Il caso Ramy visto dalla Gen Z

Il caso Ramy visto dalla Gen Z, per capire, comprendere, non giustificare ma per vedere con occhi diversi ciò che sta accadendo

Ramy Elgami è stato ucciso all’età di 19 anni, Ramy Legami è stato ucciso dalla polizia il 24 novembre 2024. Poco dopo la notizia della sua morte, politici giornalisti e sedicenti “democratici” avevano affermato che la sua morte, sicuramente, fosse avvenuta casualmente. La polizia mai avrebbe ucciso un ragazzo, anche se infondo il 19enne forse un po’ se l’è cercata.


Ramy se l’è cercata perché non si è fermato ad un “alt”, la vita di Ramy vale meno di un obbligo non rispettato, vale meno di una collanina

Perché è questo il paradosso che i politici e giornalisti portano avanti, si può uccidere un ragazzo di 19 anni in caso esso sbagli. Tutti noi a quell’età abbiamo sbagliato, chi più e chi meno. Ramy nasce e cresce a Corvetto, un quartiere popolare di Milano caratterizzato da palazzoni fatiscenti e sovraffollati, dove però lo spirito di comunità è potente. Gli amici non lo hanno mai abbandonato, già la domenica dopo
l’incidente hanno organizzato un picchetto in ospedale, il pomeriggio stesso sono scesi in piazza
nel loro quartiere.

Un Suv li ha provati a travolgere, il bilancio è di 4 feriti che vanno dai 11 ai 19 anni. La stampa inizia a criminalizzarli, parlano di rivolte violente e mettono il focus su un bus distrutto, non rispettando il dolore di una comunità che ha perso un proprio membro.
Ramy probabilmente è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, in quei quartiere non vi sono
centri educativi, campi da calcio o luoghi di aggregazione. Quei quartieri sono caratterizzati da un
abbondano impressionante, e invece di cercare di intercettare il malumore di questi ragazzi si
criminalizzano, è sempre colpa loro.

È colpa loro la bocciatura, è colpa loro lo sfruttamento a lavoro, è colpa loro quando finiscono in
strada

Non si cerca mai di analizzare le condizioni materiali, di analizzare i processi di esclusione
sistematici. Non è né giustificazione né vittimismo, ma semplicemente far prendere coscienza che
per determinate persone le possibilità sono limitate, vi è uno spazio di libertà di scelta individuale
ma è davvero molto ristretto.

Io sono nato, cresciuto e continuo a vivere in periferia, figlio di una mamma rumena. Mi ricordo un
episodio specifico a scuola nonostante fossi davvero piccolino, avevo undici anni. La professoressa
prima dell’inizio della lezione ci faceva sempre lasciare i telefoni all’interno di una scatola per poi
riprenderli alla fine della giornata. Un giorno uno di questi telefoni sparisce e la professoressa
afferma che era cosciente di chi fosse stato. Io non ho mai rubato in vita mia eppure mi sono
sentito gli occhi addosso, mi sono vergognato come se fossi stato io.

I miei compagni miguardavano, ero l’unico diverso e la colpa poteva essere solo la mia. Ho accumulato così tanta rabbia durante la mia crescita che ai 18 anni ero davanti ad un bivio, o mi impegnavo nello studio o sarei finito in strada. Per pochi mesi ho percorso la seconda opzione e non è stato facile uscirne.

Fortunatamente ho una famiglia dietro, e grazie a vari professori incontrati nel mio percorso liceale
sono riuscito a capire l’importanza dello studio e che la strada non era l’opzione migliore.
Non tutti hanno avuto il mio privilegio, e le politiche liberiste non cercano di estendere questo
privilegio bensì polarizzano la popolazione, dividendo tra buoni e cattivi.

Siamo nell’era della inclusione ma il disagio nessuno lo vuole includere, è più facile marginalizzarlo. Siamo nell’era della lotta per i diritti civili, portiamo avanti lotte per un linguaggio inclusivo ma ci scordiamo della triade della discriminazione: genere, razza e classe.

