Dalai Lama, 90 anni di resistenza: l’uomo che non ha mai smesso di essere il Tibet

Dalai Lama, 90 anni di resistenza: l’uomo che non ha mai smesso di essere il Tibet. In esilio dal 1959 spettatore di un genocidio

Il leader spirituale in esilio ha festeggiato il suo novantesimo compleanno con migliaia di fedeli a Dharamsala. Il Dalai Lama compiuti i 90 anni ha dichiarato: “Spero di vivere altri 30 o 40 anni”, ha detto sorridendo. Ma intanto, in Tibet, il popolo da lui guidato è vittima da decenni di un lento e inarrestabile genocidio da parte della Cina che vuole decidere chi sarà il prossimo Dalai Lama. Il tutto nel silenzio e con la compiacenza di governi e opinione pubblica.

Dalai Lama, 90 anni di resistenza, in esilio dal 1959

Tenzin Gyatso, il 14° Dalai Lama, ha compiuto 90 anni. Lo ha fatto dove vive da oltre sei decenni, a Dharamsala, in India, insieme a migliaia di fedeli. “Spero di vivere altri 30 o 40 anni”, ha detto con il suo tono sereno e sorridente durante una preghiera collettiva. Il suo volto, scavato dal tempo ma ancora vivace, è l’immagine vivente della resistenza di un popolo.

Nato nel 1935 a Taktser, villaggio tibetano della provincia di Amdo, Tenzin Gyatso fu riconosciuto a soli due anni come reincarnazione del tredicesimo Dalai Lama. Guidò il suo popolo durante l’invasione cinese del Tibet nel 1950 e, dopo la fallita insurrezione di Lhasa del 1959, fu costretto all’esilio in India. Da allora non ha mai più messo piede nel suo paese natale.

Dal suo ritiro himalayano, il Dalai Lama è diventato un’icona della spiritualità buddista e della non-violenza, vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 1989. Ha incontrato capi di Stato, premi Nobel, intellettuali e attivisti di ogni parte del mondo, parlando di compassione, rispetto e responsabilità universale.

Il genocidio del Tibet perpetrato dalla Cina

Mentre il Dalai Lama riceve omaggi e auguri da tutto il mondo, il popolo tibetano vive da oltre 70 anni sotto un regime di occupazione che ha sistematicamente cancellato ogni forma di identità culturale. Le organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch, Amnesty International e Free Tibet, denunciano da tempo un vero e proprio genocidio culturale in atto.

Secondo il rapporto annuale 2024 di Freedom House, il Tibet è una delle regioni meno libere al mondo, con livelli di sorveglianza, censura e repressione paragonabili solo alla Corea del Nord. Oltre 150 tibetani si sono immolati con il fuoco dal 2009 per protestare contro l’occupazione cinese. I monasteri sono costantemente controllati, le scuole sono obbligate a insegnare in mandarino, e l’uso della lingua tibetana è progressivamente bandito dagli spazi pubblici.

Le foto del Dalai Lama sono vietate. La sola possessione di un suo ritratto è considerata reato

I bambini vengono separati dalle famiglie e inseriti in collegi statali dove viene loro insegnata la versione ufficiale della storia cinese. L’Ufficio per gli Affari Religiosi ha imposto corsi di rieducazione anche nei monasteri, e migliaia di monaci sono stati arrestati o costretti all’abbandono della vita religiosa.

Nel 2021, una vasta inchiesta del New York Times ha denunciato un sistema di trasferimenti forzati che ha coinvolto oltre mezzo milione di tibetani rurali, spostati per lavorare in fabbriche statali sotto rigida sorveglianza. Secondo l’esperto Adrian Zenz, questi programmi mirano a distruggere i legami familiari, linguistici e spirituali, sostituendoli con un’identità sinizzata e obbediente al Partito Comunista Cinese.

La guerra delle reincarnazioni

Tra le questioni più spinose che oggi pesano sul futuro del Tibet c’è quella della successione del Dalai Lama. Chi sarà il suo erede spirituale? Tradizionalmente, alla morte del Dalai Lama, i monaci cercano la sua reincarnazione attraverso segni, oracoli e visioni. Ma questa volta, Pechino ha già dichiarato che “la reincarnazione deve essere approvata dal governo centrale”.

Nel 1995, il Dalai Lama riconobbe come undicesimo Panchen Lama — la seconda carica più alta del buddhismo tibetano — un bambino di sei anni, Gedhun Choekyi Nyima. Pochi giorni dopo, il bambino e la sua famiglia scomparvero. Da allora non si hanno più notizie certe. La Cina ha installato al suo posto un altro Panchen Lama, scelto dal Partito. Per molti, è il preludio di quanto potrebbe accadere con il prossimo Dalai Lama.

Per evitare questa manipolazione, il Dalai Lama ha lasciato intendere di voler indicare il suo successore mentre è ancora in vita. Ha anche aperto all’ipotesi che la reincarnazione possa avvenire fuori dal Tibet, o persino in una donna. “Se una donna offre più beneficio, perché no?”, ha dichiarato in passato, confermando la possibilità di una discontinuità rispetto alla linea maschile millenaria.

Una speranza che non si spegne

A novant’anni, il Dalai Lama rimane uno dei leader spirituali più ascoltati e rispettati al mondo. Ha saputo trasformare la tragedia dell’esilio in una missione globale, diffondendo la cultura del Tibet e la filosofia del buddhismo a milioni di persone. Ha anche accettato la modernità, parlando con scienziati e neuroscienziati, esplorando i legami tra meditazione e salute mentale, e affrontando senza dogmi le domande dell’epoca contemporanea.

Ma il tempo non perdona, e la questione della sua successione diventa ogni giorno più urgente. Il Tibet, intanto, continua a scomparire lentamente sotto il peso della repressione, mentre il mondo guarda altrove.

Le sue parole restano, però, un monito: “La pace non si costruisce con la forza, ma con il dialogo. Anche il fiore più fragile può rompere l’asfalto”. Nel silenzio che avvolge il Tibet, quel fiore continua a cercare la luce.

Ginevra Leone

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