Perché i femminicidi di Sara Campanella e Ilaria Sula sono frutto del patriarcato

Perché i femminicidi di Sara Campanella e Ilaria Sula sono frutto del patriarcato e la tossicità della narrazione dei media

Due donne, entrambe ventiduenni, uccise a pochi giorni di distanza. Sara Campanella, accoltellata a Messina il 31 marzo da un uomo che la perseguitava. Ilaria Sula, ritrovata senza vita il 2 aprile nei pressi di Roma. Il suo ex fidanzato ha confessato l’omicidio. Eppure c’è chi rifiuta di usare il termine femminicidio. In questo articolo proveremo a spiegare perché i femminicidi di Sara Campanella e Ilaria Sula sono frutto del patriarcato.

Prima di tutto: perché il patriarcato produce femminicidi

Il patriarcato è un sistema sociale che attribuisce all’uomo una posizione di superiorità e controllo, soprattutto nelle relazioni affettive. I femminicidi avvengono perché il rifiuto o l’autonomia femminile vengono percepiti da certi uomini come una violazione di un ordine precostituito. Sara è stata uccisa perché aveva deciso di non cedere alle pressioni del suo persecutore. Ilaria è stata assassinata perché aveva lasciato il suo compagno. In entrambi i casi, il motivo dell’uccisione non è una lite, né un raptus. È l’impossibilità, per l’aggressore, di accettare la libertà della donna.

Secondo il Ministero dell’Interno, il 77% dei femminicidi in Italia è commesso da un partner o ex partner. La percentuale conferma una dinamica precisa: quando l’uomo perde il potere sulla donna, lo ripristina con la violenza. Questo accade perché, in un contesto patriarcale, il controllo viene interiorizzato come un diritto.

Perché Sara e Ilaria non sono state protette?

Entrambe avevano mostrato segnali di disagio. Sara veniva pedinata da mesi, Ilaria era stata controllata e molestata. Nessuno è intervenuto in tempo. Perché? Perché nel nostro sistema la minaccia maschile viene spesso normalizzata. Se una donna denuncia molestie o persecuzioni, deve giustificare ogni dettaglio. Se un uomo molesta, si tende a minimizzare. Questo è patriarcato istituzionalizzato: il filtro con cui le autorità percepiscono la violenza dipende ancora dal ruolo che viene attribuito ai generi.

Il patriarcato agisce anche nel silenzio. Non servono parole violente per legittimare un femminicidio: basta l’assenza di reazione, la sottovalutazione sistematica, la convinzione che “non sia grave”.

La narrazione tossica dei media che continuano a giustificare

Dopo l’omicidio di Sara, alcuni media hanno parlato di un uomo “innamorato respinto”. Per Ilaria, si è usata l’espressione “ossessione amorosa”. Queste parole spostano la colpa dal carnefice al contesto, trasformano la responsabilità in disagio. Anche questa è una conseguenza del patriarcato: l’aggressore non è un colpevole, è una vittima delle sue emozioni. La donna scompare come soggetto, diventa funzione della sofferenza maschile.

Questa narrazione non è neutra. Contribuisce a legittimare il gesto. E legittimare significa rendere replicabile. Se l’uccisione è vista come una reazione emotiva, sarà sempre giustificata da una fragilità, mai riconosciuta come l’atto politico che è: l’eliminazione di una donna libera.

Il patriarcato non si manifesta solo con la violenza fisica

È un insieme di comportamenti, linguaggi, atteggiamenti, istituzioni e narrazioni che definiscono cosa può o non può fare una donna. I femminicidi sono la parte estrema di questo sistema, ma iniziano molto prima: quando una ragazza viene educata a compiacere, quando si insegna ai maschi a non accettare il no, quando la gelosia viene scambiata per amore.

Perché i femminicidi di Sara Campanella e Ilaria Sula sono frutto del patriarcato

I casi di Sara Campanella e Ilaria Sula sono femminicidi patriarcali perché rispondono esattamente a questo schema. Due donne che hanno detto “no”, due uomini che hanno risposto con l’annientamento. In una società in cui la libertà femminile è ancora vista come una minaccia, la violenza diventa l’ultimo strumento per ristabilire l’ordine. Un ordine che si chiama patriarcato.

Ginevra Leone

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