In un mattino di fine ottobre 2025, il 27 ottobre per la precisione, quando la luce di Napoli pareva inginocchiarsi davanti all’ombra dell’addio, Mimmo Jodice si è spento. La sua macchina fotografica ha smesso di fare clic. Nato nella città racchiusa tra vulcano e mare, martoriata eppure bellissima, Jodice ha chiuso il cerchio di un’esistenza dedita a cogliere l’invisibile nelle pietre, negli oggetti abbandonati, nei silenzi intrappolati tra luci e ombre. La poesia fotografica di Mimmo Jodice è il tempo che si fa materia, l’istante in cui la luce diventa pensiero.
Mimmo Jodice nasce nel 1934 nei Quartieri Spagnoli di Napoli
in quel dedalo di vicoli dove la luce taglia il buio come una lama e il mare lo si sente più che vederlo. Cresce in un’Italia che ricostruisce le ossa e la memoria, e trova presto nella fotografia un modo per interrogare la realtà, non per abbellirla. Negli anni Sessanta entra all’Accademia di Belle Arti, prima come studente, poi come docente: porta dentro quelle aule la vita della strada, le mani degli artigiani, i corpi in attesa. Frequenta artisti come Jannis Kounellis, Lucio Del Pezzo e Pino Pascali, protagonisti dell’avanguardia italiana degli anni Sessanta che intrecciavano pittura, scultura e concettualismo, e con loro condivide l’idea che l’arte debba essere un atto di pensiero, non di decorazione.
Negli anni Settanta apre la sua Napoli al mondo: Vedute di Napoli è la città che sogna di essere vista, Mediterraneo il tentativo di dare un volto al tempo, Attesa l’idea che anche il nulla possa avere forma. La sua carriera attraversa musei e Biennali, ma resta fedele alla casa e all’odore del sale.
Mimmo Jodice è stato un maestro perché ha insegnato a guardare, prima ancora che a fotografare
ha trasformato il bianco e nero in un linguaggio “pensato”, ha dato corpo al tempo e ha costretto i luoghi a rivelare ciò che tendono a nascondere. Napoli per lui era materia viva e ferita, mai cartolina, e il Mediterraneo un laboratorio della memoria, “un luogo mentale” in cui presente e passato coincidono per diventando visione.
La sua grandezza sta nel rigore compositivo, nella disciplina della stampa, nella capacità di togliere fino a lasciare l’essenziale, nella fedeltà a un’idea etica dell’immagine che rifiuta l’effetto e cerca la verità della forma. Ha dialogato con i protagonisti dell’arte del secondo Novecento e ne ha condiviso la radicalità, restando però in ascolto della propria città, che definiva “una città che non finisce mai di morire e di rinascere”. Ha raccontato statue, pietre, orizzonti e volti come presenze che ci interrogano, facendo della fotografia un esercizio di coscienza. È questo che resta di lui: la lezione che l’immagine può essere conoscenza e responsabilità, non solo memoria che si conforta.
Muore nella stessa città che lo ha cresciuto, con lo sguardo ancora puntato sulle rovine e sulle statue che, in fondo, gli assomigliavano: immobili, ma piene di voce.
Giovanni Scafoglio
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