Il futuro, spesso, non è altro che un passato che abbiamo già visto, solo con uno schermo diverso e un formato più stretto. Quello che un tempo era televisione generalista adesso si reincarna nei social: il feed prende il posto del palinsesto, lo scroll sostituisce il telecomando, il salotto si restringe in un telefono tenuto troppo vicino al viso. I social media erano nati come piazze dove parlare, riconoscersi e trovare comunità simili alle proprie anche a migliaia di chilometri di distanza, oggi funzionano come una televisione infinita che non ha orari di messa in onda, sputa volti di sconosciuti, storie lampo, clip fabbricate dall’algoritmo per non lasciare spazio al silenzio. Persino le iA producono flussi di video, musica e mini film. Una gigantesca tv i cui palinsesti sono generati gratis da utenti che lavorano gratis nella vana speranza di ottenere fama e soldi. I social media sono morti, trasformati in televisione, e in questo passaggio abbiamo perso la promessa di comunità, lo spazio del silenzio condiviso e la possibilità che una conversazione valesse più di uno spettacolo.
I social media sono morti: tutto ciò che non è già televisione sta diventando televisione
È solitudine interattiva: connessi con tutti, sincronizzati con nessuno. Questa nuova televisione prende quel vuoto e lo amplifica. La sua logica è semplice e spietata: non spiegare, emoziona; non argomentare, stupisci; non pensare, reagisci. Derek Thompson l’ha già detto: “Tutto ciò che non è già televisione sta diventando televisione.” Meta conferma che solo il 7% del tempo su Instagram è dedicato ad amici, il resto viene scelto dall’algoritmo. Scrolliamo contenuti scelti “per te” da un algoritmo, costruiti per stimolare direttamente le nostre reazioni emotive.
Instagram non è più un social network
E’ uno streaming personalizzato cucito sul singolo profilo. TikTok, YouTube, Facebook si riducono allo stesso gesto ipnotico: uno schermo che scorre, ore di video di sconosciuti, flussi infiniti che non chiedono risposta. I social dovevano connettere, ora servono solo a riempire il silenzio. Non sono più comunicazione, sono anestesia dopaminergica a rilascio continuo, una mutazione che trasforma il bisogno di relazioni in consumo passivo di immagini.
L’intelligenza artificiale come televisione
Meta lancia Vibes, OpenAI lancia Sora: feed di video generati da iA, mini-film senza autore. I socia sono affollati di scene assurde create da una macchina, contenuti che esistono solo per riempire spazio e tempo. Alla stessa logica obbediscono le iA che generano musica in loop, brani infiniti pensati come sottofondo più che come canzoni. Non è più l’uomo che crea e la tecnologia che assiste, è la macchina che intrattiene e l’uomo che scrolla.
Dall’attrattore al feed: il nuovo fiume sacro che ci divora
C’è una parola che inchioda questo tempo: attrattore. In matematica è il punto verso cui ogni sistema finisce per cadere, come una biglia che rotola nella ciotola e non può che fermarsi al centro. La televisione è diventata l’attrattore di tutti i media: tutto ci scivola dentro, prima lentamente, poi senza resistenza. I social le assomigliano sempre di più, le piattaforme video ne copiano il respiro, il resto si adegua.
Raymond Williams questo lo aveva previsto chiamandolo flow: un flusso senza inizio né fine, che continua anche quando nessuno lo guarda. Il feed è il nuovo fiume sacro, scorre davanti agli occhi senza chiedere permesso. La parola “feed” significa nutrimento, to feed vuol dire nutrire. Il punto è: siamo noi a nutrirci del feed, o è il feed che si nutre del nostro tempo, dei nostri dati, della nostra attenzione?
Il futuro, spesso, non è altro che un passato che abbiamo già visto
Tra il 1965 e il 1995 gli americani guadagnano 6 ore di tempo libero a settimana, un patrimonio che avrebbero potuto usare per imparare, creare, amare, condividere, e che invece consegnano alla televisione. Le hanno usate per guardare altri vivere al posto loro. Oggi quella stessa dinamica si sposta sugli schermi che portiamo in tasca. La storia che si ripete oggi:
Più connessioni.
Tanta solitudine.
Più possibilità di comunicare.
Meno capacità di ascoltare.
Più strumenti per creare.
Meno voglia di pensare.
Quando la logica della televisione invade tutto, ogni ambito smette di essere ciò che è e diventa messa in scena
La politica diviene teatrino, la scienza storytelling, l’informazione show a caccia di clic e non più della verità. Adattandoci a questo modello, perdiamo lucidità oltre che la parte più profonda di noi: la capacità di stare dentro, di fermarci, perfino il diritto di annoiarci. In questo contesto, l’unico gesto rivoluzionario non è produrre altri contenuti. La vera rivoluzione è Il silenzio. La lentezza. Non chi produce più video. Innova chi crea spazi di quiete dentro il rumore. Non riesce a tenere lo sguardo incollato grazie a un gancio ma chi sa farlo tornare dentro. A farci fermare. A farci riflettere.
Si i social media sono davvero morti
Continuo a inciampare nelle stesse litanie: il mondo è impazzito. Meritiamo l’estinzione. Non ci sono più valori, stiamo diventando sempre più ottusi e soddisfatti di esserlo. Banalità che vengono scritte tra uno scroll e l’altro, senza nemmeno alzare lo sguardo dallo schermo.
Il mondo non sta diventando stupido.
Sta diventando televisivo.
Bada bene, in un mondo televisivo, chi riesce ancora a pensare diventa invisibile per l’algoritmo…
ma, forse, indispensabile per la realtà.
Giovanni Scafoglio
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