Il premier annuncia l’intenzione di invadere l’intera Striscia di Gaza. L’Idf revoca l’emergenza bellica, ma cresce la frattura con lo Stato Maggiore. Pressing di 600 ex funzionari israeliani su Trump per fermare il conflitto. In gioco, la sicurezza e l’anima di Israele
Netanyahu: “Occuperemo Gaza”
Alle otto di sera, quando milioni di israeliani sono sintonizzati sul notiziario serale, una fonte anonima dell’ufficio del primo ministro rivela la svolta: “La decisione è stata presa. Occuperemo la Striscia di Gaza. Hamas non rilascerà altri ostaggi senza una resa totale, e noi non ci arrenderemo”. Nessuna nota ufficiale, ma la fuga di notizie appare benedetta dall’alto. Benjamin Netanyahu ha scelto: l’enclave palestinese sarà invasa completamente. È la fine di ogni ambiguità, l’inizio di un’altra fase del conflitto.
Lo scontro con i vertici militari
Il giorno stesso, l’esercito israeliano (Idf) annuncia la revoca dello stato d’emergenza bellica in vigore dal 7 ottobre, che aveva imposto un prolungamento straordinario del servizio di riserva. Una mossa che segnala un allentamento sul piano militare, ma stride con l’escalation politica. Nelle stesse ore, una fonte vicina a Netanyahu lancia un siluro contro il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir: “Se non gli va bene l’occupazione di tutta Gaza, che si dimetta”. Il riferimento è alle riserve espresse dal generale davanti al gabinetto: “Ci vorrebbero anni per un’operazione del genere”.
È la conferma di una frattura profonda tra l’establishment politico, spinto dall’ultradestra messianica, e i vertici militari, sempre più riluttanti. Zamir non è solo: nelle ultime settimane anche il ministro della Difesa Gallant, il capo del Mossad e altri ufficiali di alto rango hanno espresso dubbi sull’assenza di un piano per il “day after”. E il pressing per le loro dimissioni è diventato costante.
L’appoggio di Trump e l’asse con Washington
Dietro le quinte, si muove anche la diplomazia parallela. Ynet rivela che Netanyahu avrebbe ottenuto il via libera informale da Donald Trump, attraverso l’inviato speciale Steve Witkoff, per “un’operazione contro Hamas”. Dopo il fallimento dei negoziati per il rilascio degli ostaggi, la Casa Bianca – almeno quella legata al fronte repubblicano – sembra considerare l’azione militare l’unica via rimasta. I colloqui sono in stallo da settimane e le ultime dichiarazioni di Hamas fanno pensare che il gruppo non intenda cedere.
La decisione di Netanyahu arriva dopo due telefonate in una settimana con Vladimir Putin e mentre il governo israeliano garantisce a Washington che lascerà passare convogli umanitari per la popolazione civile di Gaza. Ma combinare operazioni militari su larga scala con il flusso di aiuti sarà una prova di equilibrio pericolosa, logisticamente e politicamente.
L’esercito esausto e il nemico ideologico
Nel frattempo, l’Idf è stremato. I soldati israeliani combattono da quasi due anni ininterrotti, tra Gaza e il Libano, con fino a 12 richiami consecutivi. I generali conoscono bene il nemico: non si tratta più solo di miliziani organizzati, ma di combattenti determinati, pronti al martirio. “O il potere o la morte”, dicono gli analisti. La prospettiva di una nuova occupazione della Striscia – che comporterebbe anni di guerriglia urbana, trappole esplosive e un’ostilità radicata – appare folle a molti strateghi militari.
Eppure, l’esecutivo è deciso ad andare avanti. Alcuni ministri, legati al nazionalismo religioso più estremo, sognano un reinsediamento ebraico a Gaza, come nei tempi delle antiche scuole talmudiche. Un’idea che i generali definiscono anacronistica, strategicamente suicida e politicamente incendiaria.
Il caso degli ostaggi e la pressione internazionale
L’opinione pubblica israeliana è scossa dai video, rilanciati dai media, di Evyatar David e Rom Breslavski, due ostaggi ridotti allo stremo, “con metà del peso corporeo rispetto al momento del rapimento”. Le immagini, giudicate “degradanti” dalla Croce Rossa e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno rilanciato la richiesta di un rilascio immediato e incondizionato. “Gli ostaggi devono avere accesso al cibo e alle cure mediche”, ha dichiarato il direttore dell’Oms Tedros Ghebreyesus.
Martedì, all’Onu, si terrà una sessione speciale dedicata ai rapiti. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar è volato a New York per rappresentare Israele, mentre monta l’indignazione anche in patria.
L’epurazione giudiziaria e il silenzio della Corte Suprema
Sul fronte interno, la tensione politica è esplosa con il voto unanime del governo per la rimozione della procuratrice generale Gali Baharav-Miara. Il provvedimento, collegato anche all’inchiesta sulle presunte tangenti dal Qatar che coinvolgono l’entourage di Netanyahu, è stato immediatamente sospeso dalla Corte Suprema in attesa dei ricorsi presentati dal partito Yesh Atid e da alcune Ong. Il braccio di ferro tra potere politico e magistratura si fa ogni giorno più duro.
La ribellione dei veterani dell’intelligence
Mentre il governo va all’assalto su tutti i fronti, da una parte della società israeliana si alza un coro sempre più forte: basta guerra. Decine di ex capi del Mossad, dello Shin Bet e dell’Idf – molti dei quali già protagonisti della vita militare e politica del Paese – hanno diffuso un video chiedendo la fine delle ostilità. La Bbc ha rilanciato una lettera firmata da 600 ex funzionari della sicurezza israeliana indirizzata a Donald Trump. L’obiettivo: sollecitare l’amministrazione americana, o almeno il suo fronte conservatore, a spingere per un cessate il fuoco.
Non si tratta di pacifisti improvvisati. Sono le stesse figure che hanno gestito la sicurezza dello Stato per decenni, ora convinte che la guerra stia portando Israele verso l’abisso. Non più sicurezza, ma logoramento. Non più strategia, ma accanimento.
Ginevra Leone
fonti:
- Ynet News, 5 agosto 2025
- BBC News, 5 agosto 2025
- Reuters, 5 agosto 2025
- Interventi pubblici dell’OMS e della Croce Rossa
- Analisi e dichiarazioni del portavoce IDF e di fonti ufficiali israeliane verificabili
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