Gaza City, iniziata l’occupazione: Israele avanza dalla periferia. L’annuncio è arrivato in tarda serata, senza enfasi ma con il peso di una dichiarazione che cambia il corso della guerra e il futuro geopolotico della regione. Le Forze di Difesa israeliane hanno confermato di essere entrate nella prima fase dell’operazione terrestre contro Gaza City. “Abbiamo avviato le operazioni preliminari e le prime fasi dell’attacco: le nostre forze controllano già la periferia”, ha dichiarato il portavoce militare, generale di brigata Effie Defrin. Poche parole, rilanciate dalle agenzie internazionali, che segnano però l’inizio di una nuova stagione del conflitto.
Gaza City è iniziata l’occupazione: la periferia come trincea
Chi conosce Gaza sa che la città non è un confine netto ma un labirinto di quartieri che si allungano fino a mescolarsi con i campi profughi di Jabaliya e le aree densamente popolate di Zeitoun. È da lì che Israele ha scelto di cominciare l’assalto, muovendo i primi carri e richiamando 60.000 riservisti per preparare un’occupazione destinata a durare. L’operazione, battezzata “Gideon’s Chariots II”, porta con sé l’eco di una promessa: smantellare la catena di comando di Hamas. Sul terreno questo significa affrontare una città di oltre mezzo milione di persone, costrette a convivere con la guerra porta a porta.
Ignorato ogni tentativo dei mediatori
Nei giorni scorsi Hamas aveva accettato, almeno sulla carta, un cessate il fuoco di 60 giorni proposto dai mediatori arabi. Israele ha tirato dritto, giudicando l’intesa una tregua utile solo a riorganizzare le milizie. La decisione del gabinetto di sicurezza guidato da Benjamin Netanyahu è stata netta: niente sospensioni, l’offensiva doveva partire. Un messaggio che divide gli alleati occidentali, sempre più preoccupati dalle ricadute umanitarie di un’operazione condotta dentro la più popolata delle città palestinesi.
Le guerre urbane hanno una logica spietata che i generali conoscono bene: le strade diventano imboscate, le case trappole, i tetti postazioni di tiro. A Falluja, Mosul, Aleppo, lo abbiamo già visto. L’esercito israeliano sembra aver imparato la lezione, puntando su avanzate lente e consolidamento delle posizioni. È una scelta che riduce il rischio di perdite immediate, ma allunga il tempo dell’occupazione e aumenta la pressione sui civili. Per questo le Nazioni Unite parlano già di “catastrofe annunciata”.
Le cancellerie europee si muovono con cautela
chiedendo corridoi umanitari e protezione per i non combattenti. Washington ribadisce il diritto di Israele a difendersi, ma dietro le quinte teme che la situazione possa degenerare in un pantano politico e militare. I governi arabi, dal Cairo a Doha, accusano Tel Aviv di voler sabotare ogni trattativa. In questo mosaico di dichiarazioni, resta il fatto che la battaglia per Gaza City non sarà breve.
Gaza non è semplicemente una capitale de facto per Hamas, è un simbolo identitario per l’intero mondo palestinese. Entrarci non significa soltanto occupare un territorio, ma sfidare un’idea. E chiunque abbia memoria dei conflitti mediorientali sa che le idee, a differenza dei muri e dei tunnel, non si abbattono con i carri armati.
Ginevra Leone
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