L’avvio dell’operazione «Epic Fury» e la conseguente uccisione di Ali Khamenei hanno trasformato l’Iran nel centro di un terremoto mondiale. Sono molte le domande che ci si pone: quanto durerà effettivamente la guerra? Quali sono le divergenze strategiche tra Stati Uniti e Israele? Quale ruolo giocheranno i Pasdaran nel conflitto? Il regime teocratico sarà rovesciato dai manifestanti in piazza e attraverso quale processo? Quali saranno le ripercussioni per l’Occidente?
Partiamo dalla domanda che tutti ci stiamo facendo: quanto durerà la guerra contro l’Iran?
La previsione di un conflitto lampo è un tema ricorrente nella storia militare, ma la realtà dei fatti suggerisce che la durata di questa guerra dipenda da quale obiettivo si intende raggiungere. Quando il Presidente Trump parla di “quattro settimane”, si riferisce esclusivamente alla fase dei bombardamenti pesanti, quella che serve a distruggere i grandi centri di comando, le basi dei missili e i laboratori nucleari. Per la tecnologia americana, eliminare questi bersagli fissi è un compito relativamente rapido.
Tuttavia, il problema principale sorge un secondo dopo la fine dei bombardamenti. L’Iran non è solo un governo, ma un sistema di potere capillare e ideologico che non scompare con la morte dei suoi leader. Quindi il modello Venezuela non è replicabile.
Ecco i punti fondamentali per capire perché i tempi potrebbero essere molto più lunghi di quanto promesso:
- Distruzione contro Controllo: Gli Stati Uniti possono distruggere le infrastrutture militari in un mese, ma non possono controllare un Paese vasto come l’Iran in così poco tempo. Senza una forza che garantisca l’ordine, il territorio finisce in mano a fazioni armate rivali.
- La resistenza dei Pasdaran: Anche senza la Guida Suprema, migliaia di ufficiali dei Guardiani della Rivoluzione rimangono operativi. Questi soldati sono addestrati per la guerriglia e possono continuare a combattere per mesi o anni, rendendo impossibile una pace immediata.
- L’attivazione dei “Proxy”: Gruppi come Hezbollah in Libano o gli Houthi nello Yemen non smettono di lanciare missili solo perché Teheran è sotto attacco. Al contrario, la morte di Khamenei scatena spesso azioni di vendetta che estendono il conflitto a tutto il Golfo Persico e al Mar Rosso.
- La strategia di Israele: Il richiamo di 100.000 riservisti da parte di Netanyahu indica che Israele non si fida dei tempi brevi. La loro priorità è lo sradicamento totale di ogni minaccia, un processo che richiede operazioni di terra lunghe e meticolose, incompatibili con le quattro settimane di Trump.
Quali sono le divergenze strategiche tra Stati Uniti e Israele?
l Presidente Donald Trump misura il successo della missione «Epic Fury» con il cronometro. La sua strategia prevede l’impiego di attacchi aerei per smantellare i centri di comando e i siti nucleari in meno di un mese. Washington vuole evitare un nuovo conflitto terrestre prolungato che prosciugherebbe le casse americane e infiammerebbe l’opinione pubblica interna. Per gli Stati Uniti, una volta “spento” il cervello del regime, la guerra deve considerarsi conclusa.
Al contrario, il Primo Ministro Netanyahu non accetta scadenze temporali. La sua visione strategica considera i bombardamenti aerei solo come il prologo di una campagna molto più vasta. Israele sa che i quadri intermedi dei Pasdaran possono sopravvivere nelle basi sotterranee e tra le valli montuose, pronti a colpire non appena le portaerei americane lasceranno il Golfo. La mobilitazione di 100.000 riservisti serve esattamente a questo: entrare fisicamente nel territorio iraniano per eliminare ogni singola cellula della resistenza.
- Obiettivo USA: Neutralizzazione delle armi pesanti e dei siti nucleari per riaprire le rotte commerciali.
- Obiettivo Israele: Distruzione fisica della catena di comando dei Pasdaran e dei loro legami con Hezbollah.
- Rischio Strategico: Un ritiro precoce degli USA lascerebbe Israele da solo a gestire un Iran nel caos, trasformando la regione in un focolaio di guerriglia permanente.
La divergenza diventa evidente nello Stretto di Hormuz: gli USA vogliono liberarlo subito per far scendere il prezzo del petrolio in Europa, mentre Israele preferirebbe mantenerlo sotto pressione finché l’ultimo ufficiale dei Pasdaran non avrà deposto le armi.
- Pressione economica: Washington teme il collasso dei mercati occidentali e vuole stabilità immediata.
- Sicurezza esistenziale: Gerusalemme teme la sopravvivenza dei gruppi terroristici e accetta l’instabilità economica pur di ottenere la vittoria totale.
- Effetti sull’Europa: La frizione tra i due alleati prolunga l’incertezza sui mercati energetici, mantenendo alti i prezzi di benzina ed elettricità per le famiglie europee.
Quale ruolo giocheranno i Pasdaran nel conflitto?
I Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) sono una milizia a parte, e sono meglio attrezzati dei soldati iraniani. Gestiscono un impero finanziario che possiede porti, aeroporti e pozzi petroliferi. In questo momento di crisi, i comandanti delle Guardie usano la milizia Basij per soffocare ogni tentativo di rivolta popolare nelle città. La loro sopravvivenza dipende dalla gestione del terrore: se il popolo smette di avere paura, l’intera impalcatura del regime crolla. L’aviazione americana no li sta disarmando ne intaccando la loro forza di fuoco come “guardiani della rivuluzione”.