George Foreman, noto campione di boxe degli anni 60/70, fece emergere bene la contraddizione di queste lotte. Gli chiesero come si sentisse a vivere nell’America razzista di quei anni, egli rispose che in realtà il razzismo non lo ricorda più, egli infatti era nero solo quando era povero. L’elemento della classe nelle lotte politiche attuali è completamente dimenticato.
Porto questo esempio perché ben dimostra che a questi ragazzi di seconda generazione varie
rivendicazioni che vengono portate avanti passano in secondo piano. Ciò che serve è
partecipazione, welfare state, opportunità per il futuro.

Prima di proseguire con la mia analisi ci ho tenuto a chiedere ad un mio caro amico cosa ne
pensasse di tutta questa situazione. Questo mio amico si chiama Ahmed vall Ould dah, ha 23 anni
ed è un ragazzo di seconda generazione, originario della Mauritania. Ahmed non si sente
rappresentato e quindi ha creato una associazione di cui ne è presidente, l’associazione culturale
islamica Almuflihun.
Già all’inizio della nostra conversazione mi pone l’accento su un tema centrale, per Ahmed infatti la
vita di chi è di seconda generazione è sottovalutata. Mi afferma ridendo che ci piace definirci primo
mondo, però quando qualcuno sbaglia, il tatto di questo primo mondo sparisce, per lui la polizia (e
aggiungo io, quindi lo Stato) “deve dare speranza, incoraggiare e non opprimere quando si ha il
primo pretesto per farlo”.

Essere di seconda generazione significa essere diverso

e nonostante tu nasca e cresca non diventerai mai parte del tessuto sociale del contesto in cui vivi, per sempre chiederanno le tue origini, chiederanno del lavoro dei tuoi genitori, sempre faranno domande per capire se “ne vale la pena” averti qui.
Continuando a parlare, affrontiamo il tema dei media e della politica, e sento nella sua voce tanta
sfiducia e disillusione. Per una parte mi dice che la politica attuale è pressoché inutile, la destra
almeno si prende la responsabilità politica di determinati atti, la sinistra invece si riempie la bocca
di belle parole ed intenzioni, ma alla fine dei fatti la situazione rimane pressoché identica, anche
quando ha la possibilità di poter cambiare le cose. Per l’altra parte mi parla del governo Meloni, mi
afferma che è questo governo a legittimare la polizia, in quanto la narrazione è che “questi
vengono a fare casino, la polizia fa il suo per difenderci”.

Chiudiamo la conversazione con un richiamo alle dichiarazioni di Feltri

nonostante ne avessimo parlato tante volte, non gli ho mi fatto la domanda più banale ma che forse è la più importante: come ti sei sentito dopo aver letto che Feltri ti sparerebbe in bocca e ti considera una razza inferiore? Lascio integralmente la sua risposta, perché credo che sia molto più esplicativa
questa che qualsiasi analisi io possa fare:

“Ormai non siamo più nel passato, l’Italia non è più un paese di italiani, bianchi e cristiani. l’Italia
ora è anche di una persona nera, mussulmana o in qualche modo diversa. Si può essere diversi
ma allo stesso tempo italiani. Ho capito che nessuno penserà a me o ai miei figli se non lo faccio
io, se mio padre ha fatto il sacrificio di darmi il privilegio di avere un buon futuro rischiando tutto ora
tocca a me di avere il secondo privilegio: quello di sentirmi a casa. Questo privilegio lo possiamo
conquistare solo noi. Quando cresci capisci che purtroppo non lo abbiamo ancora conquistato.
Voglio far provare ai miei figli di sentirsi a casa, quelli di destra lo affermano di essere nostri
nemici, quelli di sinistra tante volte si mascherano, dicono di essere accoglienti ma alla fine non
fanno politiche per noi. Nessuno ci aiuta. Il cambiamento può partire da chi ha la consapevolezza
che “noi” veniamo tenuti lontani dai luoghi, bisogna partecipare e mobilitarsi. Bisogna arrivare alle
masse, farsi sentire. Togliere la paura che hanno creato con disinformazione e malainformazione,
bisogna farlo collettivamente”

Cristian Morgante

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