Il report annuale di Reporter Senza Frontiere è drammatico e non lascia spazio a interpretazioni: nel 2025 67 giornalisti sono stati uccisi, quasi metà di questi a Gaza da soldati israeliani. Il bilancio diffuso il 9 dicembre da Reporter Senza Frontiere copre il periodo tra il 1° dicembre 2024 e il 1° dicembre 2025 e mette in fila numeri che appaiono come esecuzioni mirate. Sessantasette giornalisti sono stati uccisi a causa del proprio lavoro. Trentuno di loro sono morti nella Striscia di Gaza, sotto il fuoco israeliano mentre seguivano le operazioni militari, documentavano i bombardamenti, raccoglievano testimonianze tra le macerie. L’organizzazione non usa giri di parole: questi cronisti non possono essere considerati “effetti collaterali”, ma bersagli. In molti casi erano riconoscibili, poiché portavano giubbotti con la scritta press e molto spesso in luoghi identificati come aree “press”. A questo bilancio si aggiungono i 53 reporter detenuti da governi che come Cina, Russia e Myanmar, usano il carcere come messaggio intimidatorio verso la categoria.
2025: 67 giornalisti uccisi, metà a Gaza da ilitati israeliani, secondo Reporter Senza Frontiere, morire da giornalisti è diventato “normale”
Nella Striscia di Gaza la professione di cronista assomiglia a una condanna. Le redazioni locali mandano sul campo operatori con attrezzature minime e nessuna protezione reale. I freelance lavorano per testate straniere sperando che un video o una foto riescano a uscire dal blocco informativo. Ogni spostamento implica attraversare strade bombardate, ospedali sovraccarichi, quartieri che cambiano volto in poche ore. Le zone dove si radunano i giornalisti vengono colpite più volte, anche dopo che i reporter hanno segnalato la propria presenza. Chi resta a lavorare lì sa che il proprio nome potrebbe essere il prossimo a comparire nelle liste di Reporter Senza Frontiere. La sensazione che emerge dal rapporto è che raccontare Gaza significhi accettare che il tesserino stampa non protegge più nessuno. Anzi. Ce ti renda un obbiettivo.
Cina, Russia e Myanmar: le prigioni dei reporter
Accanto alle morti ci sono i numeri dei giornalisti chiusi in cella. 53 reporter risultano detenuti da governi che usano il carcere come messaggio a tutta la categoria. La Cina guida la classifica con 121 giornalisti in prigione. Molti sono accusati di mettere in pericolo la sicurezza nazionale o di diffondere informazioni considerate sensibili, formule che permettono di zittire chi indaga su corruzione, minoranze, proteste. La Russia è al secondo posto con 48 giornalisti detenuti, 26 dei quali ucraini arrestati nei territori occupati o fermati mentre seguivano il fronte. Al terzo posto c’è il Myanmar, con 46 reporter incarcerati dopo il golpe militare. In tutti questi paesi i processi si tengono spesso a porte chiuse, le prove non vengono rese pubbliche, gli avvocati lavorano sotto pressione costante.
Sparizioni, ostaggi e paura quotidiana
Il rapporto non si ferma ai morti e ai detenuti. Reporter Senza Frontiere tiene traccia anche di chi semplicemente scompare. Ci sono giornalisti rapiti da milizie, gruppi criminali, servizi di sicurezza. Alcuni vengono usati come ostaggi, altri svaniscono nel nulla e restano solo i racconti dei colleghi e le domande delle famiglie. In diverse aree di conflitto la sparizione forzata è diventata una tecnica deliberata: far svanire il cronista significa spegnere la storia che stava seguendo e avvertire tutti gli altri di tenersi lontani. Restano le minacce, i pedinamenti, le perquisizioni a casa e in redazione, le campagne diffamatorie orchestrate sui social e rilanciate da media vicini al potere. Di molti episodi non esisterebbe traccia senza il lavoro di raccolta dati svolto da organizzazioni come Reporter Senza Frontiere.
L’odio verso i giornalisti come strumento politico
Nel commento che accompagna il bilancio, il direttore generale Thibaut Bruttin lega questi numeri all’odio contro chi fa informazione. Ricorda che criticare i media è sano, serve a migliorare qualità e metodi. Il problema nasce quando la critica viene trasformata in una campagna permanente di delegittimazione. Governi, eserciti, partiti, movimenti estremisti e organizzazioni criminali usano lo stesso schema: presentare i giornalisti come nemici interni, traditori, spie, strumenti di potenze straniere. Questa narrazione, ripetuta per anni, indebolisce il rispetto sociale per chi racconta i fatti. Quando un cronista viene insultato in tv o sui social diventa più facile accettare l’idea che venga allontanato, processato, picchiato, ucciso. L’odio non resta mai solo lingua, finisce sempre per toccare corpi, redazioni, famiglie.
Perché i numeri di Reporter Senza Frontiere 2025 riguardano anche chi legge
Sessantasette giornalisti uccisi in un anno, con quasi metà delle vittime a Gaza uccise da soldati israeliani, e cinquecentotré reporter detenuti tra Cina, Russia, Myanmar e altri paesi non sono solo un problema della categoria. Per ogni giornalista zittito, un pezzo di realtà esce dal campo visivo di chi legge, guarda, ascolta. Nei luoghi da cui i cronisti scappano o vengono espulsi restano solo le versioni ufficiali, i comunicati, le voci anonime. Il bilancio 2025 di Reporter Senza Frontiere ricorda che la libertà di stampa non è un tema per addetti ai lavori.
La notizia che nel 2025 67 giornalisti sono stati uccisi, e che quasi la metà siano stati assassinati a Gaza da soldati israelianiRiguarda il diritto di sapere cosa accade nelle guerre, nelle carceri, nei tribunali, nei consigli di amministrazione. Se chi racconta quei luoghi rischia la vita o la cella, il prezzo, prima o poi, lo paga anche chi sta dall’altra parte dello schermo.
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