Letizia Battaglia in mostra ai Musei San Domenico di Forlì fino all’11 gennaio

Letizia Battaglia in mostra ai Musei San Domenico di Forlì fino all’11 gennaio. Mostra su una poetessa politica della macchina fotografica.

Letizia Battaglia non era una fotografa, era una lama. Un occhio affilato come il dolore, che tagliava la carne della Sicilia e la mostrava nuda, senza filtri, senza pietà. Palermitana fino al midollo, nata nel 1935, ha passato la vita a infilare l’obiettivo dove nessuno voleva guardare e in un modo coraggioso “da vicino, a portata di un pugno o di una carezza”. Non cercava la bellezza, stanava nel marcio l’Italia dell’epoca. Per questo e per mille altri motivi la mostra “Letizia Battaglia. L’opera 1970-2020” presso i Musei San Domenico di Forlì fino all’11 gennaio va vista. Nella maniera più assoluta per scoprire come una poetessa la servizio della cronaca trasformò la fotografia in arma di lotta.

Chi era Letizia Battaglia

Negli anni di piombo e di mafia, nel periodo tragico che portò alla morte di Falcone e Borsellino, nei giorni del Generare Dalla Chiesa Falcone, lei era lì, tra i cadaveri per strada e le urla nei vicoli. Letizia Battaglia fotografava la verità quando la verità puzzava troppo per essere raccontata. I suoi scatti, senza redenzione, non erano cronaca, erano bestemmie visive contro l’omertà.

Quando le chuiedevano se avesse paura dei boss, rispondeva di si. Usciva di casa e si chiedeva se questa volta sarebbe toccata a lei. Donna coraggiosa sempre, nonostante padri, mariti, fotografi che credevano che una donna con una macchina fotografica fosse un errore. Lei rispondeva con una sigaretta accesa e un’altra foto. Ha fondato giornali, diretto redazioni, creato archivi di memoria collettiva per non lasciare la Sicilia sola con i suoi morti. E i suoi martiri.

Perché andare a vedere “Letizia Battaglia. L’opera 1970-2020”

Letizia Battaglia in mostra ai Musei San Domenico di Forlì fino all’11 gennaio. Mostra su una poetessa politica della macchina fotografica.

Perché non è una mostra, è un pugno nello stomaco. Non si guarda: si attraversa come una ferita ancora aperta. Dentro ci sono cinquant’anni di Palermo, di Italia, di carne e piombo. Le sue foto non ri limitano a accontare la mafia e le stragi della destra, no. Ne fanno sentire l’odore del sangue sull’asfalto, lo sguardo delle vedove, i bambini cresciuti tra i morti e i manifesti elettorali.

Guardare quelle immagini è come sfogliare un diario collettivo che nessuno voleva scrivere. È entrare nella Sicilia di chi non abbassa la testa, nella fotografia come atto politico, nella vita di una donna che ha fatto della macchina fotografica un potente strumento politico e forse, una propria arma di autodifesa.

Si va per capire che la bellezza se nasconde sotto il tappeto la povertà non è tale. Che la grande bellezza delle sue fotografie sono il suo cuore e il suo grande coraggio. Che la fotografia, quando è vera, non consola: incrina. Si esce con la pelle diversa, con gli occhi che pesano e l’anima che non sa più voltarsi dall’altra parte.

Vedere questa mostra significa ricordare che Letizia Battaglia non ha solo raccontato il dolore: l’ha trasformato in memoria

Dentro “Letizia Battaglia. L’opera 1970–2020” ci sono gli scatti–icona che ti agguantano alla gola: l’arresto di Leoluca Bagarella (Palermo, 1979), un meraviglioso ritratto di Rosaria Schifani (1992), Falcone ai funerali di Dalla Chiesa (1982), la Bambina con il pallone alla Cala (1980), Boris Giuliano sulla scena del crimine (1978), persino Pasolini a Milano nel 1972. Non sono reliquie: sono proiettili di memoria esposti in teca.

La retrospettiva mostra anche la Battaglia che “si apre al mondo”: non solo Palermo e Sicilia, bensì reportage e lavori dall’Unione Sovietica agli Stati Uniti, dalla Turchia all’Islanda, senza mai tradire la sua poetica civile.

Fino alla frattura: i sogni ricorrenti di bruciare “i negativi della cronaca degli anni ’70, ’80 e un po’ ’90”, l’idea di liberarsi dallo schifo rimasto addosso; nei primi Duemila nascono le “Rielaborazioni”, tentativi di trasformare quelle immagini–ferita in qualcos’altro per lenire il dolore. Un’operazione catartica, mai davvero consolatoria: i demoni della testimonianza restano, ma imparano un’altra lingua.

Letizia Battaglia è morta nel 2022, ma in realtà non è mai uscita di scena: vive in ogni ragazza che imbraccia una fotocamera per documentare la rabbia. In ogni immagine che non chiede permesso. In ogni obiettivo che guarda il potere negli occhi e scatta lo stesso.

Era una donna che non chiedeva scusa. Una santa laica armata di Leica.

Giovanni Scafoglio

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