Un lavoro non basta più per vivere

Secondo le statistiche ISTAT, in Italia migliora la condizione occupazionale. Resta però un ampio bacino di disoccupati, inattivi e Neet.

Lavorare dovrebbe essere una condizione sufficiente a sventare la povertà, invece un lavoro non basta più per vivere. In Italia aumentano i working poor, i lavoratori poveri. Secondo l’ISTAT, circa il 7,6% dei lavoratori italiani versa in una condizione di “povertà lavorativa”, si tratta di oltre 6 milioni di persone. Nel settore privato, 10,9 milioni di persone non raggiunge una retribuzione annua di 25mila euro, mentre 6,2 milioni di persone si avvicina ai 15mila euro lordi annui. Ciò significa che pur lavorando otto ore al giorno, pur avendo un contratto indeterminato, moltissimi italiani non riescono ad arrivare a fine mese. 

Un lavoro non basta: 4 giovani su 10 tra Millennials e Gen Z hanno un secondo lavoro

Da un’indagine della società Deloitte, basata su un campione di 23.482 under 40 in 44 Paesi, è emerso che 4 giovani su 10 tra Millennials e Gen Z svolgono un secondo lavoro per riuscire a sopperire alle difficoltà finanziarie. Sono giovani che vivono con la costante preoccupazione di non poter far fronte alle tante spese a causa del caro vita. Giovani che hanno paura del futuro perché faticano a conservare soldi, devono piuttosto centellinare il proprio mensile per sostenere le spese mensili.

E quando un mensile non basta e la retribuzione di un impiego lascia sopravvivere e non vivere, si va alla ricerca di una seconda occupazione. Secondo un sondaggio di ADP Research, il 13% dei lavoratori afferma di svolgere lavori extra per colmare il divario di reddito e la percentuale più alta si registra tra gli under 40.  Le motivazioni per cui le persone svolgono più lavori riguardano il poter sostenere una spesa imprevista,mettere da parte dei risparmi, pagare le le spese necessarie, permettersi qualche piacere personale nel tempo libero.

Non è un caso che, come ha rilevato l’indagine di Deloitte, il costo della vita è una delle principali ansie generazionali. Gli intervistati hanno dichiarato di vivere alla giornata perché il presente non consente loro di fare progetti, né di sentirsi finanziariamente al sicuro.

Il lavoro è un diritto non una fortuna

I giovani della Gen Y e soprattutto quelli della Gen Z, rivendicano luoghi di lavoro capaci di mettere al centro il benessere delle persone. Non temono di cambiare più di una posizione lavorativa (Job hopping) pur di trovare il posto giusto, quello che consente loro di lavorare per vivere e non vivere per lavorare. Chiedono tempo libero, chiedono di essere ascoltati, valorizzati per le competenze che possiedono e retribuiti dignitosamente.

Ma non sempre e non per tutti è semplice trovare un’occupazione che rispecchi i propri valori e rispetti il lavoratore in quanto tale. Motivo per cui le nuove generazioni non vogliono accontentarsi, odiano sentirsi dire che avere un lavoro è una fortuna, perché se così fosse non dovrebbero arrancare per sbarcare il lunario. Se così fosse, dovrebbero poter godere dei risparmi e vivere la propria vita senza l’ansia di non avere abbastanza soldi per pensare al domani.

Il lavoro è un diritto non una fortuna, un diritto che dovrebbe garantire emancipazione personale e sociale. Peccato però che in Italia non ci siano le condizioni per esercitare questo diritto senza provare ansia economica. Si trascorre gran parte delle proprie giornate a lavoro, trascurando talvolta i propri affetti e a dover cercare lavori extra per garantirsi maggiore sicurezza economica.

Più istruzione, meno retribuzione

Eppure, i Millennials sono la generazione più istruita della storia, lo confermano i tassi elevati di lauree e titoli accademici. Ma sono anche i meno retribuiti, quelli che guadagnano circa il 20% in meno di quanto guadagnavano i loro genitori. Sono quelli che dal 2008 – anno in cui è scoppiata una crisi finanziaria globale – subiscono una condizione economica stagnante. In Italia, infatti, i salari restano tra i più bassi dei paesi dell’ Ocse.

Insomma, essere giovani e vivere in una condizione di povertà lavorativa è sconfortante, genera incertezza e precarietà. 

Occorrerebbero politiche mirate ad aumentare i salari e a ridurre il cuneo fiscale, ma non solo. Bisognerebbe investire sui territori più vulnerabili, contrastare le disuguaglianze economiche e sociali, favorire maggiore accesso ai servizi pubblici, garantire equilibrio tra lavoro e vita privata, promuovere l’educazione finanziaria nelle scuole e nelle università.

Senza interventi strutturali, una sola occupazione continuerà a non essere sufficiente per i giovani. Ed è buffo che si senta dire ovunque che loro siano il futuro, nonostante il Paese in cui vivono non li tuteli e non adotti delle misure per risolvere e prevenire le difficoltà socio-economiche che li vede coinvolti.

Il futuro non può essere solo immaginazione, va costruito e per farlo servono gli strumenti giusti, ma è evidente che una bella fetta di lavoratori ne sia impotentemente sprovvista.

Emanuela Mostrato

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