicottaggio e attacchi di matrice razzista, guidati da figure di spicco dell’alt-right nordamericana, commentatori conservatori e imprenditori tecnologici come Elon Musk. Musk e altri opinionisti hanno accusato esplicitamente Nolan di aver effettuato “assunzioni DEI” esclusivamente per compiacere l’Academy ed essere eleggibile per gli Oscar, sostenendo che l’inclusione di un’attrice nera in un ruolo tradizionalmente immaginato come bianco sia un atto inautentico volto a “cancellare la storia europea”.
Da un punto di vista sociologico e accademico, l’invocazione del termine “woke” (nato nel vernacolo afroamericano per indicare la consapevolezza delle ingiustizie sociali, ma cooptato dalla destra come termine dispregiativo) in questo contesto funge da impalcatura intellettuale per mascherare un profondo disagio demografico e politico. Gli studi sull’impatto della cultura “woke” nei media aziendali e nella narrazione cinematografica evidenziano come le reazioni avverse siano spesso innescate dalla percezione che i gruppi demograficamente dominanti stiano perdendo il controllo esclusivo sui miti culturali e sulle istituzioni. Nei forum conservatori, la presenza di Nyong’o viene interpretata non come una scelta artistica, ma come una minaccia esistenziale ai valori occidentali tradizionali.
Tuttavia, l’argomentazione dell’accuratezza storica applicata a Elena di Troia si scontra con l’evidenza mitologica e storiografica
Elena non è una figura documentata storicamente, bensì un personaggio mitologico, figlia del dio Zeus (unitosi a Leda sotto forma di cigno) e, secondo diverse tradizioni, nata da un uovo. Le antiche fonti greche non possedevano il concetto moderno di razza biologica o di “identità bianca”; la distinzione primaria era tra Elleni (coloro che parlavano greco) e Barbari. L’idea che i Greci antichi fossero caucasici dalla pelle pallida è una costruzione culturale stratificatasi tra il Rinascimento e il Neoclassicismo del XVIII e XIX secolo, quando l’usura del tempo aveva cancellato la vivace policromia delle statue antiche, lasciando un marmo bianco che divenne l’errato standard estetico dell’Europa imperiale. L’ossessione per una Elena di Troia rigorosamente bianca rivela dunque una proiezione anacronistica di categorie razziali moderne su un bacino mediterraneo antico che era, al contrario, un crocevia fluido e multietnico.
A margine faccio notare che una obiezione ben più solida è giunta dalla Grecia. Intellettuali ellenici e critici cinematografici, come Thodoris Koutsogiannopoulos, hanno fatto notare la totale assenza di attori greci (come Billy Zane o Theo James) in una produzione hollywoodiana di tale portata. Ndr.
l fuoco incrociato abbattutosi su The Odyssey di Christopher Nolan non è l’espressione di una genuina preoccupazione filologica, ma lo specchio delle profonde ansie identitarie della società contemporanea
Le denunce di un’infiltrazione “woke”, la partecipazione di icone pop e figure transgender, fino all’utilizzo di una rigorosa traduzione (quella di Emily Wilson) che fa finalmente emergere gli orrori nascosti del patriarcato antico e l’orrore dello stupro schiavile sono tentativi disperati di cristallizzare il passato in un mito di supremazia bianca e maschile.
L’Odissea non ci è stata tramandata come un reperto archeologico mummificato, bensì come un palinsesto vivo. Dalle intromissioni politiche ateniesi del VI secolo a.C., agli errori tecnologici di un cantore cieco dell’Età del Ferro, dalle censure moralistiche cristiane alle omissioni vittoriane, il poema omerico è sempre sopravvissuto adattandosi come creta tra le mani di chi lo plasmava.
In questo senso, il coraggioso adattamento di Nolan si inserisce perfettamente nel solco della tradizione omerica. Spogliando la narrazione dei suoi polverosi accademismi, abbracciando formati visivi gargantueschi come l’IMAX 70mm, e permettendo che volti, sensibilità e linguaggi della contemporaneità globale infondano nuova linfa a Telemaco, Penelope e Odisseo, il cinema assolve al suo compito più alto. Rende il mito nuovamente pericoloso, politicamente rilevante e, proprio per questo, in grado di continuare a narrare, tra i mari dell’infinito e gli orrori della casa, la complessa e contraddittoria epopea della condizione umana.
Il vero punto di domanda non è se la nuova Elena di Troia nera sia coerente o meno, chi ama l’Odissea si chiede altro
Il nucleo radioattivo sarà il modo in cui verrà raccontato Ulisse. Parliamo di una figura che viene smembrata, riscritta e riadattata da millenni, e che proprio grazie a questa febbrile mutazione continua a restare un eroe brutalmente moderno: umano, arrogante, astuto e a tratti sordidamente meschino. Esattamente come l’animale uomo. Come verrà orchestrata la carneficina finale dei proci? Che forma prenderà il suo scontro psicologico con Penelope? E come calerà il sipario su questo viaggio allucinante? Questa è la vera sfida di Nolan. Questo dovrebbe essere l’unico tema sul tavolo, e potremo emettere la nostra sentenza solo dopo esserci seduti nel buio della sala a guardare in faccia l’opera compiuta.
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