Live Aid, 40 anni fa la musica salvava il mondo (e distrusse Bob Geldof)

Live Aid, 40 anni fa la musica salvava il mondo (e distrusse Bob Geldof) Queen, David Bowie, U2, Madonna, Paul McCartney, Dylan

Live Aid: quarant’anni dopo, quando ci siamo convinti che la musica potesse salvare il mondo (e abbiamo fottuto Bob Geldof). 13 luglio 1985. La musica smise di essere musica e si travestì da Dio. Per un giorno solo. Un’allucinazione collettiva su scala planetaria. E Bob Geldof si giocò l’anima per sempre.

Live Aid, me lo ricordo quel giorno. Faceva caldo e puzzava di sudore anche la televisione

Le immagini arrivavano da Londra e da Filadelfia, in quel bianco sgranato da VHS già vecchie al primo passaggio. Tutti urlavano. Tutti suonavano. Tutti volevano salvare l’Africa, anche se nessuno sapeva davvero dove cazzo fosse l’Etiopia. In mezzo, lui: Bob Geldof, che fino al giorno prima faceva il cantante mezzo dimenticato di una band irlandese con un nome da cartone animato. E il giorno dopo era già il profeta incazzato di una nuova crociata laica.

Quella roba non era un concerto. Era un’esplosione nucleare orchestrata con due mixer, un Concorde, una montagna di ego e una dose di caos che oggi manderebbe in tilt ogni server del pianeta. Le telecamere erano grosse come frigoriferi e la regia sembrava improvvisata da una scolaresca in gita. Ma ha funzionato. Dannatamente. Ha funzionato perché ci credevamo. E quando ci credi davvero, anche un playback suonato storto diventa storia.

Phil Collins fece Londra e Filadelfia nella stessa giornata

Freddie Mercury trasformò Wembley in un tempio laico, riscrivendo le regole dello spettacolo in venti minuti. David Bowie sembrava un alieno in visita e i Led Zeppelin una cover band ubriaca di se stessa. Bob Dylan, che doveva essere il padrino di tutto, biascicava parole mentre Keith Richards cercava di non cadere per terra. Ma andava bene così. Anzi, andava benissimo. Era vero. Era tutto vero. O almeno sembrava.

Geldof, nel frattempo, urlava “Give us your fucking money” davanti a milioni di telespettatori. Non c’erano PR, non c’era la comunicazione istituzionale, non c’erano social media da tenere a bada. Solo la furia. E funzionò. 2 miliardi di persone incollate davanti al tubo catodico (la tv nda) 150 milioni di dollari raccolti. Una cifra mostruosa per l’epoca. Ma il prezzo lo pagò lui. Non subito. Non davanti alle telecamere. Dopo. Quando i Boomtown Rats non li voleva più nessuno. Quando i dischi non vendevano. Quando rimase solo quel titolo da Sir e una sfilza di inviti a convegni in cui si parlava di etica con il vino scadente nei bicchieri di plastica. E per gli amanti dei Pink Floyd il Pink del film The Wall (nda).

Oggi si dice “Live Aid” e chi ha meno di trent’anni ti guarda come se parlassi di un medicinale da banco

Provate a spiegarglielo. Provate a spiegare che per un solo giorno, la musica sembrava avere un senso diverso. Che le canzoni non erano ancora algoritmi da ballare con un filtro Instagram, ma urla vere, suoni storti, occhi lucidi. Provateci. Non ci riuscirete. Perché Live Aid è successo in un mondo che non c’è più. Un mondo in cui ancora si pensava che fare un concerto potesse servire a qualcosa di più che vendere merchandising.

E Geldof? Torna a suonare. A Pordenone. Con i suoi Rats. Quarant’anni dopo. Come se fosse una punizione. Come se il rock avesse deciso di ricordargli ogni nota, ogni sbavatura, ogni urlo. Una tournée dentro i propri fallimenti. Ma senza mai smettere di crederci. Perché anche se tutto è cambiato, lui è rimasto lì. Con la stessa faccia, gli stessi denti storti, e la stessa rabbia in corpo.

Un nuovo Live Aid oggi sarebbe ridicolo

Con i cantanti che fanno le prove di inquadratura prima di salire sul palco. Con gli influencer che devono capire se il font della locandina è in linea col loro feed. Con la beneficenza trasformata in brand. No, non funzionerebbe. Non c’è più spazio per le utopie. Siamo diventati lucidi, efficienti, disillusi. Peggio ancora: noiosi.

Ma quel 13 luglio, per una manciata di ore, il rock ci ha fregati. Ci ha fatto sentire migliori. Invincibili. Infinito. Poi ha spento gli amplificatori, ha restituito i microfoni e se n’è andato in silenzio. Bob Geldof no. Lui è rimasto lì. Ancora oggi. In mezzo al palco vuoto. A cercare di capire se ne è valsa la pena.

Giovanni Scafoglio

Gli artisti che parteciparono:

Live Aid, 40 anni fa la musica salvava il mondo (e distrusse Bob Geldof) Queen, David Bowie, U2, Madonna, Paul McCartney, Dylan

Sede di Wembley (Londra)

Le esibizioni confermate da fonti ufficiali (Wikipedia e Stairway to 11) includono:
Status Quo, Style Council, Boomtown Rats (Bob Geldof), Adam Ant, Ultravox, Spandau Ballet, Elvis Costello, Nik Kershaw, Sade, Sting con Branford Marsalis, Phil Collins, Howard Jones, Bryan Ferry con David Gilmour, Paul Young con Alison Moyet, U2, Dire Straits, Queen, David Bowie, The Who, Elton John, Freddie Mercury con Brian May, Paul McCartney (con partecipazioni di Mike McCartney, David Bowie, ecc.) e infine il supergruppo Band Aid

Sede di Philadelphia (JFK Stadium)

Hanno suonato: Bernard Watson (apertura), Joan Baez, The Hooters, The Four Tops, Billy Ocean, Black Sabbath (con Ozzy), Run‑D.M.C., Rick Springfield, REO Speedwagon, Crosby, Stills & Nash, Judas Priest, Bryan Adams, The Beach Boys, George Thorogood & the Destroyers (a volte con Bo Diddley e Albert Collins), Simple Minds, The Pretenders, Santana (con Pat Metheny), Ashford & Simpson (con Teddy Pendergrass), Madonna (supportata da Thompson Twins e Nile Rodgers), Tom Petty & the Heartbreakers, Kenny Loggins, The Cars, Neil Young, The Power Station, Thompson Twins, Eric Clapton, Phil Collins (arrivato in Concorde da Londra), Led Zeppelin (con Collins alla batteria), Crosby, Stills, Nash & Young, Duran Duran, Patti LaBelle, Hall & Oates (con Eddie Kendricks & David Ruffin), Mick Jagger (con Tina Turner) e Bob Dylan (con Ronnie Wood e Keith Richards)

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