Nel passato è noto come la politica abbia avuto un’importante influenza sulla musica. Questa ha sempre svolto un ruolo politico molto significativo nel corso della storia, fungendo da strumento di propaganda e da mezzo di resistenza e di espressione di identità collettive. La musica del passato e l’influenza politica che ha avuto è importante tanto a livello nazionale quanto internazionale, con esempi in suolo italiano e non.
Il ruolo politico della musica italiana nel passato
Il territorio italiano ha svariati esempi di questo ruolo della musica, basta ricordarsi dell’importanza che questa ha avuto in Italia nel ventennio fascista. La musica, usata come strumento politico di propaganda da parte del regime, oltre ad essere utilizzata come strumento dai fascisti, era anche una modalità di critica per chi si schierava contro il regime. Sempre restando in territorio italiano, negli anni 70 e 80, la musica fu caratterizzata da un forte impegno politico. Nomi importanti di artisti dal calibro di Francesco Guccini, Claudio Lolli e Fabrizio De André, che cantavano di lotta sociale, di critica al sistema politico e di diritti dei lavoratori. Ne è un esempio proprio De André, cantautore genovese. Egli è la voce che canta dei temi di lotta di classe, di guerra e di anticonformismo nei testi di “Bocca di rosa”, “Il pescatore” e “La guerra di Piero”, successi nazionali e senza tempo.
Se vuoi saperne di più sul ruolo dell’Italia:
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L’influenza politica sulla musica a livello internazionale
Come sono tanti gli esempi del ruolo e dell’influenza politica nella musica in Italia del passato, così anche all’estero vi sono innumerevoli casi di miscelamento tra l’attività musicale e politica. Questo ruolo è stato infatti determinante nel modellare opinioni pubbliche e fungere da veicolo di resistenza, propaganda o coesione nazionale. Basti pensare a canzoni come “La Carmagnole”, che incitava la popolazione francese, durante la rivoluzione, verso una ribellione contro l’autorità monarchica. Esempi importanti nella musica dello scorso secolo sono il folk americano, il punk e il reggae. Tutti questi esempi storici sono accomunati dal sentiero politico che ognuno cerca di percorrere e la musica ne è la portavoce assoluta.
Questa influenza che l’aspetto politico ha sulle diverse melodie si può dividere in diversi aspetti. Si riconoscono le melodie per propaganda e nazionalismo, quelle di resistenza e dissenso, senza dimenticarsi anche di quelle dei movimenti di liberazione. Infine anche la musica per l’unificazione e l’identità è stata importante e così anche le melodie che fecero da ponte culturale durante la Guerra Fredda.
L’influenza musicale dal nazionalismo di Hitler alla jazz diplomacy
L’influenza politica della musica nel passato ha attraversato periodi storici cruciali, come quello del Novecento. Periodo nel quale la musica è stata sia strumento di oppressione sia veicolo di libertà, diplomazia e confronto culturale. Partendo dal nazionalismo di Hitler, il regime nazista utilizzò la musica per promuovere l’ideologia ariana e la supremazia culturale tedesca. Venne quindi privilegiata la musica di Beethoven, Wagner e di altri compositori considerati “puri” e “tedeschi”. Vietata o osteggiata invece la cosiddetta “musica degenerata”, ovvero il jazz e le melodie ebraiche o di autori non ariani. Tuttavia, anche nei campi di concentramento, la musica divenne strumento di testimonianza e di resistenza. Successivamente, tra gli anni del secondo dopoguerra e la fine del 900, Durante la Guerra Fredda, la musica fu un campo di battaglia simbolico tra Est e Ovest.
Negli Stati Uniti, a partire dagli anni ’50, il Dipartimento di Stato inviò jazzisti in tour diplomatici per promuovere la democrazia e la libertà culturale. Artisti come Louis Armstrong, Dizzy Gillespie e Duke Ellington furono ambasciatori culturali. Il jazz, simbolo di libertà, creatività e inclusione razziale, fu quindi usato per contrastare l’immagine del razzismo sistemico negli USA.
Ribellione culturale nel passato e musica rock
Gli esempi dell’influenza politica nella musica del passato sono simultanei, anche nel corso della Guerra Fredda. Durante questi anni, la musica rock e pop occidentale diventò simbolo di libertà individuale e strumento di resistenza culturale, specialmente nei Paesi del blocco sovietico. Così tra gli anni 60 e 80, i Beatles, i Rolling Stones, i Pink Floyd e molti altri diventarono simboli di libertà tra i giovani dell’Est Europa, al punto che le autorità temevano l’influenza del rock occidentale. La musica divenne allora un canale di contestazione, come nella Primavera di Praga o nel movimento Solidarnosc in Polonia.
Anche le radio contribuirono e divennero veri e propri ponti culturali. Allora stazioni come la Radio Free Europe e la BBC trasmettevano musica proibita nei Paesi comunisti, diventando canali alternativi di libertà culturale. Molti giovani ascoltavano in segreto, rischiando punizioni, ma trovando nel rock un’identità alternativa.
Musica e politica a braccetto nel passato
La politica è stata usata dagli artisti non solo in spartiti e in canzoni ma anche in quadri, poesie, libri e così via dicendo. Eppure la musica rimane comunque un canale fondamentale per la diffusione di idee, sentimenti e pensieri politici, proprio per i benefici che essa ha su chi la ascolta e chi la pratica. Attraverso le melodie si riescono infatti a memorizzare facilmente i contenuti dei testi, si possono inoltre evocare emozioni potenti e creare coesione sociale, stabilendo così un “noi” contro un “loro”. Cantare insieme inoltre rafforza il senso di appartenenza a un gruppo, a una nazione e ad una causa. La musica è quindi un’arma simbolica ed è ottima come canale politico in quanto non uccide, ma può risvegliare le masse, cambiare le coscienze e allora sfidare i poteri forti.
Micol Landi
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