- Interessi Economici: I Pasdaran controllano oltre un terzo dell’economia iraniana.
- Controllo Sociale: La milizia Basij presidia i quartieri per impedire le proteste di piazza.
- Logica Geografica: Le basi sotterranee tra i monti Zagros proteggono i vertici militari dai bombardamenti.
Inoltre l’influenza dei Pasdaran non si ferma ai confini dell’Iran. Attraverso la Forza Quds, guidano una rete di alleati in Libano, Yemen e Iraq. Anche se la “testa” del regime a Teheran subisce colpi durissimi, le “braccia” (Hezbollah e Houthi) possono continuare a colpire. Questa ragnatela di gruppi armati permette ai Pasdaran di minacciare Israele e le rotte commerciali internazionali.
Il punto più sensibile di questa sfida è lo Stretto di Hormuz
- Minaccia Marittima: I Pasdaran usano mine e droni per bloccare lo Stretto di Hormuz.
- Guerra per Procura: Hezbollah lancia missili dal Libano per distogliere l’attenzione dall’Iran.
- Impatto in Europa: Il costo del petrolio sale vertiginosamente, influenzando i trasporti e l’industria.
Il rischio: un colpo di stato militare rappresenta, per molti ufficiali, l’unico modo per salvare le proprie ricchezze ed evitare la cattura.
Il regime teocratico sarà rovesciato dai manifestanti in piazza e attraverso quale processo?
La storia delle rivoluzioni insegna che le piazze da sole non abbattono regimi pesantemente armati. I manifestanti iraniani svolgono oggi il ruolo di “catalizzatore”. Paralizzano le città, bloccano le arterie stradali e tolgono legittimità morale a ciò che resta della teocrazia. Le proteste di massa costringono il regime a disperdere le forze di sicurezza su troppi fronti contemporaneamente. Ma sono, in pratica a mani nude e non esiste un gruppo contro il governo organizzato e armato. In pratica i manifestanti potrebbero contribuire a creare il vuoto di potere, ma non possiedono la forza fisica per occupare i palazzi del comando senza alleati militari.
- Paralisi Logistica: Gli scioperi nei settori chiave (petrolio e trasporti) svuotano le casse del regime.
- Erosione del Consenso: La visibilità globale delle proteste isola diplomaticamente i leader superstiti.
- Punto di Rottura: La folla punta ai centri nevralgici, come le sedi della TV di Stato e i comandi regionali dei Pasdaran.
E qui torniamo ai Pasdaran che, come detto, per evitare la distruzione totale sotto le bombe americane e la furia della piazza, potrebbero tentare un colpo di stato interno. La vera vittoria dei manifestanti dipende dalla capacità di impedire che un nuovo dittatore prenda il posto degli ayatollah.
- Ribellione dei ranghi bassi: I soldati semplici abbandonano le caserme per unirsi ai manifestanti.
- Colpo di Stato Preventivo: I vertici militari eliminano la leadership religiosa per negoziare la fine della guerra.
- Consiglio di Transizione: La piazza impone la creazione di un governo provvisorio composto da civili e dissidenti.
L’Europa affronterà un rincaro immediato dei prezzi e l’allerta massima per possibili attentati terroristici?
Il mercato energetico ha reagito all’offensiva militare. Il prezzo del petrolio Brent è balzato dell’8,28%, raggiungendo i 78,80 dollari al barile, con previsioni degli analisti che indicano una possibile salita verso i 100 dollari. Questa impennata riflette il timore di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, l’arteria vitale attraverso cui transita il 20% del greggio mondiale. Ancora più grave appare la situazione del gas naturale. Sulla piattaforma TTF di Amsterdam, il prezzo vola del 25% raggiungendo i 39,85 euro al megawattora, toccando i massimi dal febbraio 2025. Poiché il Qatar esporta il suo gas liquefatto (GNL) proprio attraverso Hormuz, l’Europa rischia un drastico taglio delle forniture energetiche. Se il blocco continuerà, il costo dell’energia triplicherà, mettendo in ginocchio le industrie e le famiglie italiane.
- Petrolio Brent: +8,28% a 78,80 $/barile (potenziale balzo a 130$ in caso di blocco totale).
- Gas TTF: +25% a 39,85 €/MWh (rischio di shortage energetico per il prossimo inverno).
- Inflazione: L’aumento dei costi dei carburanti colpirà immediatamente i trasporti e i prezzi dei beni di consumo in Italia.
Il rischio per l’Occidente non riguarda solo l’economia, ma coinvolge la sicurezza fisica dei cittadini. L’intelligence segnala l’allerta massima per possibili attentati condotti da cellule dormienti dei Pasdaran e dei loro alleati, come Hezbollah. In Italia, le autorità monitorano oltre 29.377 obiettivi sensibili, tra cui sedi diplomatiche, porti e infrastrutture strategiche.
- Obiettivi Sensibili: Massima sorveglianza su aeroporti, ambasciate e infrastrutture digitali.
- Rappresaglia dei Proxy: Rischio di attacchi dimostrativi per vendicare l’uccisione di Khamenei.
- Instabilità Sociale: Il timore di attentati genera ansia collettiva e potrebbe influenzare la politica estera dei governi europei.
l’Iran utilizzerà il petrolio e il gas come armi di ricatto contro l’Occidente. Se gli Stati Uniti non riapriranno lo Stretto di Hormuz entro 14 giorni, l’Europa entrerà in una recessione profonda accompagnata da una minaccia terroristica costante. Siamo entrati nella fase più pericolosa del conflitto, dove il costo della vittoria si misura in sicurezza nazionale e stabilità economica.
Ginevra Leone
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